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Putin, Di Maio e i leader taumaturghi

C’erano una volta i re che avevano il potere di guarire. Storia di una fake news ante litteram, e del bisogno popolare di credere, che somiglia molto alla nostra società. Il gran libro di Marc Bloch

19 Marzo 2018 alle 10:46

Putin, Di Maio e i leader taumaturghi

Il primo marzo 2018, in diretta a reti unificate, Vladimir Putin ha rivelato al popolo russo di essere in grado di fare una magia. Sotto la sua illuminata guida la Russia produrrà un missile magico. “Magico”, come aggettivo, non l’ha usato. Ma “invisibile” sì. Per i cittadini assetati di vittorie immaginarie, è la stessa cosa. Un nuovo missile che “può raggiungere qualsiasi punto del mondo” e non può essere intercettato. Sullo schermo alle sue spalle, volavano video e grafici strabilianti. Il 28 febbraio 2018 a Pescara Luigi Di Maio ha presentato “il programma di governo del Movimento cinque stelle con tutte le coperture economiche”. I “20 punti per la qualità della vita”. Il 4 febbraio 2018 Silvio Berlusconi ha annunciato che avrebbe provveduto al rimpatrio in poche settimane di 600 mila immigrati irregolari.

 

Il 27 aprile 1340 frate Francesco dell’Ordine dei Predicatori, vescovo di Bisacca nella provincia di Napoli, cappellano di re Roberto d’Angiò e ambasciatore del re d’Inghilterra Edoardo III, si presentò davanti al doge di Venezia. Stava per scoppiare la Guerra dei cent’anni, si esperivano vie diplomatiche e si cercavano alleati. Per convincere i veneziani a mettersi dalla parte dei suoi re l’ambasciatore tirò fuori anche questo argomento: “Se Filippo di Valois era, come affermava, il vero re di Francia, lo dimostrasse esponendosi a leoni affamati; perché i leoni non offendono mai un vero re; oppure compisse il miracolo della guarigione dei malati, come hanno costumanza di compierla gli altri veri re”. Quei levantini dei veneziani non abboccarono. Ma non lo trattarono di certo come un matto, per quella sfida di legittimità condotta sul filo di poteri sovrannaturali. A metà del Trecento, in Europa, la credenza che i re possedessero facoltà divine guaritrici era non soltanto diffusa e comunemente accettata dal popolo, era anche moneta corrente nel discorso politico. A raccontarlo – iniziando proprio dalla missione di frate Francesco in Laguna – è un eccellente libro, un testo giustamente famoso e fondamentale per comprendere le origini del potere assoluto in Europa: “I re taumaturghi” di Marc Bloch.

 

Il primo marzo 2018, Putin ha rivelato al popolo russo di essere in grado di fare una magia. Costruirà un missile “invisibile”

“La fede nel miracolo fu creata dall’idea che doveva esserci un miracolo”. Fu “il risultato di un errore collettivo”

Studioso del Medioevo, fondatore con Lucien Febvre della rivista Annales e pioniere di un metodo innovativo che segnerà la ricerca storica nei decenni a venire, all’inizio degli anni Venti Bloch decise di indagare come e perché “i nostri antenati… si fecero della regalità un’idea molto diversa dalla nostra”. E scommise di farlo seguendo una pista apparentemente minore, gettandosi in un mare magnum di una documentazione per secoli trascurata. Voleva capire perché i re di Francia e d’Inghilterra avessero nelle loro prerogative “ufficiali” (specificate nei riti di incoronazione) la facoltà di guarire le malattie. Fossero cioè dei “re taumaturghi”. Come riuscirono a farlo credere, quale potere ne traessero e, di converso, perché il popolo accettasse e addirittura amasse questa credenza. Un’indagine affascinante e istruttiva che in fondo, spiegava lo stesso autore, gira tutta attorno “a una gigantesca falsa notizia” costruita dai monarchi e dal loro apparato di corte – teologi, cronisti, medici, ambasciatori pronti a testimoniare le guarigioni davanti alla corte pontificia per garantire la santità dei loro sovrani – in vista del proprio potere assoluto.

