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Tutti i tabù della grande coalizione

Perché la sinistra impazzisce quando si parla di compromesso

Quand’è che un accordo diventa inciucio? I figli di Berlinguer, D’Alema e le elezioni. Guida preventiva al 4 marzo

28 Febbraio 2018 alle 06:06

Perché la sinistra impazzisce quando si parla di compromesso

Foto LaPresse

Roma. Fermamente smentito da tutti i possibili interessati e ossessivamente pronosticato da tutti gli altri, il tema ricorrente di questa campagna elettorale è stato sin dall’inizio il nuovo accordo di grande coalizione, larghe intese, compromesso storico o almeno politico che all’indomani del voto nessuno si dice intenzionato a sottoscrivere. Dalla manifestazione anti inciucio del centrodestra, indetta dalla Meloni e disdetta da Berlusconi già una mezza dozzina di volte, ai mille fantagoverni del centrosinistra, passando per le geometrie variabili dell’“accordo di programma” del Movimento 5 stelle, ciascuno ha danzato a suo modo attorno al fuoco dell’inciucio ipotetico, cercando di bruciarsi il meno possibile. Ma per ovvie ragioni, storiche e politiche, è a sinistra che la questione si è fatta subito scottante.

 

L’idea che il divorzio possa essere l’occasione di ristabilire una relazione più distaccata e matura, “prendendo atto delle differenze insormontabili”, è un’idea che può funzionare in una commedia romantica. Ma nella vita reale si scontra con ostacoli psicologici e politici difficili da aggirare, quanto una mucca nel corridoio

Può sembrare paradossale, se si pensa al modo in cui Silvio Berlusconi si è presentato sulla scena alle elezioni del 1994, a quella sua indimenticabile discesa in campo da leader del mondo libero, ultimo argine a un comunismo già allora scomparso da larga parte del pianeta, ma l’ipotesi di un accordo con il nemico ideologico, per il suo elettorato, non sembra avere mai rappresentato un problema. E’ invece a sinistra, e per essere precisi in quella parte della sinistra che viene dal Pci, e per essere precisissimi soprattutto in quella parte della sinistra che si è sempre collocata a sinistra dello stesso Pci (o almeno della sua leadership), che la sola idea ha sempre suscitato reazioni ai limiti dello psicodramma. Infatti, ogni volta che da quelle parti si è ritenuto indispensabile procedere in tale direzione, lo si è fatto sempre con il massimo possibile di cautela. A cominciare dal primo, più celebre e più storico di tutti i compromessi: quello proposto da Enrico Berlinguer nel 1973. Che poi, a voler essere pignoli, era già il secondo.

 

L’insegnamento dei Padri

Non a caso, nelle ultime righe della terza e ultima parte del lungo articolo-saggio in cui il segretario del Pci argomentava la proposta, le parole precise erano: “Nuovo grande compromesso storico”. Laddove “nuovo”, “grande” e “storico” non stavano lì solo per addolcire il suono assai poco rivoluzionario del termine “compromesso”, né solo per avere un ossimoro capace di competere in astrusità con le “convergenze parallele” di Aldo Moro, ma per ribadire sin nel titolo che il “nuovo grande compromesso storico” proposto da Berlinguer non era, a ben vedere, niente di nuovo. Bensì la riproposizione di quel vecchio, altrettanto grande e non meno storico compromesso che dalla svolta di Salerno in poi aveva consentito ai comunisti italiani, sotto l’accorta guida di Palmiro Togliatti, di partecipare a pieno titolo ai primi governi di unità nazionale e alla stesura della Costituzione. Il prudente richiamo all’insegnamento dei padri non avrebbe comunque evitato al Pci berlingueriano gli attacchi degli intransigenti, che consideravano quella proposta un tradimento, e tantomeno le critiche di chi, al contrario, giudicava quell’approccio fin troppo prudente, legato a schemi ideologici sorpassati. Un dibattito destinato a non concludersi mai, ben riassunto nel sonetto romanesco di un dirigente comunista: “Chi la vo’ cruda, ‘mbè, chi la vo’ cotta, / tutti però a volemme sur carvario / p’isolamme e potemme da’ ‘na botta. / Finché ho sbottato e a ’sto catilinario / j’ho fatto: ‘Però er mio, porca mignotta, / è un compromesso rivoluzzionario’”.

