Perché solo al Quirinale i partiti smettono di litigare e dialogano

Giovanni Maddalena

Sono incominciate le consultazioni per la formazione del governo. Le consultazioni, ossia il dialogo con il Presidente della Repubblica di tutte le forze parlamentari, non sono parte della Costituzione formale ma di quella materiale. Si fa così perché si è sempre fatto così, da quando c’è la Repubblica. Su Radio 2, martedì 3 aprile, Antonella Rampino spiegava che nello studio del Presidente della Repubblica si dovrebbero “decantare” gli eccessi della campagna elettorale, spesso condita di promesse esorbitanti, e dovrebbe così attuarsi la politica vera.

 

In che cosa dovrebbe consistere però la decantazione? Perché gente che si è reciprocamente attaccata, denunciata, alle volte vituperata, dovrebbe improvvisamente trovare la calma e la via di pacifica convivenza, se non di alleanza, solo perché seduta di fronte a un signore che presumibilmente farà le stesse domande di tutti noi: che cosa intendete fare? Come pensate di governare? Alleandovi con chi?

 

Eppure l’inspiegabile cambiamento è avvenuto molte volte nella storia della Repubblica. L’impensabile è stato pensato: governi di minoranza, compromessi tra forze opposte, composizioni variegate e multicolori. Alla fine, spesso, la decantazione è avvenuta davvero, salvo forse nei cosiddetti “governi del Presidente”.

 

Che cosa accade o dovrebbe accadere, dunque, in questo dialogo? Lasciando perdere qui la potenza simbolica del Quirinale, vorrei invece far emergere il potere del dialogo stesso. Ci sono tanti tipi di dialogo. La sapienza umana e la filosofia ne hanno fornito diversi esempi: dialoghi sapienziali e veritativi à la Socrate, dialoghi interiori, dialoghi finalizzati alla comprensione e all’interpretazione, dialoghi basati sulla proceduralità e dialoghi basati sull’utile.

 

Quale tipo di dialogo avviene dentro lo studio del Presidente e quali sono le sue caratteristiche? Perché il dialogo delle consultazioni ha avuto spesso il potere della decantazione? Il fatto è che un dialogo autentico, capace di mutare le posizioni altrui senza oscurarne l’identità, e anzi a partire da essa, è innanzi tutto un dialogo che ha bisogno di fisicità e discrezione. Parlare faccia a faccia e al riparo da occhi e orecchie estranee non è una violazione della democrazia, ma una sua salvaguardia. Solo così il dialogo può far parlare davvero anche i corpi, le espressioni del viso, le intonazioni della voce, e solo così questi elementi possono essere sinceri, non deformati dal sapersi visti da dietro uno schermo. Inoltre, in un dialogo autentico devono venire fuori i sentimenti e gli atteggiamenti, quelle aperture o chiusure della libertà che determinano spesso in partenza l’esito di un’intesa o di un accordo. Infine, devono emergere le convinzioni profonde, quegli abiti mentali e quei fini che hanno convinto qualche milione di italiani della bontà dell’una o dell’altra forza politica, o almeno dell’una rispetto all’altra. Sono piani molto diversi, non solo affidati al valore simbolico delle parole.

 

Il dialogo delle consultazioni non può essere destinato a trovare la verità come quello di Socrate o come quello, molto diverso, di Agostino né può essere una mera procedura e, neanche, un esercizio ermeneutico di fusione di orizzonti diversi. Il dialogo che speriamo accada deve essere un “gesto”, ossia un’azione capace di portare avanti il significato del bene comune dell’Italia attraverso una molteplicità di elementi, fisici, affettivi e intellettivi integrati che rispettino l’identità degli interlocutori che dovranno poi governare il Paese. Perché questo dialogo autentico “accada”, diceva il filosofo Martin Buber sottolineandone la non meccanicità e il suo carattere di avvenimento, bisogna che tutti i convenuti siano essenzialmente “rivolti a”, all’altro e a un orizzonte di senso. Inoltre, aggiunge la filosofia del gesto, occorre anche la capacità di far interagire tutti i piani menzionati, fisici e semiotici. È qui che si rivela centrale la persona del Presidente della Repubblica ed è alla sua capacità effettiva di dialogo non menzognero, capace di capire e accogliere le differenze per farle operare per il bene di tutti, che è affidata buona parte del destino futuro del nostro Paese. Forse, le molte e profonde incomprensioni sociali che hanno segnato l’Italia degli ultimi trent’anni – in modo paradossalmente più forte del Paese ideologicamente ma non antropologicamente diviso degli anni precedenti – si devono anche alla mancanza dell’avvenimento di un dialogo come “gesto” pieno di significato nello studio del Quirinale.

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