 

Marc Bloch non si lanciò nella sua avventura per caso. Era uno studioso accademico rigoroso, non un polemista engagé. Ma aveva, forse, anche le sue fondate preoccupazioni che lo spingevano a occuparsi dei tratti irrazionali del potere politico e del suo seguito popolare. Ebreo alsaziano, storico di fama e docente a Strasburgo, aveva già 53 anni e una dolorosa poliartrite quando si arruolò nell’esercito francese all’inizio della Seconda guerra mondiale. Dopo la disfatta non perse la speranza, nel 1943 aderì alla Resistenza, nel 1944 fu arrestato dalla Gestapo, torturato per due mesi e infine fucilato. Un esempio, non frequentissimo, di “chierico che non ha tradito”. Una di quelle figure intellettuali per cui oggi possiamo dirci fieri di essere europei.

 

Ma è ora di tornare ai re taumaturghi. All’inizio furono le scrofole. Quelle che i medici oggi chiamano adenite tubercolare, un’infezione dei linfonodi che provoca rigonfiamenti, repellenti da vedere, sul collo. In Francia venivano chiamate “mal de roi”, in Inghilterra “King’s Evil”, perché appunto solo i re avevano il potere di guarirle mediante l’imposizione delle mani e la formula: “Il re ti tocca, Dio ti guarisca”. Quando nasce e come questo potere straordinario? In Francia, non con Carlomagno e i suoi discendenti, altrimenti ne avremmo avuto testimonianza. Invece le prime testimonianze appartengono alla dinastia dei Capetingi, che si era imposta da poco, aveva molti nemici e bisogno di legittimazione. Dopo l’anno Mille. Le cose iniziano con Roberto il Pio, che secondo tutte le testimonianze era un sant’uomo davvero. Di lui per la prima volta si scrisse: “La virtù divina accordò a quest’uomo perfetto una grazia grandissima: quella di guarire i corpi; toccando le piaghe dei malati e segnandoli col segno della santa croce con la sua piissima mano, egli li liberava dal dolore e dalla malattia”. All’inizio l’attività guaritoria è abbastanza instabile, ci vogliono generazioni prima che la specialità taumaturgica si stabilizzi sul “mal de roi”. Curiosamente, più o meno nello stesso periodo, di là dalla Manica, un’altra dinastia da poco al potere e ancora malferma sulle gambe, i Plantageneti, iniziano a manifestare con le stesse dinamiche i loro super poteri. “King’s Evil”. Poco più di un secolo dopo, a rompere la parità magica tra i due regni, in Inghilterra comparve però un secondo rito guaritore: la benedizione degli anelli medicinali, ritenuti rimedi efficaci contro l’epilessia. “Nel Medioevo, ad ogni venerdì santo i re d’Inghilterra adoravano, come tutti i buoni cristiani, la croce”. Ma un certo punto della storia, il rito già complesso “si arricchì di una pratica singolare”. Il re era uso depositare una offerta sotto la croce in monete d’oro. Poi invalse l’usanza che il re si riprendesse subito l’oro “consacrato” appena deposto, lo sostituisse con l’equivalente ma in monete meno preziose, e con quell’oro benedetto facesse fondere degli anelli speciali, “considerati capaci di guarire certe malattie”. Al tempo di Edoardo II non era specificato quali. Ma a metà del Trecento era pacifico che guarissero l’epilessia. Sulle origini magiche del potere degli anelli Bloch scrive pagine che affascinano più di Tolkien, tra credenze germaniche e ascendenze bibliche. Ci volle più di un secolo, ma alla fine il re d’Inghilterra aveva una specializzazione in più.