 

Pubblicato in tre puntate, su Rinascita, al ritmo di un pezzo a settimana – dal 28 settembre al 12 ottobre 1973 – l’articolo del segretario del Pci contava sessantamilanovecentottantuno caratteri spazi inclusi, per la bellezza di mille righe. Mille righe in cui le parole “compromesso storico” comparivano una volta sola: nelle ultime tre. Prima, venivano una lunga serie di considerazioni sul colpo di stato di Pinochet e i caratteri dell’imperialismo americano, seguite da un puntuale richiamo a quel congresso di Lione che nel 1926 aveva sancito “la vittoria della lotta contro l’estremismo e il settarismo che avevano caratterizzato l’azione del partito nel primissimo periodo della sua esistenza e che Lenin aveva aspramente criticato e invitato energicamente a superare”. Quindi, tributato anche un doveroso omaggio a quella “magistrale sintesi della nostra politica” con la quale Togliatti aveva aperto il rapporto presentato al X Congresso del partito, in cui si riassumeva il significato del primo vero compromesso storico voluto dai comunisti ai tempi della lotta di Liberazione, Berlinguer traeva dall’esperienza cilena la prova definitiva della tesi (particolarmente cara a Stalin, ma questa citazione rimaneva opportunamente implicita) secondo cui la reazione tende a farsi più violenta proprio quando le forze popolari avanzano verso il potere. “Ma quale conclusione dobbiamo trarre – si domandava dunque il segretario – da questa consapevolezza? Forse quella proposta da certi sciagurati di abbandonare il terreno democratico e unitario per scegliere un’altra strategia fatta di fumisteria, ma della quale è comunque chiarissimo l’esito rapido e inevitabile di un isolamento dell’avanguardia e della sua sconfitta?”.

 

I duri attacchi all’imperialismo americano e le lunghe citazioni leniniane sull’importanza di apprendere “la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata”, con l’andare del tempo, sarebbero inevitabilmente passati di moda. Ma la divisione del campo, a sinistra, tra sostenitori di una strategia fatta di fumisteria e votata alla sconfitta da un lato, e traditori della rivoluzione votati al compromesso con il potere dall’altro, questa no, non sarebbe cambiata mai. Infantilismo estremista contro opportunismo socialdemocratico, nel lessico marxista-leninista invalso fino agli anni settanta. Gufi e rosiconi contro venduti e traditori, secondo le più semplici categorie del dibattito attuale. E in mezzo, tra il compromesso storico berlingueriano e il patto del Nazareno renziano, la madre di tutte le occasioni perdute (secondo gli uni), o il padre di tutti gli inciuci (secondo gli altri). In una parola: la bicamerale.

 

La resa dei conti

Alla resa dei conti si arriverà, inevitabilmente, dopo la sconfitta elettorale del 2001, quando a sinistra la divisione tra realisti e idealisti, intransigenti e dialoganti, apocalittici e integrati, diviene ancora più virulenta, come virulente sono sempre le polemiche retrospettive: quelle che servono non a fissare gli obiettivi per il futuro, ma le responsabilità del passato. Cioè le colpe del presente.

 

Il primo imputato di questo processo è Massimo D’Alema, che da presidente della commissione bicamerale, nella precedente legislatura, ha cercato un accordo con Berlusconi nientemeno che sulla riforma della Costituzione. E così, il 25 febbraio 2002, D’Alema decide di affrontare i suoi contestatori a viso aperto, a Firenze, in un’assemblea pubblica organizzata dagli animatori del “movimento dei professori”, uno dei principali affluenti di quel fiume di critiche e recriminazioni che per un momento, all’indomani del “grido” di Nanni Moretti e della nascita dei girotondi, sembra capace di sommergere il maggiore partito della sinistra.

