Perché non sarà l'incompetenza a fermare il M5s. Anzi

Gli “incompetenti” vengono pur sempre percepiti come “i nostri” e i loro errori come frutto di comprensibile inesperienza

3 Gennaio 2018 alle 14:18

Perché non sarà l'incompetenza a fermare il M5s. Anzi

La grande illusione delle persone di buon senso è che gli uomini votino pensando innanzitutto ai loro interessi e in parte anche ai loro valori. Tutto questo è vero nei periodi normali, quando un sistema politico è relativamente stabile e la comunità nazionale è il solido terreno di gioco nel quale si svolge la competizione dei partiti e dei gruppi di pressione. In tempi di crisi istituzionale, invece, per riprendere il titolo del gran libro di Albert Hirschman, Le passioni e gli interessi, gli interessi cedono alle passioni e gli odi di parte divampano con effetti spesso autodistruttivi. “Muoia Sansone con tutti i Filistei!”, potrebbe essere la massima seguita: purché ci si sbarazzi dai brutti ceffi al governo (“mandiamoli a casa!” ma c’è chi non si accontenta…), qualsiasi sacrificio diventa sopportabile. E’ il terreno fecondo per la pianta populista che può germogliare tanto forze centripete (totalitarie) quanto forze centrifughe (separatistiche). Ad accomunarle è la costituzione di un “noi” che si contrappone agli “altri2” – ai corrotti, ai traditori, ai barattieri –, della “gente”, sfruttata e depredata, che ha preso coscienza dei suoi mali e intende farla pagar cara a chi glieli ha procurati.

 

Uno dei più raffinati studiosi dei movimenti collettivi, Marco Tarchi, ha visto nel populismo “la mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato, come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione”. E’ una definizione che si può condividere tranne che per il riferimento alla “totalità organica”. Nel caso, ad esempio, del M5s non è la comunità radicata nel suolo e nella storia quella che viene fuori ma una “società degli individui” alla quale è estraneo ogni riferimento a valori che non coincidano coi diritti: nei populismi classici – fascista e comunista – l’etica identitaria (la nazione, la classe) induce al sacrificio personale, nel populismo pentastellare non c’è l’idea della patria o della classe tradita ma l’altra del cittadino truffato – dei milioni di cittadini truffati. La questione non è politica, non si risolve con la lotta elettorale ma è “giudiziaria”, si risolve in tribunale.

 

Ed è qui che sta il “genio” di Beppe Grillo: nell’aver partorito un “noi”, un movimento politico di tipo comunitario sulla base di un valore societario – l’indignazione moralistica contro quanti calpestano i “diritti” dei cittadini. Il moralismo, è ovvio, caratterizza tutti i populismi ma la novità sta nel fatto che la vittima del malgoverno e delle ruberie non è un popolo, o una classe carismatica (come il proletariato nella dottrina marxista) ma sono atomi sociali che la calamita pentastellata tiene assieme e ai quali si promette una giustizia rapida e implacabile. Anche il populismo americano difendeva il minute man ma quest’ultimo incarnava modelli antropologici ancestrali – la filosofia della frontiera, la nostalgia del mondo della prateria, l’insofferenza nei confronti di un governo federale lontano e nemico dei pionieri. Il seguace di Grillo, al contrario, rappresenta solo se stesso, il suo lavoro, la sua casa, la sua famiglia: vuole unicamente che ladri e pregiudicati compaiano sul banco degli imputati per pagare il fio della loro disonestà.

 

Il disgusto profondo che da anni investe la politica italiana – alimentato dai mass media e dagli imprenditori dell’anticastismo – è arrivato a livelli tali che ormai si può fare a meno della logica “identitaria”, su cui contava la Lega. Basta il grido Galera! Galera! a ottenere consenso elettorale. Per questo è vano illudersi che la denuncia dell’incompetenza degli amministratori grillini sia un’arma efficace per contrastare l’ irresistibile (per ora) ascesa del M5s. Gli “incompetenti” infatti vengono pur sempre percepiti come “i nostri” e i loro errori come frutto di comprensibile inesperienza e, soprattutto, delle difficoltà frapposte sul loro cammino da un’accolita di politici che non vogliono farsi da parte.

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Commenti all'articolo

  • gheron

    03 Gennaio 2018 - 19:07

    I grillini al governo?.. Alba difficile dopo una nottata da incubo lunga cinquant'anni... Alba, comunque. Sperando nella nostra voglia e capacità di costruirci una giornata decente. In linea, appunto, con quanto si afferma nell'articolo.

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  • guido.valota

    03 Gennaio 2018 - 18:06

    Analisi correttissima universalmente valida, cui modestamente aggiungerei l'elemento italico: 'noi' ti daremo anche un altro bel sussidio cui non avresti alcun diritto in un paese civile (sì, proprio come quello che già percepisci ma resti tra noi). Saremo tuoi complici nella nostra agognata rivalsa verso quelli che rubano (gli altri, loro, essi, i politici, i piddioti, comunque tutti tranne noi) e soprattutto verso quelli che come noi ma sicuramente più di noi campano di sussidi, invalidità, 104, posto pubblico ed espedienti vari. Quei ladri.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    03 Gennaio 2018 - 17:05

    Analisi corretta, appropriata, quella di Dino Cofrancesco. L’esplodere del grido: “Galera,Galera” equivale al “dalli all'untore”. Ambedue accomunati dall'ignoranza e dalla rabbia. I due elementi che caratterizzano la psicologia e la valenza culturale delle masse e sono usati per ottenerne consenso. Non si scappa, le platee abbracciano quello che percepiscono congeniale ai loro istinti. Ben nota Mario Tarchi: " ... il popolo non è quell'entità morale che si vuol far credere". Non è colpa sua se gli hanno appiccicato quell'etichetta, anzi, sono millenni che s'affanna a negarlo coi propri comportamenti. Ma tant'è, se non fossimo stati capaci d'ingannare noi stessi, il popolo morale è un esempio, saremmo da tempo scomparsi dalla terra. Di necessità, virtù. Il M5S', un incidente transitorio di quel percorso.

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    • mauro

      03 Gennaio 2018 - 19:07

      Condivido anch'io, caro Moreno. L'unica mia perplessità, della quale non faccio carico a Cofrancesco o a Tarchi ma al destino cinico e baro, è l'ormai data per scontata equivalenza tra i due populismi, patriottico e di classe. Che io sia per l'uno piuttosto che per l'altro non ha importanza, ciò che conta è che eliminate le due evoluzioni moderne dell'organizzazione tribale originaria cui entrambi i populismi fanno riferimento, non resta che il grillismo. La democrazia liberale è troppo fragile e confusa per gestire la situazione nella quale ha messo se stessa. A Cofrancesco e a Tarchi semmai chiederei quindi come colmare il vuoto lasciato dalla sconfitta dei populismi tradizionali, per impedirne l'occupazione da parte del nuovo populismo. Con mode culturali post sessantottesche e utopie? L'Occidente ci sta già provando da un bel pò ma i risultati non sembrano eccellenti.

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  • sara.romoli74

    03 Gennaio 2018 - 16:04

    Tutto tragicamente vero. Tuttavia, quando finirà l'effetto novità e i 5 stelle si " normalizzeranno", verranno percepiti come un partito qualunque e dunque bersaglio di uova e frutta marcia come gli altri. Il problema è che per arrivare a ciò devono passare, poveri noi, per una prova di governo nazionale.

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