 

I re taumaturghi di oggi sono i leader politici. Non tutti, ovviamente, ma la tipologia che si va diffondendo. Nessuno crede più ai miracoli, ma alle armi “fine di mondo” o al reddito di cittadinanza si crede volentieri. Chi sa diffondere certezze miracolistiche diviene per ciò stesso un leader credibile e le sue idee assumono concretezza. Sulla parola. L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, nel discorso ad Abu Dhabi di cui il Foglio ha pubblicato il testo lo scorso sabato ha illustrato come la debolezza dei sistemi democratici stia lasciando spazio ai leader carismatici, da Xi a Putin: a oriente, la concezione sacra del potere non è mai venuta meno. Ma, diversamente dal paragone di Sarkozy, Churchill e o De Gaulle non erano “leader carismatici”, appartengono anzi, direbbe Bloch, alla schiera dei re che venivano eletti, in molte civiltà del passato, come guide e condottieri in caso di di guerra. Leader naturali per la loro abilità e forza, non per millantato credito. Oggi non è difficile riscontrare che esiste una ricerca, fosse pure inconscia, di leader carismatici anche al di fuori della politica. Guaritori, falsi scienziati che predicano i rimedi naturali al posto dei vaccini, filosofi del piffero e da festival con la ricetta della decrescita o della felicità. Un mondo di credenze che si alimenta da solo, senza nemmeno bisogno delle fabbriche di fake news che smanettano sul web. Sono meccanismi di formazione di un consenso che è potere. Basato su evidenti bufale, pseudoscienze e quant’altro. Ma dall’altra parte garantito da una ferrea volontà, o necessità, di credere. Alle rassicurazioni e alle semplificazioni, soprattutto.

 

Solo i re di Francia e Inghilterra avevano il potere di guarire le scrofole mediante l’imposizione delle mani: “Il re ti tocca, Dio ti guarisca”

“La chiesa loda i re”, diceva il Papa, “non dice però che abbiano brillato per la gloria di simili miracoli”. Ma tutti lo credevano

Ma torniamo ai nostri re. Come costruirono la loro regalità guaritrice? Fu un lungo processo. Che a poco a poco riporta in auge, nell’Europa cristiana che aveva tolto sacralità al potere politico (il potere salvifico è di Dio, al massimo di Papa e santi) una concezione sacrale del monarca. Un elemento presente nella cultura germanica, che la tradizione latina ed ecclesiastica aveva in qualche modo smussato. In una lunga lotta “per l’investitura divina” e per la primazìa tra regni, a poco a poco si aggiunsero elementi simbolici di altra provenienza. Come l’unzione del re – di derivazione biblica – o i rituali divinizzanti orientali, che dall’Egitto all’Asia passando per Bisanzio non ha mai cessato di esercitare il suo fascino. Una bella guerra, in cui paradossalmente è proprio la chiesa a combattere dalla parte di un potere “laico” (o quasi). Papa Gregorio VII, che era un bel caratterino, ebbe a denunciare: “Qual è l’imperatore o il re che ha risuscitato i morti, reso la salute ai lebbrosi, la vista ai ciechi?”. La chiesa loda e rispetta i re, diceva il Papa della lotta per le investiture, “non dice però che abbiano brillato per la gloria di simili miracoli”. Ma, intanto, erano già due generazioni che i re francesi rivendicavano i loro poteri. I teologi più accorti si opponevano, ma “sapevano bene che il popolo non la pensava così”. Proprio all’inizio della storia del “tocco” delle scrofole, Guglielmo di Malsbury denunciava, a proposito dei miracoli attribuiti al re Edoardo il Confessore, “l’opera di falsità” di chi pretendeva che questo principe “possedesse il potere di guarire, non in virtù della sua santità, ma a titolo ereditario”. Così che “quando, verso la fine del XIII secolo, la fama delle guarigioni operate dai Capetingi o dai Plantageneti si diffuse largamente in tutto il mondo cattolico, possiamo credere che più di un principe abbia sentito invidia”. Che si trattasse della più strabiliante delle fake news ante litteram, è chiaro. Il problema, spiega Bloch, non è solo di capire perché si sia diffusa così bene: “Quando abbiamo studiato la nascita del tocco – scrive – abbiamo creduto di scoprire in esso una causa profonda e delle cause occasionali: la causa profonda era la fede nel carattere soprannaturale della monarchia; le cause occasionali le abbiamo trovate in Francia e in Inghilterra”. Ma “la credenza era comune a tutta l’Europa occidentale”. Le critiche si spensero presto. “Caso o negligenza? Chi lo crederebbe?”, scrive Bloch. Persino un filosofo scienziato come Guglielmo da Occam arrivò a sostenere che i re ricevono “la grazia dei doni spirituali”, citando fra le prove “la guarigione dalle scrofole da parte dei re di Francia e di Inghilterra”. Secoli dopo, persino Lutero dirà, seduto a tavola, che “c’è qualcosa di miracoloso a vedere che alcuni rimedi – se ne parlo, significa che sono ben informato sulla cosa – si mostrano efficaci quando sono applicati dalla mano di grandi principi o signori, mentre non fanno nulla se li prescrive il medico”. In Spagna i re di Castiglia, a metà del Trecento, iniziarono a rivendicare il talento dell’esorcismo. Insomma, si domanda lo storico, “quale re, per primo, depose sull’altare l’oro e l’argento di cui dovevano essere fatti gli anelli medicinali? Non lo sapremo mai. Ma dobbiamo supporre che quel principe, chiunque fosse, in quel giorno non fece altro che imitare, senza alcun pensiero di monopolio, un’usanza comune diffusa intorno a lui”. Era il Medioevo, l’esistenza di una magia buona era creduta. Più o meno quanto oggi in alcuni strati della popolazione è diffusa la credenza che la dieta vegana guarisca anche le malattie. Fu su questa sistematica diffusione di una falsa notizia che i re costruirono il proprio potere.

