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Redivivo Spadafora

Malvisto da Casaleggio e dai notabili grillini, l’ambasciatore di Di Maio è stato decisivo nelle nomine al Mise

21 Giugno 2018 alle 06:03

Vincenzo Spadafora

Foto LaPresse

Roma. Arrossendo prima ancora di aprire bocca, come se già avvertisse l’effetto ironico che la frase produrrà, l’ex ministro – ormai in pensione ma non per questo inattivo, quando si tratta di suggerire nomine – si lascia andare a una battuta: “E’ un po’ come se qualcuno pensasse di arrivare a Berlusconi senza prima parlare con Gianni Letta”. Si parva licet, ovviamente, il ruolo di Vincenzo Spadafora, nei confronti di Luigi Di Maio, in fondo è, e resta, questo. L’uomo-ombra, il braccio destro, la stella polare: quello, insomma, della guida saggia che precede lo sprovveduto novizio lungo il sentiero sdrucciolevole delle relazioni che contano. E insomma è giudizio condiviso da molti che per Spadafora sia dovuto passare chiunque, in questi giorni, abbia tentato di accreditarsi col neo super ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Naturale, si dirà, visto che per quasi tre anni l’ex giovane presidente di Unicef Italia, già capo della segreteria di Francesco Rutelli al Mibact, ha curato le relazioni istituzionali del rampante leader dei Cinque stelle. E però c’era chi, anche all’interno del Movimento, credeva – o quantomeno sperava – che dopo lo scivolone del 25 maggio scorso, con quella imbarazzante vicinanza con Angelo Balducci squadernata a tutta pagina sul Fatto quotidiano, il ruolo del fido scudiero di Di Maio venisse ridimensionato. E invece no: quando si è trattato di designare il capo di gabinetto per il Mise, Spadafora “è tornato centrale”, come racconta un deputato grillino di alto rango. Centrale a tal punto da arrivare perfino a creare delle tensioni tra il capo grillino e la tolda di comando di Via Morone, a Milano, dove – per ora: e ancor per poco – la Casaleggio Associati ha la sua unica sede. 

 

La scelta, alla fine, è ricaduta su Vito Cozzoli, redivivo a Via Veneto dopo la cacciata subita quando Carlo Calenda subentrò a Federica Guidi, ubiquo ai poteri e alle intese più larghe, come seppe dimostrare nel maggio 2017, quando in occasione della presentazione di un suo libro riuscì a riunire, intorno allo stesso tavolo, Maria Elena Boschi, Gianni Letta (quello vero), e lo stesso Di Maio. Il quale, quando s’è trattato di decidere a chi affidare le chiavi della stanza dei bottoni del Mise, ha subito pensato a Cozzoli, conosciuto e apprezzato del resto già negli anni passati, quando il capo grillino era vice presidente della Camera e il burocrate barese, docente alla Luiss, era alla direzione del servizio per la Sicurezza di Montecitorio. Sembrava fatta già nel fine settimana, per Cozzoli, prima che la trattativa si complicasse. “Pressioni da Milano”, confessavano, un po’ preoccupati, nel M5s. Pressioni che venivano dalla Casaleggio srl, certo, che d’altronde sta già spedendo vari uomini di fiducia nelle strutture governative, da Palazzo Chigi ai dicasteri di via Veneto; ma anche, attraverso gli uffici di Via Morone, da varie aziende, in primo luogo quelle del settore energetico, già allarmate dall’attribuzione della delega in materia al deputato grillino Davide Crippa, novarese studioso e zelante, ma non troppo conosciuto negli ambienti che contano. Insomma, Di Maio ha dovuto prendere tempo, cercando di mediare. Ne sono nate giornate estenuanti, per il leader grillino, costretto da un lato ad arginare un incontenibile Matteo Salvini, e dall’altro a fronteggiare l’insistenza di chi, a qualsiasi ora, lo cercava per perorare la causa di un proprio assistito da promuovere ai piani alti dei ministeri. Ed è stato così che più di qualcuno, in questo tourbillon di conversazioni concitate e riservatissime, s’è sentito dire, dallo stesso Di Maio, “parlane con Vincenzo”, “dillo a Vincenzo”.

  

Ed ecco che “Vincenzo”, non esattamente amato da Davide Casaleggio – non tanto per via dei suoi trascorsi un po’ troppo trasversali, quanto piuttosto per il suo ascendente sul giovane Di Maio – e per nulla ben visto dai notabili grillini (“sta nel M5s dall’altro ieri, e già è convinto di poter comandare”, dicono di lui), si è sentito di nuovo investito dei compiti che meglio sa svolgere: stringere mani, promettere, dissimulare. E ciò nonostante – o forse: proprio per questo – avesse fatto, in apparenza, un passo in dietro al momento giusto. Quando ha visto spiattellate sul giornale amico le sue intercettazioni, vecchie di anni e relative a una amicizia – quella con “l’imprenditore della cricca” – di cui tutti in verità sapevano, si è ritirato nell’ombra, rifiutando volutamente quella visibilità che proprio Di Maio, imponendosi coi grandi capi della comunicazione, gli aveva voluto garantire. Il giorno stesso, camminando nei corridoi del primo piano di Montecitorio, ci tenne subito a far sapere che lui non avrebbe avuto un ministero. “Non farò parte di questo governo”, disse. E ai cronisti che, a sentirlo parlare così, sorridevano d’incredulità, ripeté: “Non sto scherzando”, e infilò le scale. Alla fine nell’esecutivo c’è entrato, seppur con un ruolo apparentemente defilato: sottosegretario con delega alle Pari opportunità. Ma chi lo ha visto muoversi, in questi giorni, chi lo ha sentito rivolgersi a Di Maio con tono perfino assertivo, per convincerlo a non mollare su Cozzoli, giura che non sarà solo quella, la sua mansione.

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