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Il caos del Pd e il piccolo esempio di Milano

No agli inciuci con M5s, barra sul riformismo, dialogo e restare un partito

10 Marzo 2018 alle 06:20

Il caos del Pd e il piccolo esempio di Milano

Beppe Sala (foto LaPresse)

Si trattasse solo di analizzare il Partito demoralizzato, il Pd, le cose sarebbero più semplici. L’evidenza è invece che dopo il voto del 4 marzo il Partito democratico è un vaso di pandora in preda a un vortice di venti contrari e potenzialmente autodistruttivi. La tentazione di sostenere (sarebbe un accodarsi) al M5s vincitore – suggerita anche da molti commentatori-fiancheggiatori, ieri pure Michele Serra – è reale, perché c’è una parte della sinistra del partito che ha una dose (variabile) di grillismo nel proprio Dna. Ma né Matteo Renzi né la parte più raziocinante del partito vuole questa soluzione. Poi c’è la tentazione di risolvere il problema interno dopo le dimissioni in pectore di Renzi ricorrendo alle primarie. Ma basta ascoltare un po’ l’elettorato dem per capire che ora è molto più interessato ad avere delle risposte e proposte di linea politica, “che fare?” che un confronto sulla leadership. L’ultima tentazione di ieri, quella di candidare per il centrosinistra in Molise Antonio Di Pietro alla regione, sembra un’altra mossa suicida contro la propria identità (“Di Pietro rappresenta una cultura giustizialista che noi non abbiamo mai apprezzato, se volete che il Pd porti Di Pietro in Parlamento dovete trovarvi un altro segretario”, disse Renzi). Dunque che fare? Il Pd ha forse un modello – non proprio vincente ma almeno resistente e funzionante – ed è quello di Milano, dove ha tenuto. Il sindaco Beppe Sala, interpretando un sentiment maggioritario anche se non unico nel Pd meneghino, ha detto a Repubblica che il partito ora “deve stare all’opposizione”. Che il modello Milano tiene perché c’è una sinistra in cui funzionano “la condivisione, la lealtà. Le differenze dentro il centrosinistra vanno valorizzate, da sette anni chi vuole bene alla sinistra ha trovato il collante e sa parlarsi chiaro”.

 

Ieri Sala ha detto anche che “in questo momento le primarie sono un atto da egoriferiti. Non dobbiamo approfittare della pazienza degli elettori di sinistra” e che non prenderà la tessera del Pd. Tanto? Poco? Sala non è “renziano”, non è del Pd, prenderlo a bandiera di una nuova leadership e di un nuovo corso sarebbe sbagliato. Però la tenuta del “modello Milano” (che non va enfatizzata: bastano i numeri per essere realisti), suggerisce qualcosa nel caos odierno: è un modello che senza proclami e possibilmente senza presunzione prova a ritrovarsi attorno a una linea riformista, non personalista, dove la scommessa sull’economia aperta resta l’ossatura e il rapporto con i cittadini essenziale. Un “romano” molto apprezzato al nord come Calenda ha oggi un seguito politico crescente nel partito; le componenti interne diverse non chiedono rese dei conti né la testa di nessuno. L’errore di presunzione che il “modello Milano” sembra suggerire di evitare è quello di spaccare tutto. Tanto? Poco? E’ un’idea.

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Commenti all'articolo

  • ANIWAY75

    12 Marzo 2018 - 12:12

    Io, al massimo, potrei accettare dal PD un voto di astensione (alla Camera) e l'uscita dall'aula (al Senato) in modo tale che possa nascere un Governo 5 Stelle. Non di più altrimenti il PD sarà il mio EX partito.

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  • giantrombetta

    10 Marzo 2018 - 09:09

    Il Pd e’ sempre stato giustizialista, nel senso che ha sempre pensato che la scorciatoia per risolvere irrisolti problemi politici posti dalla caduta del comunismo fosse la via giudiziaria al socialismo. Ovvero il ricorso ad un aiutino della magistratura rivoluzionaria per conquistare il potere al di là della conta dei voti. Noi abbiamo le mani pulite, stava scritto nei manifesti del Pci berlingueriano. Qualcuno ci aggiunse ironicamente con il pennarello: Ponzio Pilato. E invece la rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite ci fu davvero, con la naturale consacrazione della candidatura del pm Di Pietro al Mugello. Dopo Craxi sepolto ad Hammamet tocco’ al Cav. ad esser tolto dalla scena dalle Procure e dalla legge Severino. Con il risultato che ora il Paese e’ in mano al Grillo del Craxi ladrone e al Salvini, a capo di quella Lega che già porto’ in Parlamento il cappio al collo.

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