 

L’altra faccia della medaglia è perché il popolo ci credette. Perché delegò al potere dei re qualcosa che prima era considerato una qualità dei santi? O dei presunti discendenti di san Paolo, che in Spagna o in Italia giravano il contado con rimedi contro i morsi velenosi di vipere? O dei parenti di san Rocco, che in Francia si proclamavano immuni dalla peste? La risposta è semplice: avevano bisogno di credere. La domanda che alla fine del suo libro Bloch si pone è appunto: “Come si è creduto al miracolo reale”. “Che i re non abbiano mai guarito nessuno era un fatto, beninteso ai bei tempi della fede monarchica, che i credenti di Francia e Inghilterra non avrebbero ammesso a nessun costo”. Ci sono anche le “cartelle cliniche”, nel lavoro di Bloch. Conteggi e testimonianze come quelle delle suore dell’Ospizio di Saint-Marcoul che rilevarono che su 120-130 toccati i casi di guarigione erano solo otto. Ma non è questo il punto. “La fede nel miracolo fu creata dall’idea che doveva esserci un miracolo… E’ difficile vedere nella fede del miracolo reale qualcosa di diverso dal risultato di un errore collettivo”.

 

E oggi? Da dove deriva l’ansia di essere rassicurati da leader che promettono miracoli e non sacrifici, o che mostrano compassione verso i nostri problemi. O che vendono scorciatoie? C’entra forse anche il fatto che, secondo l’ultimo rapporto Ocse sulle competenze degli adulti, l’Italia si colloca  all’ultimo  posto della graduatoria nelle competenze linguistiche  (rasentiamo una sorta di “analfabetismo”, sappiamo leggere ma non capiamo)? E c’entra qualcosa il fatto che, ciò nonostante, il nostro sistema di istruzione sia migliore di quello Usa, o di quello russo?

 

Quando Marc Bloch scrisse il suo libro, nel 1924, Hitler ancora prendeva appunti in birreria e Lenin stava ancora aggiustando la sua Nuova Politica Economica che avrebbe magicamente cambiato l’Unione sovietica (“i soviet + l’elettrificazione”, proclamò Majakovskij, taumaturgo di parole). Marc Bloch studiando il passato aveva già visto il futuro anteriore, e il nostro presente.

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