Nannicini ci spiega perché la nuova segreteria Pd non è un pungiball

David Allegranti

Il responsabile progetto dei democratici: “Se qualcuno aveva l’ideona poteva tirarla fuori prima del 4 marzo”

Roma. Tommaso Nannicini, economista, senatore, neo responsabile del “progetto partito” nella segreteria del Pd, dice di essere sorpreso dalle polemiche sulla nuova segreteria. “L’idea era quella di fare una segreteria unitaria, io quindi trovo curioso che ci si stupisca per la sua eterogeneità. Ci siamo presi dei mesi in attesa del congresso, che sarà nel 2019, per non partire con la solita conta sui nomi e sui ‘leaderoni’ e per chiedersi se il Pd ha ancora senso, al di là dell’appartenenza alle vecchie mozioni congressuali”. Insomma la segreteria “unitaria” corrisponde anche a un momento di riflessione necessario, dice Nannicini.

    

“Bisogna ragionare sui fondamentali e la capacità di ascolto, su quali sono i macro-obiettivi, sulla ricostruzione dell’organizzazione, anche a partire dalla tecnologia, per mettere in rete circoli e associazioni, valorizzare l’impegno sui territori. Noi continuiamo a combattere con la spada per fare politica, ma i populisti sovranisti usano la polvere da sparo. E questo è un problema che riguarda tutti, non una sola corrente. Bisogna darsi un metodo di organizzazione politica aggiornato al tempo d’oggi, che valorizzi una rete territoriale nuova con strumenti altrettanto nuovi. O facciamo questo lavoro oppure l’ennesima caricatura tra chi sta con il Corbyn italiano o il Macron italiano penso interessi poco al paese. Al netto delle critiche di questi giorni, più o meno condivisibili, se continuiamo a guardare solo al nostro ombelico e ai personalismi da Fantacalcio e non agli obiettivi, prima di dividerci – com’è giusto che sia – al congresso, ecco mi pare che non sia il clima giusto”.

       

     

Insomma, ci siamo presi questa croce, proveremo ostinatamente a costruire un clima che serve in questi mesi per fare un lavoro sui fondamentali, in attesa che ognuno faccia le proprie scelte congressuali. Tutto il resto, il teatrino riformisti-non riformisti, più sinistra meno sinistra, senza interrogarsi sulle sfide che abbiamo, va superato perché il grave punto debole del Pd è stato non avere coesione attorno alla leadership e attorno alla linea politica”. Anche perché, “quando ho accettato di entrare in una segreteria unitaria di pochi mesi pensavo che il nostro compito fosse quello di lavorare insieme su questi fondamentali, al servizio di tutta la nostra comunità e della futura leadership (quale che sarà). Ma se invece qualcuno pensa di usare la nuova segreteria come punching ball per allenarsi per il congresso, beh, io non ci sto e spero che il pungiball si metta i guantoni nel caso…”.

     

Ma questa fase, del tutto non ordinaria, non aveva bisogno di altro? “Proprio perché la fase è straordinaria e non ordinaria, abbiamo bisogno di questo lavoro profondo sui fondamentali: visione, dialogo, organizzazione. La scorciatoia della caccia all’ideona o al leaderone produrrebbe una droga temporanea, ma poi il corpo ne uscirebbe ancora più debilitato. Senza contare che se qualcuno aveva l’ideona poteva tirarla fuori prima del 4 marzo. E i leader non si eleggono, ma si riconoscono. Quando i tempi sono maturi”.

    

Quando Nannicini dice che il Pd deve stare sul mitologico territorio deve farlo non per “dare volantini, ma per selezionare persone che sono in grado di organizzare comunità e idee e di intercettare bisogni. Deve essere una grande operazione non di volantinaggio, ma di scouting di una nuova classe dirigente. Serve una Leopolda permanente, territoriale, non un happening ogni tanto, per riscoprire temi che parlino alla vita delle persone”. E in questo la tecnologia deve giocare un ruolo essenziale.

  

Lega e Cinque stelle usano messaggi su Internet che sembrano rozzi ma in realtà sono sofisticati. E’ tutto studiato. E in generale il fronte populista sovranista mette in comune dati, tecnologie, noi invece stiamo ancora al dilettantismo dei gruppi dirigenti che si chiudono in una stanza e decidono tutto lì dentro. Dobbiamo intercettare l’impegno civico e sociale dei giovani e dei meno giovani, che a volte non trovano una calamita ma vengono respinti nei nostri circoli. Se arriva un giovane che ha voglia di cambiare il mondo e gli parli di chi si candida e chi dà il volantino al mercato, dopo un po’ si stufa. Dobbiamo chiamare persone non per salutarle dopo poco, ma per valorizzarle. Se il Pd si apre e diventa scalabile – scalabile, ma non con le primarie che possono sempre essere vinte da chi ha pacchetti di voti, ma da chi ha idee e capacità di creare consenso – allora si realizzerà il sogno di chi, come me, spera che la leadership del futuro e la lista delle nuove segreterie siano costituite di persone che oggi non ci vengono nemmeno in mente”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.