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L'affaticamento del Cav. per la parola "no"

Fare le liste per lui è sempre stato scambio, ma di amicizia e dolore

2 Febbraio 2018 alle 06:16

L'affaticamento del Cav. per la parola "no"

Foto LaPresse

Per Berlusconi le liste dei candidati alle elezioni sono sempre state più che un affaticamento, una vera croce. Il Cav. è un patriarca naturale, alla sua venerabile età la vecchia sindrome affettiva, il dover dire dei “no”, si ingigantisce. Ma sempre si era fatta sentire, fin dall’inizio. Anche quando aveva poco meno di sessant’anni e, baldante come un ragazzino, organizzava da novizio della politica eserciti di candidati sempre con l’occhio fisso alla vittoria nelle battaglie campali del consenso, che per lui è il tutto dell’esistenza, il suo succo, il nettare dell’edonista assoluto, del populista democratico senza incertezze. Berlusconi non ha metodo, è lui stesso il metodo, e non conosceva – non so fino a che punto le cose siano cambiate negli anni – altra logica che quella dell’amicizia, della promessa unilaterale, la sua, e del piacere di piacere e di compiacere. (Nel cuore rosso del Mugello, quando facemmo la malandrinata contro il malandrino, gli chiesi di fare un comizio invernale all’aperto, una rara cosa non protetta, roba che sembrava Lenin a San Pietroburgo. Lo fece, incapace di resistere alle tentazioni, e poi mi disse soave e sorridente: “Giuliano, alla mia età mi ha fatto fare un comizio con il paletot!”). Sta qui la sua grande debolezza e la sua forza.

  

Gli rimproverano di non aver costruito una classe dirigente, di avere sempre agito in una logica di corte regale invece che di staff, di essere un premoderno della guerra elettorale esposto al tradimento, all’invidia, alla guida di subalterni dell’amore che si possono trasformare in gran ruffiani di nuovi amori. E’ vero, ma comprensibile. Non ha mai varcato il confine che divide l’uomo privato dall’uomo pubblico, non ha mai accettato le regole istituzionali del partito politico, e proprio per questo fu capace di sedurre, illudere magari, e attrarre. E ancora adesso, dopo la più brillante serie di vittorie, sconfitte, emarginazioni e ritorni della storia italiana intera, dopo tutto, l’uomo-metodo, il sentimentale, l’ironico e autoironico impersonatore del sogno riesce a mantenere uno zoccolo di favore popolare e di capacità unitiva, nel momento della battaglia, che verrà studiato a lungo come un fenomeno illogico e potente di carisma personale.

 

Molti pensano o hanno lasciato sé stessi e gli altri pensare che la sua mediazione sia un impasto di denaro e di fedeltà, ma non è così o non solo così. Certo per Berlusconi chi non chiede per sé e magari offre qualcosa, il prototipo del servo libero, in fondo è sospetto, perché tutta la sua vita di businessman e capo azienda fu all’insegna dello scambio, lo scambio come linguaggio sociale e familiare, come stretta di mano e convenienza reciproca. Nemmeno una grande avventura politica può cancellare una formazione e una pratica di successo da imprenditore, e genialmente per di più da impresario, da capocomico di una compagnia viaggiante con “il sole in tasca”. Ma dello scambio il Cav. è un orchestratore, non un mestierante. E allora perfino un “no” a un Giulio Tremonti, il Genio, l’uomo che più di chiunque altro lo ha tradito e con le peggiori conseguenze, deve essere stato sofferenza, per non parlare della separazione con Denis Verdini, collaboratore dei migliori, che da consigliere politico e robusto numero due nel movimento gli faceva da scudo e paratia proprio in queste occasioni amare. Ora Berlusconi deve riposare, trattarsi con i guanti, e può farlo sapendo che l’epoca della sua infinita accessibilità, per tutto e per tutti, seduto su un divano con il telefono accanto, la lista delle chiamate e un taccuino, è definitivamente tramontata. Per lui è un bene, non è detto che per la sua nuova avventura sia un male.

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Commenti all'articolo

  • mario.patrizio

    02 Febbraio 2018 - 18:06

    La politica in salsa italiana ha alcune peculiarità che giustificano i sentimenti di avversione, la principale ruota intorno all'appropriazione dello stato da parte dei partiti, la condizione che produce la percezione della corruzione nelle cariche elettive e che spinge l'elettore al voto “contro”. Poi si possono aggiungere un paio di cose. La prima è che la politica è stata fin troppo demonizzata per i soliti biechi interessi di bottega. Il mainstream ha soffiato nella stessa direzione per decenni connotandola in modo negativo, un obiettivo raggiunto con l'accordo è un inciucio. Sarà che le sponde illuminate dal sol dell'avvenire sono state immaginate luminose e prive di ogni umana perversione. Se poi l'imprenditore scende in campo, poco si presta alla sua liturgia, vissuta piuttosto come ostacolo alla realizzazione del mandato. Le battaglie, anche quelle combattute nelle fila della stessa parte, hanno come riferimento il particulare sul generale e ogni tassello va al posto suo.

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  • luigi.desa

    02 Febbraio 2018 - 17:05

    Fin da bambino mi sgansciavo sentendo dire ai miei concittadini quanto fossero mascalzoni incompetenti e peggio i nostri governanti manco fossero stati inviati da Marte ed totalmente estranei al volgo che pure li eleggeva. Oggi anche i grillini sono detti e si dicono diversi invece sono composti da italiani che rappresentano il più meglio dell'italiano medio.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    02 Febbraio 2018 - 16:04

    1994 Lo sentii, l’ascoltai, lo riascoltai, lo votai, non ho più smesso. Mi affascinava la potenza immaginaria, il progetto, l’intento sincero e folle, utopistico e abbagliante, di trasformare lo stato in senso liberale. In una landa dove la dottrina liberale, non aveva mai avuto la possibilità di trasferirsi in operatività politica come modello di società. Sapevo che il consenso popolare, elettorale, trasferito nella nostra Costituzione non sarebbe stato sufficiente, non solo, sapevo anche che gli italiani, anche quelli che lo votarono, non avevano ben capito cosa comportasse concretamente per loro, quella trasformazione. Quirinale e magistratura e sindacati e corpi intermedi a lui avversi, completavano il quadro. E’ andata come non poteva non andare. Lui è sempre lì. Momumentum aere perennius, exegit.

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  • r.carletti73@gmail.com

    r.carletti73

    02 Febbraio 2018 - 15:03

    io continuo a pensare che alleandosi con salvini avra' probemi a non finire sia nel caso che il centrodestra dovesse vincere dove dovra'tenere a freno l'impeto dal n 1 leghista sia dovesse perdere dove si trovera' ad imprecare di aver fatto squadra con lui

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