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Dio benedica la missione in Niger

La contrarietà di Pax Christi e Avvenire alla missione. Ragioni, ma poche idee

18 Gennaio 2018 alle 06:00

Una delle votazioni delle risoluzioni di maggioranza  che autorizzano la missione italiana in Niger

Una delle votazioni delle risoluzioni di maggioranza che autorizzano la missione italiana in Niger (foto LaPresse)

Il Parlamento ha approvato la missione di addestramento in Niger con una maggioranza piuttosto ampia. Secondo la proposta del governo si tratta di aiutare le autorità nigeriane a contrastare le infiltrazioni di Daesh e a bloccare i trafficanti che trasportano migranti attraverso il Niger. Forza Italia ha votato a favore e la Lega (notizia interessante) si è astenuta (in commissione anche un esponente di Liberi Uguali aveva votato a favore: il dalemiano Paolo Corsini). Dal mondo cattolico, invece, che del resto non ha una rappresentanza politica univoca, vengono voci fortemente discordanti. Don Renato Sacco, coordinatore di Pax Christi, ha rivolto dalle colonne di Avvenire un esplicito invito ai parlamentari a non approvare la missione, che definisce come neocoloniale e bellicista. L’anatema è chiaro: secondo il religioso si tratta di una scelta “folle e insensata”. In realtà insieme all’anatema non c’è un’analisi specifica della situazione del crocevia nigerino e dei pericoli di ripresa nel Sahel delle iniziative terroristiche dopo la sconfitta in Siria e in Iraq. Si accenna, citando un discorso di ordine generale del Papa, al fatto che “dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere”. Questo è sempre vero, e si chiama politica, ma più “politica” è la sottolineatura di Avvenire che, nel titolo di prima pagina, ricorda che questa missione non nasce né da un mandato dell’Onu né della Nato.

 

Si può capire la diffidenza degli ambienti religiosi nei confronti di un intervento di militari, il sospetto che le operazioni di addestramento poi sul campo modifichino le loro caratteristiche, e soprattutto va preso in considerazione il rischio di impantanarsi in una situazione incontrollabile. Nel Sahel, com’è noto, non se la passano bene i militari francesi, tedeschi e britannici impegnati su vari fronti: quindi preoccuparsi per le difficoltà che incontreranno anche le nostre truppe è del tutto ragionevole.

  

Sono tutte ragioni che spingono a non prendere sotto gamba l’appello pacifista che viene espresso in modo così pressante, anche se inefficace, da esponenti e organismi religiosi ufficiali. Ma naturalmente in queste considerazioni c’è uno squilibrio evidente tra la denuncia della complessità della situazione e l’assenza di ogni ipotesi di soluzione. C’è una specie di attendismo irenistico, purtroppo spesso tipico delle gerarchie cattoliche: meglio non fare nulla, non opporre nulla alle dinamiche terroristiche e a quelle dei trafficanti di uomini, bisogna solo inviare aiuti umanitari e sperare in Dio. In sostanza si tratta di una fuga dalle responsabilità, proprio per una volta che l’Italia se la assume – e Paolo Gentiloni non è certo un guerrafondaio, e in Vaticano lo sanno – nell’ambito di una strategia impegnativa. Forse anche la Cei, ragionando a mente fredda, dovrebbe rendersene conto.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    18 Gennaio 2018 - 11:11

    Sarà, ma pare che anche l'Italia insegua le politiche estere della Grand France sempre malate di colonialismo.Ora l'alibi del Daesh -Isis detta anche la mafia islamica.

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