La “variabile Fico” nel M5s che non può avere unica voce per trattare

Marianna Rizzini

Roma. E’ giorno di veti sottesi e inquietudini sottili, per il M5s, il giorno della vigilia (ieri) dell’inizio delle votazioni per i presidenti di Camera e Senato (oggi). E la vigilia, fin dal mattino, consegna l’immagine di una rupture preventiva nella concordia che i Cinque stelle finora hanno voluto mostrare, e che invece si è infranta sull’orlo della possibile, cordiale intesa tra il M5s e Silvio Berlusconi, colui che per Paola Taverna, e non soltanto per lei, è l’uomo “vade retro”, non previsto come compagno di tavolo per le trattative. E però la realtà ha già assalito il candidato premier Luigi Di Maio, che ieri, da un lato, si vedeva costretto a rimandare l’assemblea con gli eletti prevista per la tarda mattinata, e dall’altro, a ridosso della sera, faceva sapere di essere pronto a ricevere i capigruppo di tutte le forze politiche negli uffici del M5s. Intanto, però, la diversità di vedute interna, sintetizzabile nei giorni scorsi con la linea del “facciamo il nome di Roberto Fico” per tenere aperto il canale con il Pd, tanto più dopo che il dem Ettore Rosato aveva parlato di riaprire il confronto “ripartendo da zero”, diventava sempre più un “non si può non considerare l’area Roberto Fico”.

 

L’ex presidente della Vigilanza Rai, infatti, grillino ortodosso e relativamente “più di sinistra” di Di Maio, eletto nella Campania del gran successo a cinque stelle, ieri mattina incontrava il candidato premier grillino, e proprio nel giorno in cui, in teoria, l’assemblea congiunta dei neoeletti deputati e senatori a 5 stelle avrebbe dovuto sancire la sua incoronazione a nome risolvi-problema al posto di quello più “dimaiano” di Riccardo Fraccaro. E se i giochi durante la giornata si complicavano al punto da rendere, al tempo stesso, tutto impossibile e tutto possibile, Roberto Fico appariva comunque, rispetto agli equilibri interni a cinque stelle, colui che si era seduto sulla riva del fiume in modo fruttuoso. Mesi fa, infatti, alla festa del M5s a Rimini, Fico non era salito sul palco su cui Luigi Di Maio veniva ufficialmente investito del compito di vestire i panni del candidato premier. E sebbene Fico, anche detto “l’oppositor silente” per l’attitudine allo scontro non frontale, non desse segni di insofferenza evidenti, il fatto che non fosse uno degli uomini-ombra di Di Maio diventava certezza. Non soltanto per via delle posizioni su immigrati, unioni civili e fine vita – per le quali veniva appunto soprannominato “il Cinque stelle di sinistra” (a parte l’Alessandro Di Battista terzomondista) – e non soltanto per la frase poi ribadita nell’intervista al Corriere del Mezzogiorno dopo le elezioni (“non saremo mai la Lega del sud”), ma anche per via dell’atteggiamento tenuto rispetto alla personalizzazione della leadership (vedi proprio caso Di Maio) nel movimento che, secondo gli ortodossi, sarebbe dovuto restare per sempre simile all’Eldorado disegnato un tempo da Beppe Grillo, quello “orizzontale” e “dal basso”, tanto più dopo la fallimentare esperienza del Direttorio. Diceva infatti Fico, mentre Di Maio consolidava la sua leadership, che “gli eccessi di personalismo e di egocentrismo” non servivano a nessuno, specie se non si voleva diventare come i partiti, “che mica sono nati in modo sbagliato”, ma che poi “sono crollati sotto i personalismi, le divisioni, le correnti. Sono l’anticamera della fine e il M5s deve avere gli anticorpi”.

 

E anche se Fico – che a Napoli ha iniziato il suo percorso politico dopo varie esperienze tra internet e il turismo, e che alla testa della Vigilanza Rai si faceva notare per non-polemismo – è sempre stato dissidente sottomarino, defilato, cortese al limite paradossale della non-dissidenza, l’esistenza di un’ufficiosa e sempre smentita “corrente Fico” risulta improvvisamente utile, se non provvidenziale, per il M5s, in giorni di trattativa come questi, dove chi non voleva essere partito deve per forza fare come fan tutti.

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