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Gianfranco Rotondi spiega perché gli piace così tanto Luigi Di Maio

Che abbia o no la laurea, è un cruccio da fighette della Seconda Repubblica, un tormentone del tempo in cui siamo andati allegramente fallendo confortati dai curricula dei professori e dei paladini della società civile arruolati al governo

1 Giugno 2018 alle 10:22

Gianfranco Rotondi spiega perché gli piace così tanto Luigi Di Maio

Foto LaPresse

Dico subito che su Luigi Di Maio ho un pregiudizio positivo perché è nato come me ad Avellino, e da quelle parti ci siamo bevuti alla lettera il complimento che Pertini ci fece nel 1980 per consolarci del terremoto: saremmo una riserva dell’intelligenza nazionale ,tranne il dettaglio che il vecchio Sandro aveva a che fare con l’avellinese Maccanico e noi con Luigino che oltretutto ad Avellino ci è solo nato. In realtà la cittadinanza avellinese la meriterebbe sua mamma, una insegnante che volle scodellare tutti e tre i suoi figli nella Clinica Santa Rita di Avellino dove tuttora opera l’infermiera che per prima prese in braccio il futuro capo politico del Movimento Cinquestelle: “Non emise nemmeno un urletto”, assicura la signora Anna documentando il self control di cui Luigi dava prova fin dalle fasce. La vita di Luigi è scorsa tutta a Pomigliano d’Arco, ma questo non diminuisce il suo pedigree politico: Pomigliano non ha la tradizione dell’enclave irpina ma è la palestra più seria della sinistra partenopea. “Non capisci Di Maio se non conosci Pomigliano d’Arco”, spiega l’ex governatore campano Caldoro, come me estimatore di Di Maio: “L’unica realtà in cui la sinistra batteva democristiani e socialisti per qualità era Pomigliano, e Luigi ha respirato quell’aria, viene da quella scuola”. I maligni dicono che è l’unica scuola praticata con impegno da Luigi, visto il curriculum universitario ancora monco.

 

E qui spezzo la prima lancia a difesa di Di Maio: che abbia o no la laurea, è un cruccio da fighette della Seconda Repubblica, un tormentone del tempo in cui siamo andati allegramente fallendo confortati dai curricula dei professori e dei paladini della società civile arruolati al governo. La politica che fece grande l’Italia fu opera di signori che oggi definiremmo “professionisti della politica”, ossia gente che nella vita non ha fatto altro: il bibliotecario vaticano De Gasperi, ma anche Nenni, Togliatti, Almirante. E parlo dei giganti sulle cui spalle sono stati seduti giovanotti non laureati che pure hanno guadagnato i galloni di statisti: due a caso, Craxi e D’Alema. Luigi Di Maio è un professionista della politica. Non avrà magari i numeri di quelli che ho citato, o forse sì, chissà. Si incazzerà da morire ma la sua definizione è questa: un professionista della politica messo a capo del partito antipolitico. E’la controprova spietata del mio teorema per cui è sempre meglio la casta:anche a capo del grillismo ci è finito un professionista,perché uno non vale uno,e pure tra i grillonzi cliccati al computer è svettato uno che ha frequentato l’università solo per organizzarne le elezioni studentesche.

 

A Montecitorio Luigi finì sullo scranno di vice Presidente a 26 anni, alla stessa età in cui Colombo Sullo e Andreotti divennero semplici deputati alla Costituente. Nelle mie sei legislature ho visto solo uno presiedere l’aula con più padronanza di Di Maio: Pier Ferdinando Casini, che però due o tre volte ha perso la calma. Luigi mai, eppure presiedere la Camera è come tenere ordine in una piazza con 630 persone chiassose e rissose. Il mestiere naturale di Luigi era presiedere la Camera, occorreva una riforma che ci permettesse di assumerlo stabilmente in quel ruolo.

 

Invece a un certo punto si è candidato a premier e forse si è un po’ incasinato. Mi era chiaro che avrebbe sfondato: il ragazzo piace perché è serio, vale per lui ciò che si diceva del dc Publio Fiori: è il genero ammodino che tutte le mamme vorrebbero. E quando sei così i voti li prendi a prescindere. Cosa gli è mancato? Niente, ha perfino portato il Movimento a superare il tabù del rifiuto delle alleanze, ha varcato il Rubicone del patto col demonio leghista. L’albero proibito che gli è valso la cacciata dal paradiso di palazzo Chigi si chiama Silvio Berlusconi: se non avesse posto il veto su di lui, Luigi forse sarebbe già a Palazzo Chigi perché non si può escludere che Silvio,g ià colpito dalla compitezza del giovanotto, non decidesse di risolvere così la complicata vertenza della leadership del centrodestra. Invece il ragazzo di Pomigliano si è attardato sul tabù anti berlusconiano. Resta il dubbio se abbia obbedito alla pancia del Movimento o agli antichi istinti della palestra comunista pomiglianese. Di sicuro quello di Silvio è l’impeachment di cui Luigi è più pentito.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    01 Giugno 2018 - 12:12

    Il solito Gianfranco Rotondi che sale sul carro dei vincitori o presunti tali. Ma la Dc era tutta un'altra cosa. Rotondi con la sua esperienza di tante legislature dovrebbe dire ai suoi amici di gruppo che in Italia serve la rinascita dei partiti, ma con regole democratiche, ovvero applicare l'articolo 49 della Costituzione. Altro che partiti personali in genere o manovrati addirittura dal web.

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