 

L’introduzione spetta allo storico Paul Ginsborg. E’ una lunga, ancorché garbata, requisitoria. E pensare che otto anni prima, il 7 giugno 1994, proprio in un convegno con lui, l’allora candidato alla segreteria del Pds Massimo D’Alema aveva lanciato la sua strategia di un’alleanza con il centro, dopo la disfatta della coalizione dei Progressisti alle elezioni del 27 marzo, segnate dall’inopinata “discesa in campo” dell’imprenditore della tv. E se a suo tempo Berlinguer, nell’illustrare la sua linea, non aveva mancato di richiamarsi a tutti i più venerati predecessori e maestri, così D’Alema non mancava di richiamarsi proprio a Berlinguer e al suo celebre articolo “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”. Ma allora, al tempo di quel primo dibattito con Ginsborg del ’94, si trattava anzitutto di commemorare il segretario del Pci a dieci anni dalla sua scomparsa. Otto anni dopo, in quella assemblea di Firenze del 2002, l’atmosfera è assai meno distesa. Specialmente per il presidente dei Ds. “Sono più a disagio di lei”, gli dice Pancho Pardi, uno dei leader del movimento, incontrandolo sotto il palco, come a scusarsi del clima e dell’accoglienza del pubblico. “Di sicuro, io non sono a disagio per niente”, gli risponde D’Alema.

 

Su Repubblica, Concita De Gregorio descrive così il suo intervento, e le reazioni della platea. “In altri momenti della storia nazionale fu una drammatica resa dei conti fra sinistra radicale e riformista che aprì la strada al regime. Sarebbe un errore” (voce di donna: “Ma di che parli?”) “parlavo appunto di questo" (voce di ragazzo: “Buffone”) “loro hanno avuto il massimo dei voti nelle elezioni che vincemmo noi perché erano divisi: sennò avremmo perso. Il centrosinistra ha sempre oscillato tra il 40 e il 45 per cento” (“Non siamo numeri, D’Alema”, urla, mormorio) “i numeri sono questi” (fischi) “fischiare le opinioni è legittimo, fischiando i numeri temo che non si faccia moltissima strada”. Il dibattito è teso, ma presto, inevitabilmente, la tensione finisce per sciogliersi nella noia. E la serata s’avvita così, scrive Gian Antonio Stella sul Corriere della sera, tra accuse e fischi, lagne e rimbrotti sempre più aspri ma sempre più impotenti. “E man mano che il processato mostra di non avere nessunissima intenzione di starsene contrito alla sbarra, gli accusatori si incasinano e farfugliano e si impappinano e si accorgono con sgomento che tutte le parole e le accuse che avevano in mente non riescono più a buttarle fuori e perfino il professor Pardi, che Moretti propose quale leader dell’Ulivo, inciampa qua e là, come una matricola: ‘Scusate, ho di nuovo perso il filo’”.

 

Vittoria stentata e trionfo straripante

Certo, come sempre, c’è chi è più sciolto e chi è più impacciato, chi si dimostrerà più tenace e chi si stancherà subito, ma la discussione sulle responsabilità dei dirigenti della sinistra e la loro attitudine al compromesso con il nemico continuerà per tutta la legislatura, e molto oltre. Attraverserà la stentata vittoria del centrosinistra nel 2006 e il nuovo straripante trionfo berlusconiano del 2008. Curiosamente, però, quando infine Berlusconi cadrà, con lo spread alle stelle e il paese sull’orlo della bancarotta – e proprio in quel momento, invece di correre al voto, il Pd si appresterà ad appoggiare un governo di unità nazionale guidato dal professor Mario Monti – ebbene, non volerà una mosca. Anzi. Il coro che intona la necessità di salvare il paese prima di andare al voto, e pazienza se per salvarlo bisogna fare un governo con l’odiato Cavaliere, è praticamente unanime. A cominciare da gran parte di quei giornali e di quei giornalisti – fatta eccezione, è giusto riconoscerlo, per il Fatto quotidiano di Marco Travaglio – che per molto meno non avevano esitato a mettere sotto accusa i dirigenti della sinistra.

