Serve un patto per il Pd

Contro le paralisi economiche e istituzionali. Idee per un appello alla generazione dei 30-40enni

13 Luglio 2018 alle 15:05

Serve un patto per il Pd

Foto LaPresse

Al direttore, 

Caro Cerasa, ho letto il suo editoriale sul Pd, sulla non capacità a discutere del futuro e a concentrarsi solo sul passato, e credo sia importante aprire un dibattito sul punto. Un progetto politico innovativo, a mio avviso, è fatto di tre elementi: leadership, organizzazione e policies (queste ultime in grado di fornire un’idea chiara di fondo). L’autocritica che faccio è che di questi tre elementi, nel Pd, ne abbiamo avuti uno e mezzo. Ma sono tutti e essenziali.

 

Ma quali sono i contenuti su cui si deve basare il progetto politico che sconfiggerà i populismi e i sovranismi? Prima di poter proiettare una visione sul futuro, i contenuti di un progetto politico devono avere una visione del passato e del presente. Altrimenti è un collage di buone idee basato sul nulla, o su poco. La Repubblica italiana nei suoi primi 50 anni ha vissuto di Patti non scritti: quello internazionale, che garantiva la fedeltà all’assetto geopolitico uscito dalla guerra; quello – di alcuni settori della politica e della società – con la criminalità organizzata e con settori deviati dello Stato, sia in funzione di affari e consenso che di rafforzamento del patto internazionale in chiave anticomunista. Quello finanziario: all’interno della gestione pubblica o para-pubblica del mondo del credito, prosperava una rigida divisione tra finanza laica e finanza cattolica. Quello con la pubblica amministrazione: “Ti pago poco, tu in cambio fai quello che vuoi”. Quello con la piccola impresa privata: “Chiudo un occhio sull’evasione e favorisco svalutazioni competitive, tu in cambio accetta una tassazione alta”. Quello con i sindacati della grande impresa: “Io, politica, garantisco la cassa integrazione quando ci sono problemi, tu in cambio mi gestisci il consenso”. Quello inerente la formazione del consenso: voti in cambio di utilizzo clientelare della risorsa pubblica. Quello istituzionale: un’architettura che favoriva paralisi e governi deboli, in cambio del patto consociativo. E infine quello politico: “Tu, PCI, sai benissimo di non poter accedere al governo nazionale. In cambio ti lascio i governi locali e gestiamo insieme le questioni più “di sistema”, senza che tu lo metta mai troppo in discussione”.

 

Alcuni di questi patti (quelli economici) sono stati spazzati via dallo shock della globalizzazione, a metà Anni 90; altri (quelli politici e internazionali) dal crollo del Muro di Berlino. Alcuni sopravvivono ancora. Negli ultimi 25 anni la Repubblica post-shock non ha avuto la forza, il coraggio o la visione di riscrivere questi patti e di cancellarne qualcuno. Non ha aiutato il venir meno di ogni logica di formazione, selezione e ricambio della classe dirigente, che ha portato alla legittimazione dell’ignoranza e dell’incompetenza al potere. La riscrittura o cancellazione definitiva di quei patti deve avvenire all’insegna di un progetto politico basato, secondo me, su quattro fondamenta: opportunità e accompagnamento, riforma della Cosa Pubblica, mobilità sociale e patto generazionale nei gruppi dirigenti.

 

Il mancato adeguamento al doppio shock della globalizzazione e della fine della Guerra Fredda ha provocato paralisi economica e istituzionale e velleitarismo politico (leggi elettorali e partiti che cambiano ogni cinque anni alla ricerca di una stabilità impossibile, date le premesse). La paralisi economica si sblocca rifiutando ogni logica di protezionismo passivo, ma impostando le policies su “opportunità” e “accompagnamento”. L’intero progetto politico deve essere basato sull’idea che il Nuovo Mondo offre innanzitutto opportunità, ma che compito della politica è quello di accompagnare i soggetti più deboli ed esclusi al loro conseguimento, non quello di offrire protezione illudendoli che prima o poi torneranno i bei tempi andati. La paralisi istituzionale si sblocca rifacendo daccapo il modo in cui i livelli di governo di questa Repubblica stanno insieme, vengono finanziati, tassano e spendono.

 

A un quarto di secolo dall’avvio dell’illusione federalista, l’assetto di questa repubblica dal punto di vista istituzionale e fiscale è confuso, precario, inefficiente. Serve un progetto che vada dalla riforma del bicameralismo ai fondi perequativi, dalla rivoluzione degli strumenti fiscali ai costi standard, dall’accorpamento delle regioni e dei comuni alla sistemazione degli assetti provinciali e alla riforma delle regioni a statuto speciale. La sinistra per troppi anni si è riempita la bocca di mobilità sociale, ma non ha mai avuto il coraggio di sfidare quei blocchi conservatori che la impedivano. Un grande progetto di mobilità sociale non arretra di fronte al rinculo post-Buona Scuola ma rilancia: concentra le risorse finanziarie e umane nelle zone di periferia geografica e cittadina; toglie il diritto allo studio dalle competenze regionali e imposta un piano nazionale decennale per dimezzare il costo di frequenza per gli studenti provenienti da famiglie non agiate; sottrae le università dalla camicia di forza del diritto amministrativo e le rende competitive sul piano internazionale, mentre rimangono orgogliosamente pubbliche. 

 

Infine, l’ultimo tema, forse il più importante: nessun progetto politico può funzionare senza una coesione tra gruppi dirigenti. Quella che è ormai definitivamente morta e sepolta nel Pd, ma che forse non c’è realmente mai stata. Perché la generazione dei 30-40 anni ha sempre preferito legami verticali (col “padrino” di turno) piuttosto che orizzontali; ha sempre guardato all’altro come un competitor, piuttosto che come uno con cui realizzare insieme un’idea. Il coraggio di Matteo Renzi ha impedito che questa generazione si perdesse a portare le borse (cosa che in alcuni casi starebbe ancora facendo, senza di lui), ma non è riuscita a favorire la nascita di un “patto sano” all’interno di una nuova generazione di dirigenti politici.

*deputato del Pd

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