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Il bipolarismo Di Maio-Salvini è una balla

Il 4 marzo ci dice che il problema dell’Italia è che non ci sono alternative valide a Di Maio e Salvini, non che Di Maio e Salvini siano due alternative inevitabili. Perché non si può fare a meno di una sana opposizione al partito della chiusura

Claudio Cerasa

Email:

cerasa@ilfoglio.it

8 Marzo 2018 alle 06:11

La grande domanda alla quale è necessario rispondere in fretta per provare a capire qualcosa di più su questa complicata fase post elettorale – e sul futuro di questa legislatura – è semplice e suona più o meno così: il 4 marzo è davvero nato un nuovo bipolarismo rappresentato dalla dialettica politica tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini? Detto in termini più brutali: Luigi Di Maio e Matteo Salvini fanno parte dello stesso mondo o fanno parte di due mondi alternativi che nel futuro sono destinati a diventare l’alfa e l’omega della politica italiana? Non si può capire nulla dei prossimi mesi senza partire dalla risposta a questa domanda e senza capire la partita politica – insieme intelligente, sofisticata e molto pericolosa – che stanno provando a giocare i due vincitori delle elezioni.

 

Da prospettive diverse, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno lanciato quella che nel linguaggio economico finanziario si chiama offerta pubblica di acquisto (Opa). Di Maio ha lanciato la sua Opa verso gli elettori, i dirigenti e i parlamentari del Pd. Salvini ha lanciato la sua Opa verso gli elettori, i dirigenti e i parlamentari di Forza Italia. Di Maio ha lanciato la sua Opa per prosciugare ciò che resta del Pd. Salvini ha lanciato la sua Opa per prosciugare ciò che resta dell’elettorato di Forza Italia. Il progetto di Di Maio prevede un obbligato passaggio al governo. Il progetto di Salvini prevede invece un consigliato passaggio ancora all’opposizione. Di Maio pensa che un sostegno esterno del Pd al suo governo gli permetterebbe di dare un futuro ancora più roseo al Movimento 5 stelle (mentre un pezzo di Pd crede che far partire un governo grillino permetterebbe al Pd di prosciugare l’elettorato grillino). Salvini pensa invece che un sostegno esterno del Pd a un governo di centrodestra sarebbe una pietra tombale sul suo progetto egemonico del centrodestra (e per questo il leader della Lega sembra essere ingolosito dal fare opposizione a un governo del Movimento 5 stelle appoggiato dal Pd, per provare a conquistare poi i futuri delusi dal grillismo). Nessuno dei due dunque può permettersi di governare insieme (anche se Lega e M5s sono le uniche forze politiche che insieme potrebbero far nascere una maggioranza solida destinata a governare per cinque anni, a meno che dal cilindro del centrodestra non salti fuori una premiership alternativa a Salvini che rimescolerebbe le carte anche nel Pd renziano), non perché le idee sono incompatibili ma perché i progetti al momento non sono coincidenti.

 

Ogni mossa di Salvini e Di Maio non si può capire senza partire da questa premessa. Ma a questo punto della storia oltre che analizzare bisogna anche giudicare: è davvero un nuovo bipolarismo quello rappresentato da Salvini e Di Maio? La risposta ci sembra evidente (no) e ci permette di capire anche perché in questa fase della vita politica italiana è importante che chi si trova su un fronte opposto rispetto a quello presidiato da Salvini e Di Maio resti senza balbettare su quel fronte. Salvini e Di Maio sono parte di uno stesso mondo (chiusura vs apertura) e confondersi con quel mondo (chiusura uguale apertura) è un’operazione suicida non tanto per i partiti che potrebbero mescolarsi quanto per il paese. Il voto del 4 marzo ci dice che il problema dell’Italia (uno dei tanti, ok) è che non ci sono alternative valide a Di Maio e Salvini, non che le due alternative (Di Maio e Salvini) siano ormai inevitabili. E per questo cadere nella fake storia del nuovo bipolarismo è un rischio enorme, perché impedirebbe la costruzione (o la ricostruzione) del vero polo che oggi manca in Italia. Il tema è noto: il cinquanta per cento degli elettori italiani ha due poli di protesta a cui guardare con golosità, l’altro cinquanta per cento degli elettori italiani non ha invece un polo in cui identificarsi.