 

“Non voglio vincere sulle macerie del paese”, dichiara il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Quanto e come il governo Monti abbia poi tirato effettivamente il paese fuori dalle macerie è tuttora oggetto di discussione; che Bersani alle successive elezioni non abbia vinto è invece lui stesso il primo ad ammetterlo, in conferenza stampa, all’indomani del voto del 2013. Forse, chissà, anche per quell’estremo atto di “responsabilità”.

 

In compenso, quando è Renzi a tentare la strada dell’accordo con Berlusconi per le riforme istituzionali, D’Alema e Bersani non tardano a riutilizzare contro di lui buona parte dell’armamentario usato a suo tempo contro di loro. Basteranno minimi aggiornamenti lessicali: il “patto della crostata” dei tempi della bicamerale sarà sostituito dal “patto del Nazareno”, “Renzusconi” prenderà il posto di “Dalemoni”, Denis Verdini quello di Gianni Letta. In un girotondo infinito di recriminazioni e insinuazioni reciproche, in cui si torna sempre al punto di partenza.

 

Nemmeno la scissione, evidentemente, ha chiuso la questione. Del resto, l’idea che il divorzio possa essere l’occasione di ristabilire una relazione più distaccata e matura, prendendo atto delle differenze insormontabili e provando a superare quelle sormontabili in nome di un bene superiore (dei figli o degli elettori), come si vede anche in questi giorni, è un’idea che può funzionare in una commedia romantica. Ma nella vita reale si scontra con ostacoli psicologici, politici e personali difficili da aggirare, quanto una mucca nel corridoio.

 

E così, paradossalmente, quel gruppo dirigente formatosi alla lezione berlingueriana (e, prima, togliattiana) del compromesso con l’avversario quale momento supremo della lotta politica, quel gruppo dirigente che per difendere la sua strategia non aveva esitato ad affrontare avversari interni ed esterni, campagne di stampa ostili e veri e propri tentativi di linciaggio, finisce per ripiegare tardivamente sulle posizioni dei suoi storici contestatori. Tanto che oggi, dopo la scissione e la fondazione dell’ennesimo partitino, il primo dei suoi slogan è proprio questo: “No agli inciuci”. Condannando così il dibattito a ricominciare sempre da capo, con gli uni a ricordare a Bersani i governi Monti e Letta sostenuti insieme con Berlusconi, con gli altri a ricordare a Renzi i manifesti delle primarie 2012, con quell’assurdo (e anche un po’ triviale): “Se vince Renzi, no a Casini”.

 

Una maledizione lunga trent’anni

Davvero un curioso paradosso, per gli eredi di un partito che passò quasi mezzo secolo a domandarsi come spezzare la maledizione della conventio ad excludendum, dover passare i successivi trent’anni ad accusarsi reciprocamente di non essersi volontariamente rinchiusi in quella stessa prigione da cui, dopo l’89, la storia li aveva finalmente liberati. Ma tant’è. Il fatto che molti di loro mentano sapendo di mentire, che tanti dei più accesi contestatori delle larghe intese non aspettino altro che il 5 marzo per correre in soccorso della patria in pericolo e rispondere ancora una volta al richiamo della responsabilità nazionale, è talmente scontato da essere quasi irrilevante. Pesa, e peserà molto di più, semmai, la lunga semina avvelenata del dibattito di questi ultimi anni e di questi ultimissimi mesi, da cui germoglieranno, ci si può scommettere sin d’ora, le divisioni e le insinuazioni di domani.

 

Perché in politica, alle volte, le parole contano, anche più dei fatti. E il dibattito interno alla sinistra è scivolato progressivamente nel lessico dei suoi antichi contestatori, che non è poi così diverso, a pensarci bene, da quello dei suoi nuovissimi avversari a cinque stelle. Non ci sono più macerie, non ci sono più emergenze, non ci sono più superiori responsabilità che tengano. Nessun compromesso possibile. Se questo, a quarant'anni da quel primo grande compromesso storico (anzi, secondo), sia effettivamente un passo avanti, o invece un doppio passo indietro – per la sinistra e per l'Italia – decidano i lettori. E gli elettori, naturalmente.

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