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Al Pd servono cultura e sogno

Un progetto identitario e una fase costituente per ripartire dopo i risultati delle elezioni politiche. La lettera di Gianni Dal Moro  

4 Aprile 2018 alle 15:52

Al Pd servono cultura e sogno

Foto LaPresse

Al direttore - Consegniamo al nuovo Parlamento e al nuovo governo un paese con tutti gli indici economici migliori rispetto a quelli che abbiamo ereditato. Il Pd è stato certamente il partito che ha portato il paese fuori dalle difficoltà. Ma non è stato percepito come il partito della difesa degli interessi della gente comune. Abbiamo raccontato la parte bella della globalizzazione, pur non nascondendo le difficoltà, ma hanno votato Lega e M5s perché spaventati dalla diseguaglianze create dalla globalizzazione stessa. Il Pd non ha saputo rappresentare le sofferenze generate da queste diseguaglianze. Altri, Lega e M5s si sono messi al fianco di quella parte del popolo sofferente urlando più dello stesso popolo, promettendo loro di ridurre queste loro pene. Non è stato quindi solo un voto di protesta ma per tanti anche di speranza: una speranza di poter stare meglio liberandosi del Pd. Pensiamo di aver fatto il nostro dovere e ottenuto risultati importanti, ma non è sufficiente. Perché?

  

Perché la gente ti vota per quello che farai o prometti di fare non per quello che hai fatto; per quello… ti ha già votato. Perché dopo il 4 dicembre 2016 non siamo stati più credibili nonostante tutti i nostri sforzi. Ma tornando alla realtà di queste settimane post-voto, mi hanno colpito la mancanza di qualsiasi analisi approfondita fuori dal nostro stretto giro. Occorre ora prendere coscienza che il tempo delle scorciatoie e dei singoli nomi è finito, dobbiamo ricostruire la comunità non le leadership. Dobbiamo ricostruire i fondamentali della nostra comunità, non disegnare nuove carte d’identità. Così non funziona più! Ora si deve cambiare, partendo da un nuova proposta identitaria, da una nuova modello di rapporto con la comunità, da nuove risposte ai problemi di oggi.

  

Poi sul nuovo progetto che emergerà si sceglierà la nuova classe dirigente e si eleggerà la nuova leadership. Non intendo ripercorre la mitica retorica del “ripartiamo dal basso o dai circoli” che ad ogni sconfitta mettiamo in campo. Penso invece che la nuova classe dirigente del Partito democratico debba assumersi le proprie responsabilità favorendo un’ampia discussione dentro e fuori il partito su un nuovo progetto identitario e su una nuova proposta programmatica. Un processo capovolto e credo più coerente.

  

Diversamente, la contrapposizione sulle nuove “figurine” porterà inevitabilmente all’implosione. Prolungheremo solo l’agonia di una proposta in crisi di identità e di rappresentanza. Ora tutti ripartano dalla stessa linea di partenza: rendite di posizioni o tatticismi sono terminati. Tutti si rimettano in discussione. Nessuna fuga in avanti sarebbe utile in questo momento, ora alla comunità del Partito democratico tocca rifondare il Partito democratico. Serve una nuova fase costituente per aggiornare la proposta politica di un partito riformista europeo di fronte ai nuovi scenari economici e sociali che la globalizzazione impone; occorre adeguare lo strumento-partito come lo abbiamo ereditato perché non solo non funziona più, ma corre il rischio di essere controproducente; serve rielaborare un nuovo rapporto tra leadership e corpi intermedi generando un nuovo modello di confronto, non di corporativismo ma di collaborazione. Servono nuove risposte, anche oltre le nostre enciclopedie culturali, ai problemi di una società attraversata da paure e preoccupazioni. Possiamo essere l’avamposto di una nuova rielaborazione di un nuovo riformismo europeo.

  

Dobbiamo fare in fretta. Il tempo della politica, non coincide più con il tempo della società civile, quello che oggi vediamo fra qualche mese potremmo non scorgerlo più. La nuova fase costituente del Partito democratico può essere anche l’occasione non solo di rigenerare ma anche per aprire le porte del nostro Partito, meno classe dirigente autoreferenziale e più rappresentanze sociali, più comunità civile, più attivisti che iscritti, più professionalità e competenza. Più passione e cultura. Ora ad un populismo non solo di protesta ma anche di speranza bisogna rispondere con una progetto politico profondo e visionario, ad una politica che punta sulle suggestioni ed emozioni bisogna contrapporre idee e la cultura della ragione; a chi scommette sulle paure bisogna contrapporre risposte credibili e concrete che sappiano interpretare i bisogni e i disagi dando speranze e risposte migliori.

  

Ma la ragione e la cultura non sono sufficienti: occorre raccontare un sogno, un obbiettivo che faccia intravedere benefici individuali e non solo di sistema, puntando non più sul nuovismo fine a se stesso, ma su una classe dirigente preparata e competente. Il Pd, insomma, ha bisogno di studiare. E devono studiare i suoi ceti dirigenti, i suoi attivisti, i simpatizzanti, gli intellettuali vicini, gli amici. Bisogna studiare quali cambiamenti sulla vita delle persone sono arrivati con la globalizzazione e quelli che arriveranno con la rivoluzione tecnologica e l’intelligenza artificiale che è solo agli inizi. Dobbiamo puntare sulle nostre migliori esperienze e competenze contrastando l’idea che la politica possa tradursi in appiattimento e generalizzazione se non peggio in banalizzazione. L’incompetenza al servizio dei cittadini è il vero rischio per la nostra democrazia rappresentativa. Occorre coniugare sapienza e buon senso per aggiornare una nuova proposta riformista per il paese. Di questo c’è bisogno non solo in Italia ma in Europa. Il riformismo italiano ha l’urgenza di agire, di operare fuori dagli schemi del passato interpretando anche in chiave mediatica nuovi linguaggi e modelli di comunicazione più identitari e identificabili. Questo è il tempo che ci è dato vivere: ora serve una nuova fase costituente o per una terza fase del Partito democratico o per la costituzione di una nuova comunità politica.

  

*deputato del Partito democratico

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