cerca

Chi ha vinto e chi no nella battaglia delle liste Pd (ma con un rischio per tutti)

I conti che sono stati fatti sui seggi sicuri e quelli probabili però potrebbero non avere più valore se il Partito democratico andasse male alle elezioni

31 Gennaio 2018 alle 06:13

Fatte le liste, Renzi pensa già alla grande coalizione (e al ministero degli Esteri)

Foto LaPresse

Non cessano le polemiche all’interno del Partito democratico sulla composizione delle liste. Ma ora che sono state depositate, si può dire veramente chi sia stato penalizzato e chi no? Un autorevole esponente della maggioranza del Pd, uno di quelli che le liste le hanno viste, lette e limate, illustra la situazione, senza nascondere il fatto che Renzi si sia blindato per la prossima legislatura: “Andrea Orlando ha avuto quindici posti”. Peccato che ne chiedesse da trentasei a quaranta. Ma nemmeno quei quindici posti sono veramente sicuri: “Di certi per il Guardasigilli ci sono dodici seggi. Non uno di più non uno di meno”. Andiamo a vedere che cosa è accaduto invece all’altra minoranza interna, quella che fa capo a Michele Emiliano. Il governatore ne aveva chiesti venti aspettandosene dieci. Quanti ne ha avuti ? “Tre sicuri, ma altri due posti possono scattare se il Pd va al 25 per cento”.

 

E fin qui la situazione nella minoranza interna. Ma anche nella maggioranza ci sono parecchi feriti sul campo. Il ministro Maurizio Martina “ha avuto cinque seggi sicuri per i suoi”. E l’altro ministro, Dario Franceschini? “Lui ne ha avuti cinque, come Martina”. Insomma, non certo un bel bottino. Quello che è andato meglio tra i capicorrente della maggioranza del Pd è stato Matteo Orfini. Il presidente del Partito democratico ha ottenuto “dodici seggi sicuri”. Insomma, più del doppio rispetto a Franceschini e Martina. E questo per un semplice motivo: “In tutto questo periodo è stato l’alleato più fedele di Matteo”. E Matteo lo ha perciò voluto ringraziare.

 

Ma… c’è un ma in tutto questo ragionamento. I conti che sono stati fatti sui seggi sicuri e quelli probabili potrebbero non avere più valore se il Partito democratico andasse male alle elezioni. E per male non si intende si finire sotto il 20 per cento – ipotesi che peraltro qualcuno non esclude. No, se il Pd raggiungesse il 22 per cento (una percentuale che più di un sondaggio attribuisce al partito di Renzi) allora potrebbero non entrare in parlamento nemmeno i capilista delle regioni in cui il Pd è più debole. Certo, sarebbe un grande smacco ed è un’ipotesi alla quale il segretario non vuole nemmeno pensare. Anche perché se così fosse il suo progetto di approdare alla grande coalizione chiedendo (non per sé, ma per il partito, la guida del governo andrebbe a farsi benedire.

 

L’obiettivo di Renzi infatti è una grande coalizione gestita non da lui in prima persona ma da Paolo Gentiloni. E il segretario del Pd – che gestirebbe la fase politica di formazione del governo – accarezza l’idea di andare a fare il ministro degli Esteri di un esecutivo siffatto.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    31 Gennaio 2018 - 08:08

    Un segretario di partito che va a fare il ministro in un governo presieduto da un militante del suo partito da lui designato e’ stranezza politica senza pari. Logica e decenza politica indicano nel segretario colui che rappresenta e governa partito e militanti. E infatti anche il Foglio registra quanto spazio Renzi abbia concesso agli avversari interni nelle liste elettorali. Principi costituzionali stabiliscono che il presidente del consiglio rappresenta e appunto presiede il governo composto da ministri da lui scelti e indicati , della cui leale e coerente fedeltà si rende garante. Insomma il segretario e’ numero uno in partito ma numero x al governo presieduto da uno da lui nominato. Siamo al grottesco, statuto del partito a parte.

    Report

    Rispondi

Servizi