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Fuori le toghe, dentro i giornalisti. Ma è un cambio di professioni

I magistrati in politica non si portano più. Aspetti grotteschi, e seri

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

27 Gennaio 2018 alle 06:20

Fuori le toghe, dentro i giornalisti. Ma è un cambio di professioni

Tommaso Cerno (foto LaPresse)

Milano. Che cosa hanno in comune Tommaso Cerno e Anna Finocchiaro, Felice Casson e Gianluigi Paragone, Emilio Carelli e Donatella Ferranti? Niente, o forse molto. Senz’altro questo: sono come i giocatori di una squadra – chiamatela la squadra dei giocatori in prestito alla politica – colti nel momento iconico, quando uno esce e lascia posto all’altro: ci si dà il cinque, sulla linea di bordo campo, e via. Escono di scena i magistrati, entrano i giornalisti. Se avessimo un’unghia del talento di Filippo Ceccarelli, sarebbe un racconto di transumanze e curricula migratori, di album delle figurine parlamentari. Se fosse l’Unione sovietica sarebbe la sostituzione – là un tantino più brusca, qui morbida e ammortizzata – di una classe sociale con l’altra. Fuori i kulaki, dentro quelli del kolchoz. La sostituzione fra due caste professionali di impresentabili, detto all’ingrosso e senza far torto a nessuno, ma giusto per usare la metafora rosibindiana: quanto al ruolo pubblico esercitato. Se sia una sostituzione funzionale alla nuova èra politica, chi lo sa. Siccome non è né l’una né l’altra cosa, è un fenomeno che ha aspetti seri, anche se predominano i tratti grotteschi. Aspetto grottesco della squadra uscente, quella dei magistrati che hanno svernato in Parlamento. Non vanno più di moda, pare. Lacrimosa e indignata dava il triste annuncio Liana Milella, ieri su Repubblica. Faceva l’elenco. Salteranno i suddetti e altri ancora, qualcuno è in bilico. Ma due legislature fa erano “ben nove nel Pd e sette nell’allora Pdl”. Una mattanza. E a questo giro niente giudici per Berlusconi (del resto ha sempre preferito gli avvocati: legittima difesa). Aspetto più serio. Forse se n’è accorto pure il Pd, che essendo ex Pci eccetera, del collateralismo alla magistratura ha fatto spesso vessillo. E’ ora di dare un taglio. 

  

Luciano Violante s’è pentito da un pezzo; Anna Finocchiaro, discepola, forse pure. Ma il ruolo nella Seconda Repubblica dei magistrati in politica è stato (a parte alcuni galantuomini che dismessa la carriera hanno lasciato pure i vezzi della toga), questo: spesso sono entrati in politica per continuare la loro battaglia moralizzatrice con altri mezzi. Sbarellando e rimediando figure barbine, perlopiù: Ingroia, De Magistris, Di Pietro. Ma adesso pure i Cinque stelle, nel loro autodidattismo, vogliono fare i giustizialisti da soli: Di Maio annuncia che né Di Matteo, né Davigo, né Cantone saranno nel loro governo. Così tramontò la stagione dei kulaki.

 

Al loro posto, entrano i giornalisti. Si portano molto, oggi. Soprattutto tra i grillini. Carelli e Paragone. Ma anche negli altri partiti. Giorgio Mulè o Cerno. Lato grottesco. Il Parlamento rischia di diventare una sorta di Inpgi 3 (non badateci, voi profani: tra noi del mestiere ci capiamo benissimo). Il piè veloce Cerno in tre mesi ha messo ko Rep., se ora passa a carico dello stato, Mondardini si sarà tolta un bel peso. Aspetto più serio. Certo, lunga e onorabile è la schiera dei giornalisti passati in politica. Persino Gentiloni, sì dirà. Ma Spadolini, Alberto Ronchey, o Giuliano Ferrara (rapido passaggio ministeriale) e mettiamo nella schiera anche giornalisti mai passati per la politica attiva, i Mauro o gli Scalfari (anzi, Scalfari sì, un giro col Psi, ma fu 50 anni fa): sono politici non tanto “prestati”, al giornalismo, ma che hanno sempre praticato il giornalismo come campo di un impegno cultural-politico, senza tessera o seggi. Una tribuna pubblica e delle idee e un ambito della polemica civile. L’infornata odierna – con pardon per tutti, si va in generale e considerando il mood del momento – ha più l’aria di un’uscita da un mondo in crisi e votato all’irrilevanza, forse persino alla noia (la politica come alternativa alla noia: categoria introdotta da Grillo) per entrare in un’altra professione. Mobilità sociale. Aspetto grottesco, su ambo i lati. La sostituzione tra impresentabili, sempre con pardon alle persone ma con un occhio alle caste: il giornalismo che va alla conquista della politica oggi è un sottogenere dell’urlo populista, oppure è abituato a un rapporto di familiarità con la politica. Poi, quanto ai giornalisti, magari Cerno sarà il Boris Johnson del Pd. Quanto ai magistrati, si dirà solo questo: ce n’è stati anche di ottimi. E comunque Di Matteo non si candida.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    28 Gennaio 2018 - 09:09

    Ed ecco un'altra professione, nata come missione di emancipazione civile di tutti i cittadini per una convivenza rispettosa, libera e responsabile, svendersi alla faziosità. Arbitro venduto, giornalista venduto. Ma dopo il crollo deontologico della Magistratura - suprema espressione dello Stato equanime nei confronti di tutti i cittadini indistintamente "La Legge è uguale per tutti" - più o meno consapevolmente svendutasi alla politicanza militante, l'effetto domino è inevitabile. Fine del "Bene comune". Così crollò uno Stato-Nazione, non più Patria per nessuno. Amen.

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  • Giovanni Attinà

    27 Gennaio 2018 - 13:01

    L'entrata di giornalisti nella politica non è nuova. Poi succede che non mi pare che siano sempre coerenti con le loro idee che professavano scrivendo. Del resto sulle candidature alle politiche la coerenza delle professioni non mi pare che sia stata applicata, in primis per i magistrati, seguono gli avvocati e così via. Si tratta sempre di difendere le lobby e salvaguardarle. Naturalmente ci sono state eccezioni di coerenza e ci possono essere eccezioni, ma la selezione politica dovrebbe avvenire dai partiti che devono essere ritornare ad essere credibili e non certo partiti di plastica, personali o gestiti via web. Urge applicazione articolo 49 della Costituzione.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    27 Gennaio 2018 - 10:10

    Fuori le toghe faziose, dentro i giornalisti di partito. Certamente è un peggioramento per i cittadini normali, perché una notizia da violazione di privacy detta in parlamento da un ex magistrato puzza di violazione, la medesima detta da un ex giornalista invece passa per lecita e buona. Perciò il cittadino italiano - che dovrebbe essere ritenuto innocente fino a sentenza di condanna passata in giudicato - deve invece poter essere civilmente abbattuto subito con la prim'accusa.

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