La nemesi di Di Battista che vuo’ fare l’americano è Berlusconi

David Allegranti

Roma. Scrivere l’epica quotidiana della decrescita, soprattutto applicata a se stessi, è un mestiere complicato. Non fosse altro perché ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa. Prendete Alessandro Di Battista, che prima ha scritto un libro sull’essere babbo come se fosse il primo babbo della storia dell’umanità e poi, forte di quell’epica applicata ai pannolini, si è lanciato nel viaggio sudamericano con cui da settimane ci sfracella i cosiddetti. Chiunque ormai sa che Dibba partirà il 29 maggio, anche perché lui lo ripete ovunque, in ogni post di Facebook. “Stiamo svuotando la casa”, scriveva lunedì scorso. “Il 29 maggio partiremo in 3 (io, Sahra e Andrea) direzione San Francisco. Fino a dicembre saremo sulle strade d’America. Dalla California a Panama, con i mezzi pubblici, andando a caccia di idee, di persone che lottano per i loro diritti, di Politica con la P maiuscola”.

  

Con i mezzi pubblici, a caccia di idee. In loop. Con i mezzi pubblici, a caccia di idee. Immaginiamo che seguiranno resoconti, scontrini, elenco delle spese, “instastories” on the road nelle quali racconterà le idee trovate sui mezzi pubblici (i famosi mezzi pubblici sudamericani) e pubblicate anche sul Fatto Quotidiano, di cui sarà reporter (sai che note spese!). Ma questo viaggio sugli Atac californiani, sperando che almeno quelli non prendano fuoco, è la nemesi per Dibba: “Sei mesi in giro per il mondo? Ma ti chi paga?”, ci si chiede sull’Internet, come se Di Battista fosse uno qualunque della casta. E la risposta è facile, per quanto dolorosa per i Dibba: chi paga? Berlusconi! La Mondadori infatti gli ha comprato un nuovo libro dopo quello sui diari della paternità e si favoleggia sui compensi (il Giornale ha parlato di 400 mila euro di anticipo).

 

E, nemesi per nemesi, al suo ritorno, Dibba rischia pure di trovarselo come avversario, Berlusconi, il male assoluto secondo i canoni del M5s prima che tentasse di istituzionalizzarsi e prima che il Cav. concedesse la sua benevola opposizione, qualunque cosa voglia dire, al governo fra leghisti e grillini. “Partirò il 29 maggio – scriveva Dibba l’11 aprile – ma quando ho detto che sarò sempre un attivista del Movimento 5 stelle non scherzavo mica. Non mi sono candidato ma cambia poco. Non tollero che il mio paese sia ancora – oscuramente – governato da quei soggetti che l’hanno portato alla rovina. Non tollero che una Repubblica fondata sul lavoro sia stata trasformata in una Repubblica fondata sul ricatto politico. Come può un uomo come Berlusconi dettare ancora legge? Che armi ha in mano per far tutto ciò oltre alle televisioni? Come può Salvini parlare di legalità e andare a braccetto con un uomo dalla ‘naturale capacità a delinquere’ (parole del Tribunale di Milano) come Berlusconi? Di cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al ‘Tinto bass’ di Arcore o della fine di qualche possibile finanziamento? …Io considero da 25 anni Berlusconi e ancor di più il ‘berlusconismo’ con tutte le sue manifestazioni successive (il renzismo ne è una delle tante) il male assoluto del nostro Paese”.

 

Per Dibba la condizione necessaria per tirare su l’Italia è “far fuori, definitivamente, il berlusconismo”. E dire che il viaggio sudamericano servirà proprio a dimenticare il demone del berlusconismo, quello che – secondo la pubblicistica travagliesca – è avvinghiato alle sorti della repubblica, persino a quelle della Terza, che pure dovrebbe essere la repubblica dei cittadini. Purtroppo non riuscirà, Dibba, a dimenticarsi di Berlusconi, non riuscirà a liberarsene. Nel frattempo però lo showman del M5s, che ha il senso dello spettacolo come Beppe Grillo, e per questo è il suo vero erede, può solo andarsene, perché non è questo il suo tempo. In politica la scelta del momento è esiziale e il tempo di Dibba il cooperante arriverà, ma solo dopo che Di Maio avrà finito il suo quarto d’ora di celebrità.

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