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Al Pd serve una leadership autorevole per uscire dall'impasse. Perché non Renzi?

Il partito sembra incapace di decidere una sicura rotta politica ed è dilaniato da una guerra interna

17 Aprile 2018 alle 18:00

Al Pd serve una leadership autorevole per uscire dall'impasse. Perché non Renzi?

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Al direttore

C’è un sottoprodotto dello stallo e dell’avvitamento della formazione del governo: l’impasse del Pd. Che, pare di capire, sembra incapace di decidere una sicura rotta politica - dialogo e trattativa o disimpegno - ed è dilaniato dall'esplosione dei “cento fiori” nelle candidature a, non si capisce bene, reggenti o segretari legittimati all’assemblea del partito. Preoccupante. Al di là delle simpatie o meno per il leader dimissionario, occorrerebbe prendere atto che la procedura seguita ha prodotto effetti devastanti ulteriori alla crisi del Pd.

 

Era evidente l’incongruenza e l’anomalia della decisione (motivata con le regole statutarie) presa. Come si è potuto pensare che la burocratica deposizione di Renzi, nella fase più delicata della formazione del governo, avrebbe potuto conferire saldezza, autorevolezza, tenuta e affidabilità al secondo partito (molti lo dimenticano) del paese? E dov’è la correttezza di dimissioni che non si materializzano alla coda di una discussione politica, di un confronto di analisi e linee politiche? Può un partito segnato da una leadership forte, di cinque anni, tra l'altro, di guida del governo e di marcata trasformazione del profilo identitario, smaterializzare questa leadership come d’incanto? Senza una discussione? Dov’è il carattere democratico di questa colossale e ipocrita rimozione? Perché i capi del Pd non hanno consentito che la resa dei conti tra loro e con Renzi avvenisse nel quadro di un confronto di linee e progetti? In un congresso, come avviene di solito in comunità democratiche? Perché la fretta, il colpo di spugna, la rimozione? Che ha decapitato il Pd nel momento più delicato?

 

Non si può credere ad improvvidenza, dilettantismo dei dirigenti o ad un atto di superbia, comprensibile, di Renzi. Malizia vuole che pensi ad altro. Che si coltivasse un’illusione: la rimozione immediata, senza gradualità e tempismo adeguato di Renzi, serviva a mettere sul tavolo della crisi politica la disponibilità immediata del “secondo forno”: rimuovere Renzi per indirizzare subito la crisi verso l’esito agognato da una vasta rete di osservatori, commentatori, influencers e, anche, interessi reali: una guida a 5 stelle temperata e garantita (in economia, nei rapporti internazionali, in Europa) dalla funzione di tutor della forza di sistema per antonomasia, il Pd. Complottista come tesi? Non direi. Ricordiamo l’avvio del confronto per il governo, la baldanza di Di Maio, la sicurezza con cui i leader del movimento e molti supporter (con alla testa il Mis-Fatto Quotidiano ma anche altri) si intascavano la “disponibilità” e la “responsabilità” del Pd? Il disegno non ha retto. E non, come si dice, per i veti di Renzi o per le sue trame nell’ombra. Non ha retto per la sua inconsistenza politica, vuotaggine e fragilità.

 

Una maggioranza 5 Stelle/Pd non esiste nei numeri, è quella più debole tra tutte le ipotizzabili soluzioni, sarebbe quella più a termine e precaria. Per il Pd un gratuito e bizzarro suicidio. Ma non ha retto (e non reggerà) anche per un altro motivo, sinora, sottovalutato: il Pd, dopo i 4 anni di governo e di guida di Renzi, è realmente cambiato. Ha un’identità (iscritti ed elettori) ormai, consolidata di formazione di centrosinistra (non di sinistra), europeista, liberale, ferma nelle convinzioni occidentali. Il Pd di oggi, lo avevano sottovalutato anche gli scissionisti al tempo, è realmente un aggregato politico irriducibile ad una commistione con gli estremismi, i sovranismi, i populismi di destra e di sinistra. Il Pd non regge, nelle condizioni di oggi al “dialogo” con Di Maio. Non ne comprende ragioni e motivazioni. Tantomeno quelle di dirigenti che hanno mostrato troppa fretta nel rimuovere il leader. Diffida.

 

Ora però il Pd è finito in un imbuto: non può, oggettivamente, percorrere l’illusione del protagonismo, del dialogo con i 5 stelle ma si ritrova nudo e frustrato. Senza una leadership autorevole, sballottato come bandierina dai vincitori delle elezioni e privo di un ubi consistam. Temo che stia per infilarsi nelle consuete trappole: dispute interne esoteriche, criptiche per i comuni mortali, incomprensibili all’universo mondo. E tutte introverse: segretario o reggente, congresso subito o fra un po’, primarie o elezione. E intanto autocandidature a segretario a gogò. E senza uno straccio di politica e programmi. Tolto Renzi è saltato il tappo e trasborda schiuma, impalpabile. Il Pd avrebbe bisogno di tre cose: l’azzeramento della guerra interna, il rinvio del confronto interno ad un congresso futuro (dopo la crisi), una leadership autorevole. Per tutto il tempo della crisi politica. Perché non Renzi? Sulla base di un patto interno di condotta e di linea politica e di garanzie di collegialità (che non è un caminetto). Una tregua fino al congresso. Dove si spera che torni la politica, il programma e le idee.

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Commenti all'articolo

  • barbaragiacchero

    17 Aprile 2018 - 20:08

    Sante parole

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