 

In questo senso, spingere il Pd a dare un sostegno a uno dei due poli sovranisti potrebbe essere rassicurante sul medio periodo (la linea è: solo con il sostegno del Pd il Movimento 5 stelle potrebbe non fare danni all’Italia) ma potrebbe essere politicamente drammatico sul lungo periodo, perché contribuirebbe a far collassare ancora di più ogni tentativo di creare un’alternativa al polo della chiusura. Eugenio Scalfari, dando voce in questa fase a un pezzo di sinistra che sogna di spingere il Pd verso il Movimento 5 stelle, ha ragione quando dice che Luigi Di Maio potrebbe essere l’icona del centrosinistra del futuro. Dimentica però di dire perché tutto questo avrebbe una sua logica. Dimentica di dire cioè che se il Movimento 5 stelle ha le carte in regola per far sentire a casa propria un pezzo di elettorato del Pd – e forse anche un pezzo di gruppo parlamentare – è perché in fondo molti temi del grillismo (ambientalismo, questione morale, protezionismo, giustizialismo, retorica dell’onestà) sono i temi con cui la classe dirigente della sinistra italiana (compresa quella scalfariana) ha allevato per una vita i suoi elettori. Cadere nel tranello del nuovo bipolarismo – quello formato da Di Maio e Salvini – è dunque pericoloso per molte ragioni ma prima di tutto perché impedirebbe di mettere a fuoco il vero dramma di questa campagna elettorale: il problema non è che non c’è più alternativa tra Salvini e Di Maio ma è che ogni tentativo di proporre un’alternativa al modello sovranista non è risultato credibile. L’opposizione al partito della chiusura non è stata sufficiente ma “mai” non significa che non sia necessario. Lo chiede non solo il buon senso ma il cinquanta per cento degli italiani che, anche dopo il 4 marzo, continueranno a cercare qualcosa di meglio di un Salvini o di un Di Maio.

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Commenti all'articolo

  • DBartalesi

    08 Marzo 2018 - 14:02

    D'accordo e poi è inutile perdere tempo con un rompicapo senza soluzione. Quindi, esaurite le inutile ma necessarie consultazioni, l'"iter confusionale" si prenda atto del grave stallo istituzionale e, trasformando l'orlo di un abisso in un trampolino di lancio, ci si attrezzi a fare un salto coraggioso ma non folle verso qualcosa di nuovo. per l'Italia, la forza non c'entra, Si vada verso un governo di transizione ma "costituente", capace di garantire l'elezione di un governo a questa scombinatissima "Terza Repubblica". Maggioritario? Repubblica presidenziale? Che altro? Un bagno collettivo in questo cimento "costituzionale" non potrà che giovare a tutti i perdenti. Nel frattempo chi ha perso avrà modo anche di cambiare ciò che ha da essere cambiato. Ma lo stesso dicasi per chi ha quasi vinto ma poi non è riuscito a portare a casa la vittoria. Roba per teste e cuori coraggiosi. Ne son rimasti?

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  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    08 Marzo 2018 - 14:02

    Lo scenario Brasiliano di un governo DiMaio-Grillo non si materializzerà, ed è quasi peccato, perché avrebbe piú probabilitá di autodistruggersi (dopo fatto del Parlamento una curva da stadio) dell'altro scenario, piú verosimile e agghiacciante (concepito nel 1992 e arrivato alla fine della gestazione): il Governo della Repubblica fondata sull'Interpretazione della Moralità per diritto divino da Giudici e Procuratori Indipendenti da tutto tranne che gli uni dagli altri. Le dimissioni con le quali Renzi ha salvato se stesso (se non altro da un infarto), hanno tradito il voto ricevuto dall'equivalente nostrano dei "musulmani moderati" e consegnato le chiavi dell'auto targata PD (che non è riuscito a rottamare) sapendo che verrà usata per traffici anti-italiani. Il paese si trova in un momento storico talmente lontano dal pianeta "dell'estetica delle dimissioni corrette" che ci vorrebbe il Voyager per raggiungerlo.

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  • lorenzolodigiani

    08 Marzo 2018 - 14:02

    Caro Cerasa, condivido con lei l'idea che debba esistere un'alternativa al bipolarismo Di Maio e Salvini. Lo si deve almeno sperare. Se il sostegno del Pd ad ai 5 stelle "potrebbe essere rassicurante sul medio periodo", evitando di fare danni o consentendo di farne meno all'Italia, lo si accetti. Come si dice, nel lungo periodo saremo tutti morti.

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  • carlo.trinchi

    08 Marzo 2018 - 13:01

    Cerasa aiuto. Cerasa urge un nuovo partito e leader. Cerasa siamo di fronte al mondo produttivo e lavorativo vero in opposto a populisti che comprano il voto alla Lauro, dando questi, invece che una scarpa, un reddito di cittadinanza a vita. Questo è il punto di divisione da oggi in avanti. Parlano di riduzione delle ore lavorative per lavorare tutti, giusto ma chi paga la differenza? La marcia dei quarantamilax1000 comincia ora. Non solo colletti bianchi, professionisti, artigiani e casalinghe mogli delle tute blu che lavorano insieme a tutti quelli, cosa non indifferente, che tengono ancora in piedi la baracca. Cerasa, metta i sacchetti di sabbia alle finestre della redazione e lavori, lavori sodo nella ricerca.

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