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Il partito della nazione contro i nazionalismi straccioni

L’Italia va meglio ed è stata in parte risanata. Non saranno gli untorelli che si contendono la sua guida a spiantarla

20 Febbraio 2018 alle 06:00

Il partito della nazione contro i nazionalismi straccioni

Silvio Berlusconi e, sullo sfondo, Matteo Renzi (foto LaPresse)

Vabbè, ci sarà un po’ di volatilità, magari, alla fine, ma i mercati, che parlano inglese, con la variante milanese della Borsa valori, smentiscono sul Financial Times le geremiadi impazzite della stampa e dei commentatori italiani, e spiace dirlo, anche l’offensiva, per altri versi lodevole, dell’Istituto Bruno Leoni contro la crescita smisurata del debito pubblico. Lady Spread è ai minimi. Le azioni da noi outrun, outperform, superano di slancio le incertezze altrui, e si rafforzano. Per i dati macroeconomici, come dicono quelli versati ed esperti, e per il sostegno alle piccole e medie imprese, con i loro titoli portanti, e per tanti altri motivi che appartengono tutti al grande paradosso politico-elettorale di questi tempi. L’Italia è stata in parte risanata da una classe dirigente stabile, che ha governato bene per una legislatura e ha compiuto una prima fase di riforme essenziali alla prosperità comune; il disagio è forte, fortemente percepito, ma ha la consistenza delle ombre, che solo i grandi poeti possono permettersi di trattare “come cosa salda”.

 

L’Italia va meglio, e non saranno questi untorelli che si contendono la sua guida, guida relativa, tra l’altro, nel mondo globalizzato, a spiantarla. La lotta di classe è confinata al Salento e ai baffi di D’Alema, che si dice seguace di Pietro Grasso. I rimborsi sono retrattili, come i serpenti, e tutti capiscono che alla fine Giggino ’o premier si accontenterebbe volentieri anche di un sottosegretariato all’onestà. Berlusconi è sulfureo, ha già nominato Tajani a Palazzo Chigi, senza dirlo, e Salvini a capo di un dipartimento di polizia, mentre si fa garante, garante, garante. E alla fine i mercati shrug off, si liberano con un’alzata di spalle delle grandi e piccole paure sulla governabilità cosiddetta. (Io ero molto amico e fedele seguace di Alberto Ronchey, giornalista, politologo, scrittore e sociologo insigne, economista della grande scuola del Corriere d’una volta, e polemizzavo con lui soltanto quando mi diceva, negli anni Ottanta, che stavolta, come avvenne durante le guerre napoleoniche, davvero i conti saltano e la legge Finanziaria è il banco di prova per la salvezza. Mi mostravo scettico, e non essendo competente un’unghia sola di Ronchey, però mi ritrovavo sempre dalla parte della ragione, e il debito saliva e con lui le fortune nazionali).

 

Siamo legati al carro Parigi-Berlino, pensano i mercatisti (do you remember Tremonti?). Jusos permettendo, a valle del referendum tra gli iscritti alla Spd, il carro dovrebbe prendere a breve due velocità, e noi non siamo né saremo nel gruppo di Visegrad, gli europei arretrati che nutrono fobie all’ombra dell’euro che li protegge. Anche questo dato non numerico ma politico i mercati lo prendono in considerazione, quando rifiutano la logica speculativa al ribasso dei titolisti e corsivisti che scrivono in italiano, più o meno. Certo, è la più brutta campagna elettorale di sempre, a eccezione di tutte le altre, e andatevi a riguardare precedenti giudizi cattedratici in materia, ma come ha scritto il solo Antonio Polito in un editoriale per sbaglio del Corriere la vita continua e un governo alla fine si farà, magari con negoziati meticolosi e sotto la sorveglianza del garante, garante, garante (Berlusconi e/o Mattarella).

 

Il selvaggio accatastamento dei sondaggi, inchiostro sprecato come dice D’Alema, fa il paio con la invadenza dei talk-show. Ma alla fine c’è quel foro interiore dell’elettorato che dovrebbe, anche se non si sa mai, negare a chicchessia la vittoria totale, e obbligarci a ragionare, esattamente come avvenne nel 2013, quando si fece un governo Enrico Letta più Silvio Berlusconi, con i conti parlamentari alla mano. Poi ci accorgeremo che abbiamo avuto un Trump molto decente venuto dalla Brianza, primo grande esperimento politico di rinnovamento, per alcuni anni, e per alcuni anni un Macron toscanaccio ora antipaticissimo a tutti che ha fatto le cose giuste per tutti. Il partito della nazione, contro i nazionalismi straccioni, è lì che alligna dietro il voto e la sua neghittosità.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Febbraio 2018 - 14:02

    Al direttore - Giusto, opportuno, un robusto, coeso, partito interclassista. Guidato da una apta classe dirigente. Se mancano le condizioni politiche e culturali, o non c'è interesse a crearle, il Partito della Nazione resterà un ossimoro.

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