Antonio Tajani (foto LaPresse)

Chi lavora alle larghe intese mentre gli altri ruttano in tivù

Salvatore Merlo

Adesso c’è Grasso, ma poi arriveranno D’Alema ed Errani. Borghi sarà sostituito da Tajani. E il Pd sarà Gentiloni e Minniti

Roma. Parlano a tutte le ore, da tutti i canali. Parlano da dietro lunghi tavoli, o sospesi su precari sgabelli, o accucciati su basse poltroncine, o compressi su rigidi divanetti: c’è la giornalista-scrittrice-candidata che spiega al ministro dell’Interno ciò che dovrebbe fare, e c’è il movimentista di sinistra che la spara sgrossa – “mai col Pd” – mentre quello di destra dice che “cacceremo tutti gli immigrati domani mattina”.

 

Ascoltandoli ragionare in maniera tanto metodicamente confusa, eppure appassionata, ricordano certe riunioni di condominio dove non si conclude nulla. E insomma per adesso, e fino al 4 marzo, a destra sarà il momento dei Claudio Borghi e degli Alberto Bagnai, dei fuochi d’artificio e delle enormità fuori scala comparativa, delle intemerate televisive e del “tutti fuori dall’euro”. Ma dopo il 4 marzo, subito dopo le elezioni, arriveranno gli Antonio Tajani e i Roberto Maroni, ovvero gli uomini del compromesso, della mediazione e dell’incontro, tutti a far pulizia della semplificazione nella sua forma estrema di faziosità scombiccherata. E mentre nel Pd adesso sfilano le figurine bionde e televisive della società civile, cioè il nulla intorno alle parole, e mentre la sinistra-sinistra si consegna alla zuppa di pesce retorica delle Anna Falcone, dopo il 4 marzo toccherà invece ai Sergio Mattarella e ai Marco Minniti, ai Paolo Gentiloni e ai Massimo D’Alema, perché populismo, improvvisazione e dilettantismo, sono esattamente il contrario di quello che serve per governare. E dopo il 4 marzo, appunto, qualcuno dovrà pur tentare di governare, com’è sempre stato, da che mondo è mondo, seguendo logiche di competenza e persino di professionalità.

 

Ci sono allora i personaggi da campagna elettorale che si agitano, chiamati a far casino in una rumorosa festa di flatulenze pubbliche, e c’è invece chi guarda al dopo, forse con lo spavento che sotto i piedi dell’Italia politica si possa aprire la botola del caos. L’ultimo stadio della società civile, quella che incontriamo ogni giorno nelle zuffe tivù, quella delle battute rancide via Twitter e Facebook, quella del folclore strapaesano dei Claudio Lotito e Salvatore Caiata, ha come contraltare uomini grigi e scafati che esprimono pochi concetti, che fanno campagna elettorale, come Gentiloni, andando a parlare con gli anziani negli ospizi, gente che misura le parole e chiude concetti calcolati e regolati con il tic tac d’una bomba a tempo: sono gli uomini che lavorano alle larghe intese a venire. Gli uomini in grisaglia che in queste ore, in queste ultime settimane, tessono fili invisibili, tracciano profili nell’aria, alla ricerca di soluzioni tecniche, alchimie parlamentari, combinazioni forse instabili eppure necessarie. Basta d’altra parte guardare gli altri grandi paesi: l’Inghilterra, la Francia, la Germania… Da chi sono governati? Forse dal civismo impolitico? La dimensione del governo è ancora quella di partiti nazionali, strutturati, che abbiano competenza e professionalità. Gli estremismi e le sparate sono, al contrario, una specie di genere letterario, horror da talk-show, fiction e realtà sudamericana.

 

E allora Minniti parla di grande coalizione, Gentiloni invita l’Spd tedesca ad avere il coraggio delle larghe intese, D’Alema vagheggia un “governo del presidente”, e persino Silvio Berlusconi – che compone una lista di ministri con Tajani e Carlo Cottarelli – è un garbuglio che sta a metà strada: populista per necessità (“pensioni a mille euro per tutti”) ma con uno sguardo resipiscente: “Andremo avanti con Gentiloni se non ci sarà una maggioranza”.

 

Così, per adesso, è ancora l’ora di Pietro Grasso, ma tutti sanno, anche nella sinistra, che quando il gioco si farà duro sarà l’ora di D’Alema e di Vasco Errani. E per adesso, nella destra pirotecnica, tocca a Salvini, ma poi sarà il turno di un Berlusconi aziendalista, com’è sempre stata Mediaset, dunque governista. E nel Pd, messa da parte la fuffa e le belle faccine, sarà il tempo di Franceschini e di Gentiloni. Tutti silenziosi, in scaramantica attesa, mentre gli altri frullano nel vuoto quotidiano della campagna elettorale. Il loro è un appannarsi vigile, è il sonno del gatto guardingo, dell’antilope nella savana. Stanno fermi ma intanto fanno di conto, con il presidente Mattarella nell’orecchio: un senatore di qua e un deputato di là, una maggioranza piena o un governo di desistenza, persino con i fuoriusciti dei Cinque stelle.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.