Le promesse elettorali del M5s e la coperta di Di Maio

Il M5s conta di coprire le promesse con un “piano Cottarelli” da 50 miliardi. I numeri però non tornano

Le promesse elettorali del M5s e la coperta di Di Maio

Foto LaPresse

Roma. Dopo il tempo delle promesse arriva quello delle coperture. Il programma elettorale del M5s è farcito di ogni genere di beneficio: reddito di cittadinanza per chi non lavora, riduzione delle tasse per lavoratori e imprese, aumento degli stipendi per i dipendenti pubblici, controriforma della legge Fornero per mandare prima in pensione chi è vicino al ritiro, a cui vanno aggiunte risorse per gli investimenti pubblici e per i numerosi “piani”, per il sud, per l’energia, per lo sviluppo eccetera. Naturalmente tutto questo pacco di promesse ha un costo notevole che, senza corrispondenti tagli di spesa o aumenti delle tasse sfonderebbe il fragile equilibrio di bilancio di un paese ad alto debito pubblico come l’Italia. Fino a poco tempo fa la chiave di volta, o meglio, il coniglio dal cilindro, delle promesse del M5s era l’uscita dall’euro: se i soldi del bilancio statale non bastano, usciamo dall’unione monetaria e stampiamo tutti quelli che ci servono. Ora che l’Eurexit non è più un la soluzione a tutti i nostri problemi ma solo l’“extrema ratio”, i Cinque stelle hanno dovuto necessariamente porsi il problema delle coperture, ovvero con quali soldi finanziare le proprie promesse. E così da eurocritici e nemici giurati dell’austerità, i grillini hanno scoperto le virtù della disciplina fiscale. Luigi Di Maio, ad esempio, quando gli si chiede come intende finanziare gli interventi parla subito di spending review: “Il piano Cottarelli, che Renzi di fatto ha ignorato, è un’ottima base, ma andremo anche oltre”, ha detto in un’intervista al Qn. Il lavoro di Carlo Cottarelli è “un’ottima base”, dice bontà sua Di Maio, ma non è certo sufficiente, bisogna andare oltre: “Contiamo di recuperare 50 miliardi di sprechi da reinvestire nella riduzione strutturale delle tasse. Abbiamo la credibilità per fare quello che i partiti hanno solo promesso”, dice il nuovo falco dell’austerity che guida i cinque stelle.

 

Per capire di cosa stiamo parlando bisogna partire dalla “base”, ovvero dalle proposte che l’attuale direttore dell’Osservatorio conti pubblici ha avanzato quando era commissario governativo per la spending review. Il “piano Cottarelli” valeva complessivamente circa 30 miliardi di euro, quindi appena il 60 per cento della somma che invece vorrebbe tagliare Di Maio. Ma non basta, perché il piano Cottarelli è vecchio di qualche anno (2014) e nel frattempo una buona parte delle proposte di revisione della spesa suggerite dall’economista, pari a circa il 30 per cento del totale (una decina di miliardi), sono state attuate dai governi a guida Pd: la centralizzazione degli acquisti di cui parla spesso il capo politico del M5s è stata già realizzata con una drastica riduzione del numero di centrali appaltanti Consip (da 32 mila a una trentina), blocco del turnover (tranne nella scuola) e blocco degli aumenti salariali nella pubblica amministrazione, il contenimento della spesa sanitaria con il patto per la salute, interventi sulla spesa per comuni, province e comparto sicurezza, riduzione di alcuni sussidi alle imprese. Del piano Cottarelli restano pertanto una 20 di miliardi di interventi e quindi, per arrivare a 50 miliardi di tagli, Di Maio dovrebbe attuare due piani Cottarelli e mezzo. Un traguardo a dir poco irraggiungibile.

 

Tutti i no dei grillini

Teoricamente potrebbe anche essere possibile che l’ex direttore del dipartimento di Finanza pubblica e direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale in confronto a Di Maio e al suo gruppo di esperti sia una colomba, ma a livello pratico basta guardare le posizioni assunte dal M5s nel corso degli anni per farsi un’idea. Il Movimento non solo si è opposto a gran parte degli interventi di spending review messi in campo dal governo negli ultimi anni (le proteste contro i “tagli alla sanità” sono solo l’esempio più lampante), ma nel programma elettorale propone di fare l’esatto contrario di quanto suggerisce Cottarelli nel suo piano. Ad esempio, tra le voci più consistenti, l’ex commissario alla spending review consigliava recuperare risorse dalla razionalizzazione del comparto sicurezza (il M5s no), dalla riduzione dei sussidi alle ferrovie (il M5s vuole potenziarli) e soprattutto dagli interventi sulle pensioni: oltre al potenziamento della riforma Fornero era prevista una razionalizzazione delle pensioni di invalidità, di reversibilità e di accompagnamento (il M5s propone di andare in direzione opposta, smantellando la riforma Fornero). Un capitolo a parte è quello delle partecipate, da cui Cottarelli prevedeva di ricavare due miliardi dalla chiusura delle municipalizzate inutili e in perdita, dal taglio dei trasferimenti a quelle in perdita. Di Maio si dice d’accordo. Il problema è che nel rapporto di Cottarelli sulle partecipate la società con le perdite più elevate in Italia, pari alla metà di tutte le perdite a livello nazionale nel trasporto pubblico locale, è proprio l’Atac, la municipalizzata del trasporto pubblico di Roma che l’amministrazione M5s di Virginia Raggi ha blindato nella sua inefficienza con una proroga del contratto di servizio per evitare una gara pubblica e il referendum per cui i Radicali hanno raccolto 33 mila firme. Alle coperture inverosimili vanno aggiunte anche le stime fantasiose sulle spese: due economisti come Massimo Baldini e Francesco Daveri hanno fatto notare su Lavoce.info come, per un errore di calcolo, il reddito di cittadinanza del M5s non costi 15 miliardi ma quasi il doppio, 29. Ma se la coperta delle coperture è troppo corta non c’è problema, il programma del M5s come soluzione ha sempre l’“extrema ratio”: se i soldi mancano, usciamo dall’euro e li stampiamo.

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Commenti all'articolo

  • ANIWAY75

    22 Gennaio 2018 - 12:12

    Ogni giorno cambiano programmi e manifestano apertamente la loro sfrenata ambizione per andare al potere.

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  • aldo.vanini

    22 Gennaio 2018 - 12:12

    Qualcun altro, oltre il Foglio, scrive queste cose? Tutti tacciono limitandosi a presentare a ogni pié sospinto il sorriso incollato di Di Maio. L'elettore standard andrà alle urne senza essersi posto minimamente questi ovvi quesiti, nella atavica convinzione, tipica del suddito, che magari qualcuno, da qualche parte, qualche obolo riuscirà a regalarlo e soprattutto del tutto ignaro, come sempre è avvenuto, dell'elementare principio di relazione tra causa ed effetto...

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