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I “paradisi artificiali” di Conte. Il lapsus, Baudelaire e la democrazia

Il presidente del Consiglio sbaglia quando parla di “paradisi fiscali”. Ma per illustrare il clima in cui è nato il suo governo è più utile un'altra opera, in prosa, del poeta: “Lo specchio” 

6 Giugno 2018 alle 10:16

I “paradisi artificiali” di Conte. Il lapsus, Baudelaire e la democrazia

Charles Baudelaire

La tendenza al calembour sembra ormai irresistibile come una pandemia: almeno da quando, per farne subito uno qui, l’opinione pubblica, cioè conversa in rete. Appena ci viene in mente una freddura, anche se inopportuna, pensiamo che la vita è troppo breve per non esternarla: ecco perché le bacheche dei social somigliano spesso a una pagina di Campanile o del Manifesto riuscite male. Ma mentre tutti s’ingegnano a trasformare i temi del giorno in giochi di parole, i suggerimenti meno triviali continua a darceli l’inconscio, il lapsus.

 

Paradisi artificiali”: così, ieri, ha chiamato i paradisi fiscali il presidente del Consiglio Conte parlando al Senato. Errore fecondo, avrebbero detto Savinio o Sciascia, dato che le oasi drogate della finanza appaiono lontanissime dall’economia reale. Ma ancora più irresistibile del calembour è nella nostra epoca la sovrainterpretazione, che anziché emancipare l’intelligenza finisce per opprimerla (o come dimostrano i prodotti universitari delle humanities, finisce per renderla davvero una intelligenza “artificiale”, di solito quasi indistinguibile dalla naturale leggerezza). Perciò meglio fermarsi qui.

 

Aggiungo invece che il lapsus di Conte mi ha ricordato un altro Baudelaire, quello del poemetto in prosa “Lo specchio”, perfetto per illustrare il clima in cui è nato il suo governo: “Un uomo orrendo entra e si mira. ‘Perché vi guardate allo specchio, non potendo voi vedervi se non con dispiacere?’. L’uomo orrendo mi risponde: ‘- Signore, in base agli immortali principi dell’89, tutti gli uomini sono eguali come diritti; dunque, ho il diritto di mirarmi; con piacere o dispiacere, ciò riguarda solo la mia coscienza’. In termini di buon senso, avevo probabilmente ragione io; ma, dal punto di vista della legge, egli non aveva torto”. 

 

Baudelaire, come Flaubert, criticava la retorica democratica nel periodo dell’ascesa borghese e dei miti progressisti. Noi siamo in una situazione molto diversa: dopo un secolo in cui sia la cultura insofferente verso la banalità della democrazia, sia la cultura devota al progresso hanno esaurito le loro carte, le rivoluzioni tecnologiche e post ideologiche riazzerano il contatore della storia moderna, e propongono di realizzare parodicamente le vecchie utopie e distopie a una middle class riproletarizzata. Un mutante rousseauiano ci grida da tempo che la sua faccia – la sua facebook – sarà pure orrenda, e così le sue idee, ma non esiste più nessuna cultura condivisa che sia legittimata a criticarle, ossia che possa farlo senza che la sua voce suoni come uno spocchioso o comico insulto al “popolo”. Solo che questo mutante, mentre pretende che tutto il paese, come già i media, gli faccia da specchio, è naturalmente pronto a disfarsi dei “diritti”, dell’“uno vale uno” e della “legge” non appena deve riempire il suo profilo vuoto con un progetto concreto di potere. Niente di nuovo: da due secoli, il dominio anche più brutale dei posti più alti si conquista solo facendo appello a chi sta in basso. Il nostro mutante, fratello di Chimera, chiede oggi la fiducia sotto forma di Cerbero a tre teste: una truce (Salvini), una per così dire “decostruzionista” (Di Maio: discutere con lui è come fare a pugni con la nebbia) e una funzionariale (Conte, i professori). Il suo è un governo buro-estremista. Uno scrittore più vicino a noi di Baudelaire, Franco Cordelli, ha scritto che la democrazia è il selvaggio e il suo contrario. Non vorremmo ridurre la sentenza a quella del Brega che fa un’iniezione alla sora Lella, e insomma al “fero” e alla “piuma”. Certo la convivenza di estremismo e burocrazia è assai sinistra: ricorda quella – tipica dei paradisi artificiali – di violenza e torpore. Ciò che tra i due poli non trova spazio né legittimità è il “buon senso”, o meglio, in altra lingua, il common sense: che indica il limite, e il decoro liberale.

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