Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Di Maio lobbista

Redazione

Sta provando a mettere la grisaglia al M5s, ma non ci riesce. Sotto la cravatta ci scappa il rutto

Roma. “Sta provando a imborghesire il Movimento, a istituzionalizzarlo. Insomma a renderlo più normale”, ci dice Francesco Galietti, che in Senato ha appena lasciato il tavolo della conferenza stampa condivisa con Luigi Di Maio, Rocco Casalino, Paola Taverna, Roberto Fico, due candidati in Parlamento, Dino Giarrusso e Alessia D’Alessandro, e due giornalisti del Fatto quotidiano, Luigi Franco e Thomas Mackinson. Ma Galietti, elegantissimo e giovane lobbista, allievo di Giulio Tremonti, lui che ha scritto un libro intitolato “Sovranità in vendita”, e la scorsa settimana aveva portato Di Maio a Londra davanti a una ventina di fondi d’investimento della City, un po’ coglie il paradosso che ieri pomeriggio si è sgranato di fronte ad alcuni militanti del M5s e a parecchi giornalisti riuniti a Palazzo Madama. E infatti Di Maio vorrebbe fare quello normale, indossa la grisaglia, veste come lui crede debba vestirsi un candidato presidente del Consiglio, e dice di voler “tutelare i portatori d’interessi”, cioè i lobbisti, gente che fa un lavoro del tutto normale. Però Di Maio, mentre dice questo, si presenta in conferenza stampa con la ex iena Dino Giarrusso che fa il mestiere suo, cioè il tribuno, e con due giornalisti del Fatto autori di un’inchiesta che vorrebbe dimostrare che i partiti sono “dipendenti dalle tangenti” e tutti “comprabili dalle lobby”. Così, mentre di fronte al pubblico di fotografi e telecamere si dipana questa sceneggiatura un po’ sghemba, mentre Di Maio dice che “se avremo la maggioranza faremo in modo che ci sia massima trasparenza”, contemporaneamente il candidato premier – a proposito di trasparenza – omette di dire che il bravo Galietti di mestiere fa proprio il lobbista. 

  

E davvero Di Maio sembra in lotta con se stesso, o con una parte di sé. E’ infatti spinto dall’impulso di ripulire il Movimento da tutti i personaggi bislacchi che lo popolano, e dunque non ricandida il deputato che credeva nelle sirene e lo sostituisce con un professore universitario, ma pure deve sempre pagare dazio al ribellismo scombiccherato che è il vero propellente elettorale del M5s. Il candidato premier sembra rendersi conto che governare, e fare politica, significa stare immersi nel mondo, nella società e nei rapporti. Dunque arruola un consigliere diplomatico come Vincenzo Spadafora, in economia si fa consigliare da Marcello Minenna, e adesso si affida a Galietti, che lo ha introdotto in un mondo, quello della finanza internazionale, che era curioso di annusarlo almeno quanto Di Maio era interessato a rassicurarlo. Eppure il ragazzo di Pomigliano non può rinunciare al riflesso populista e anti imprese. Vuole dialogare con quegli interessi, come ha fatto a Londra, ma contemporaneamente deve anche far capire al suo popolo di derelitti che questa gente gli fa un po’ schifo. Così Di Maio vive in una continua tensione.

 

E’ come scisso. E poiché spesso non sa più nemmeno che linguaggio adottare – rivoluzione o governo? – allora preferisce omettere, nascondere, come quando non presenta Galietti, o quando accetta solo due domande dai primi due giornalisti e poi scappa via, o come quando, è successo mesi fa, invita alla Camera un gruppo di lobbisti (tra cui Facebook, Amazon, Microsoft…) e alla faccia della “trasparenza”, un principio che si applica sempre agli altri ma mai a se stessi, li riceve a porte chiuse. “Anche la Lega era così all’inizio”, dice Galietti. Erano i barbari calati dal nord per far vendetta su “Roma Ladrona / la Lega non perdona”, e dopo venticinque anni sono finiti con lo scandalo Belsito e i diamanti in Tanzania. Nessuno augura questo al M5s. Ma c’è un adagio sempre valido: diffidare di chi promette la palingenesi. Di solito si tratta di fanatici, o imbroglioni. In entrambi i casi finisce male. 

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