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Verso un esodo a cinque stelle?

Tecnici e “miracolati” pronti a votare la fiducia. Le indagini interne per scovare i disertori

8 Maggio 2018 alle 16:35

Verso un esodo a cinque stelle?

Roma. Sergio Mattarella ha terminato di parlare da pochi minuti appena, quando dal cerchio ristretto che circonda Luigi Di Maio parte il segnale. “Si resta fermi sul No”. Ordine preciso, ribadito poco dopo anche via Twitter. “Nessuna fiducia a un governo ‘neutrale’, sinonimo di governo tecnico. Si vada al voto a luglio!”, scrive il capo politico pentastellato, prima di dare inizio all’assemblea congiunta dei parlamentari.

 

Dà insomma un’indicazione categorica, quasi a voler affogare, prima ancora che diventi concreta, la paura che in verità qualcuno, nella folta pattuglia di deputati e senatori, possa scantonare. La stessa paura, grosso modo, che lo ha spinto, nei giorni scorsi, a indagare in modo neppue troppo discreto, per capire se davvero fosse così consistente il manipolo dei neo-eletti pronti ad abbandonare il M5s e appoggiare un eventuale esecutivo tecnico. “Almeno una quindicina”, si dava per scontato che fossero i disertori ancora nell’ombra, secondo quanto risultava a chi, nel M5s, era addetto a tenere i conti. E così Di Maio ha chiesto, si è informato, ha fatto poi i calcoli insieme ai suoi uomini di fiducia. Ieri, poi, è stato Danilo Toninelli a denunciare l’operazione in modo esplicito: “Il centrodestra chiede di andare al governo senza avere i numeri. Come? Sperando di avere i voti dei voltagabbana. Per impedirglielo e per impedire anche il secondo catastrofico scenario, cioè quello di un governo tecnico appoggiato da Renzi e Berlusconi con in più sempre i voltagabbana, la soluzione migliore – ha scritto su Facebook il capogruppo del M5s al Senato – è andare al voto già l’8 luglio. Siamo pronti e sono convinto che lo siano gli italiani”.

 

Segno, insomma, che il timore di veder partire a tutti gli effetti la legislatura, magari anche grazie alla truppa di fuoriusciti“responsabili”, c’è. I principali sospetti, in questo senso, s’addensano in una nube di diffidenza e astio preventivo sulle teste di quei neo-eletti pescati dalla società civile e arruolati in tutta fretta a ridosso del 4 marzo. Nella narrazione grillina da campagna elettorale, “le migliori energie del paese pronte a mettersi al servizio del progetto del Movimento”; ora, nei conciliaboli tra i grillini più anziani, vengono visti come “le prede perfette per le vecchie volpi” del Parlamento a caccia di voti. Un deputato pentastellato la prende con ironia: “Dovevano mettere testa e cuore. Ora magari il cuore potrebbero lasciarlo da parte, e pensare piuttosto al deretano”. Il riferimento è all’attaccamento alle poltrone, ovviamente. Ed è un riferimento ironico anche se il problema è tremendamente serio. Perché è chiaro che chi nel Movimento è arrivato da pochi mesi, e ha beneficiato dell’exploit elettorale a cinque stelle, all’idea di rinunciare allo scranno per permettere a Di Maio di lanciare il suo ballottaggio, non fa certo i salti di gioia. “Obbedire alla linea e tornare al voto? Fossi in loro neanche io lo farei”, ammettono, con onestà intellettuale mista a rassegnazione, i pentastellati. I quali, peraltro, ammettono che un problema, coi neofiti della politica, esiste. “Se vieni dal mondo accademico o da un prestigioso ente pubblico, fai fatica a comprendere certe logiche, e dunque ti lamenti perché il tuo capo politico magari non ti consulta o non ti blandisce come faceva un tempo”. E insomma, c’è chi davvero comincia a sentirsi, tra i “supercompetenti”, come un utile idiota abbandonato al suo destino.

 

Non ci sono, però, solo loro. Ad agitare i pensieri di Di Maio, infatti, ci sono anche i neoletti del nord. Quelli che sanno, cioè, che una esasperazione dello scontro con la Lega, in vista del “ballottaggio” che verrà, finirà col dare ancora più forza a Matteo Salvini in regioni dove il Carroccio ha già dato ampia prova di forza, mettendo in sofferenza il M5s. E siccome, poi, le convenienze personali e le umane bramosie non conoscono certo confini, anche al Sud la situazione potrebbe sfuggire di mano. E infatti ieri, in Transatlantico, una pattuglia dei deputati campani rifletteva ad alta voce insieme a colleghi assai più navigati. E la paura era la stessa: “Chi è stato eletto come quarto nel listino proporzionale in Sicilia, o chi in Calabria ha vinto l’uninominale grazie a 300 voti, chi insomma si è visto baciato dalla fortuna, difficilmente rinuncerà al montepremi per tentare una seconda volta la sorte alla roulette”. Questo, grosso modo, il timore diffuso. Stemperato appena, semmai, da una tiepida consolazione: “Fare un gruppo di ‘responsabili’ stavolta sarà dura, non essendoci un Alfano che federa”. E provocava uno strano senso di straniamento, constatare che a riconoscere all’ex delfino di Berlusconi un qualche “quid”, fosse proprio un deputato a cinque stelle.

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