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La Lega della bilancia

Laboratorio Piemonte: la nascita del nuovo bipolarismo (sovranisti vs repubblicani) dipende da Salvini

6 Giugno 2018 alle 15:47

La Lega della bilancia

Foto LaPresse

Roma. Se è vero, come già si comincia a dire, che spetterà al Piemonte l’ingrato ruolo di laboratorio politico della Terza Repubblica, va detto che al momento quel che accade a Torino e dintorni dimostra soprattutto una cosa: e cioè che la nascita del nuovo bipolarismo all’italiana, se ci sarà, nascerà soprattutto per volontà di Matteo Salvini.

 

Spetta al segretario del Carroccio, infatti, sciogliere il dubbio in vista delle regionali del 2019: stabilire insomma se suggellare anche a livello territoriale l’alleanza – che alleanza però non si può chiamare, ancora – tra Lega e Movimento 5 stelle, dando definitivamente vita a quel polo sovranista e anti-establishment di cui è espressione il governo Conte, o se invece restare fedele all’alleanza con Forza Italia e Fratelli d’Italia, provando però a egemonizzare il centrodestra una volta per tutte. A giudicare dalle dichiarazioni di Sergio Chiamparino, in verità, il percorso sembrerebbe tracciato. L’attuale governatore proprio ieri ha ufficializzato la sua voglia di ricandidarsi, alla guida però di un’alleanza anti-populista, che raccolga i voti del Pd e del centro-sinistra, ma anche quelli dei moderati e degli elettori più o meno delusi di Forza Italia. Insomma, una riproduzione in scala sabauda di quel “fronte repubblicano” ipotizzato da Carlo Calenda, che rinunci a simboli di partito.

 

Riproduzione, peraltro, assai significativa per almeno due ragioni: innanzitutto perché a proporla è chi, negli scorsi mesi, è stato un dei maggiori teorici, dentro al Pd, del dialogo col M5s (“Chiappendino”, do you remember?); e in secondo luogo perché arriva a breve distanza da una analoga suggestione, lanciata però da Enzo Ghigo. “Ha parlato a titolo personale”, dicono i suoi compagni di Forza Italia di Torino, subito allarmati dal tentativo di riposizionamento dell’ex governatore. Ma la verità è che Ghigo, con la sua apertura a Chiamparino e all’idea di una coalizione larga di moderati, ha dato voce al malessere e allo spaesamento di tanti forzisti piemontesi, che in queste settimane, tra il consiglio regionale e il Parlamento, restano sospesi in un limbo d’incertezza, tentati dalla possibilità di chiedere asilo nel Carroccio e al contempo intenti a curare i propri contatti coi possibili futuri alleati del Pd. Del resto, se da un lato Chiamparino vagheggia un fronte anti-populista, dall’altro lato c’è chi allude proprio alla costituzione di un fronte opposto, sul modello di quello che governa il paese.

 

“Lo schema è cambiato, le differenze sono più quelle basate sulle storiche famiglie politiche europee, peraltro in fortissima crisi”, si è lasciato andare negli scorsi giorni il segretario regionale della Lega, il deputato Riccardo Molinari in corsa per diventare capogruppo a Montecitorio.

 

“La differenza oggi è tra chi rappresenta il popolo e chi invece rappresenta l’establishment”, ha insistito Molinari, quasi tradendo, in un eccesso d’entusiasmo, i progetti leghisti per il futuro prossimo. Al punto che, dopo le immediate proteste dei forzisti sabaudi, è intervenuto lo stesso Salvini a suggerire maggiore cautela. E così, a distanza di ventiquattr’ore, Molinari ha ritrattato, ribadendo la sua volontà di non rompere col centrodestra. Tattica, ovviamente, nell’attesa di capire se il nascituro governo gialloverde avrà vita lunga, o se invece si risolverà in un fallimento e dunque in un recupero dei vecchi schieramenti.

 

“Al momento non è affatto in discussione una alleanza elettorale tra noi e la Lega”, chiarisce al Foglio Davide Bono, leader storico del M5s in Piemonte. “E però ovviamente, dopo il voto, com’è accaduto a Roma, non ci sarebbe nulla di male – prosegue Bono – nel concordare un programma di governo condiviso per la Regione”. E in verità pure questa è tattica, perché sia i parlamentari piemontesi della Lega, sia i loro omologhi conterranei del M5s, dietro la garanzia d’anominato, sono quasi tutti concordi nel dire che sì, un accordo elettorale sarebbe un’ottima soluzione. “Non mi scandalizzerebbe affatto”, dice un deputato grillino; “E ci risparmieremmo pure la fatica e i costi della campagna elettorale”, conferma un collega del Carroccio. E forse è anche per provare a esasperare le ambiguità leghiste che Pd e Forza Italia hanno rilanciato la battaglia per la Tav. “Prima di bloccarla dovranno passare sul mio corpo”, ha tuonato ieri Chiamparino. Che poi, col pieno sostegno di Forza Italia, ha subito fatto votare, in consiglio regionale, una mozione a favore della realizzazione dell’opera. Il Carroccio si è accodato, lasciando i grillini soli sul fronte del No. “E’ un modo per stanare la Lega: stanno con noi o col M5s?”, confermano da Forza Italia. Dove sanno, però, che al momento Salvini può continuare a giocare su due tavoli, rimandando il più possibile il momento della scelta definitiva. Succede in Piemonte, ma non solo in Piemonte.

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