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Il vero ritardo dell'Italia sull'immigrazione

L’Europa e il dibattito culturale che manca quando si parla di integrazione

5 Febbraio 2018 alle 20:28

Il vero ritardo dell'Italia sull'immigrazione

Blitz di polizia e carabinieri per controllo immigrazione alla stazione centrale di Milano (foto LaPresse)

Ieri è iniziato a Bruxelles il processo a Salah Abdeslam. Belga, figlio di marocchini, è l’unico sopravvissuto del commando dell’Isis che ha realizzato le stragi di Parigi (130 morti). E uno dei volti del fallimento multiculturale europeo. L’Italia ha assistito a una crescita dei problemi legati all’immigrazione clandestina. Ma restiamo ancora indietro rispetto al resto dei paesi europei.

      

Non abbiamo le 751 zones urbaines sensibles classificate dal ministero dell’Interno francese. Sono le enclave “perse” secondo Georges Bensoussan al repubblicanesimo francese e confiscate da un misto di sharia e di delinquenza, dove neppure la polizia francese mette piede ed è bene non essere donna o ebreo. Non abbiamo i disastri del comunitarismo britannico, i ghetti multikulti dove sembra di stare in Arabia Saudita o in Pakistan e non a Birmingham o Luton, la pancia del Londonistan con le sue centinaia di corti della sharia che hanno soppiantato la Magna Charta.

 

Non abbiamo i guasti della convivenza sperimentati in Svezia in questi due anni (dagli stupri alle molotov contro le sinagoghe). Non abbiamo avuto le partenze a migliaia verso le terre del Califfato. Non abbiamo le enclave jihadiste, come Molenbeek, i pezzi di Belgio usati come una Gaza europea per ordire attentati di massa contro altri cittadini europei. Siamo indietro anche nelle folli sperimentazioni del multiculturalismo, perché demograficamente non abbiamo ancora le terze generazioni e l’inevitabile banco di prova della laicità.

 

Tutto questo potrebbe arrivare in Italia. Ma per evitare che si ripetano i guasti nord e centro-europei anche qui il dibattito sull’immigrazione dovrebbe uscire dalla sterile discussione sulla legalità e concentrarsi sulle conseguenze culturali del più esplosivo fenomeno politico in Europa dai tempi del crollo del Muro di Berlino.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    06 Febbraio 2018 - 21:09

    Giustissimo: se la c.d. immigrazione dev'essere presa come ineluttabile dato di fatto, vediamo almeno quali potranno esserne le conseguenze culturali ossia quale tipo di convivenza potrà risultare dalla mescolanza di noi indigeni - peraltro in costante estinzione demografica, con la giovane varietà anche se indecifrabile di questi nuovi arrivati. Ridicolo immaginare di imporre loro qualsiasi "integrazione" al nostro per così dire "modello culturale", dato che mai ci siamo trovati così "disintegrati" come di questi tempi. Meglio sperare che lo stellone d'Italia brilli ancora una volta salvando capra e cavoli come in passato, quando l'Italia fu una intermittente successione di invasioni armate e non, che un po' prendevano e un po' portavano, rinnovando questa razza-non-razza italiota di nuovi geni. Insomma, la Provvidenza provveda. Che altro, sennò?

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