Luigi Di Maio a Pomigliano D'Arco (foto LaPresse)

La strategia del M5s per attirare gli "utili idioti" della società civile

Valerio Valentini

“I candidati esterni nell’uninominale servono a prendere i voti per far eleggere i nostri nel proporzionale”, dice una deputata. Problemi al sito, prorogata la scadenza per presentare le candidature

Roma. L’espressione “utili idioti”, la parlamentare grillina a cui si chiedono lumi sul nuovo regolamento e il nuovo statuto a cinque stelle, non la pronuncia mai. Ma è evidente che è quella che meglio di tutte sintetizza il suo concetto; tanto che quando glielo si fa notare, la deputata si stringe nelle spalle e sorride. Come a dire: “Beh, sì, avete ragione”. Gli utili idioti, nella fattispecie, sono i cosiddetti esponenti della società civile che il Movimento 5 stelle ha deciso d’imbarcare per le prossime elezioni: personaggi della cultura, dello spettacolo o dell’impresa, magari vicini storicamente e sentimentalmente al grillismo, in vista delle politiche del 4 marzo potranno sperare in una candidatura anche se finora non si erano mai iscritti alla forza politica di Grillo e Casaleggio. Basterà, per loro, aderire in queste ore alla nuova associazione appena creata (la scadenza per la presentazione delle autocandidature è stata prorogata alle 17 perché il sito ha avuto dei rallentamenti causati dal numero elevato dei contatti), quella con sede a Roma e pensata apposta per le elezioni; poi, dovranno sperare nella chiamata di Luigi Di Maio, novello capo politico del M5s, che d’accordo col comico genovese, fondatore e garante, deciderà autonomamente se e dove piazzare i “civici” a cinque stelle. Alla faccia della rete che decide sempre, inappellabile e sovrana.

 

E’ scontato che a queste figure verranno assegnati i collegi uninominali: “La logica è chiara: nella nostra ottica, si tratta di persone con una certa credibilità e soprattutto con un certo seguito, che quindi si presuppone abbiano anche un discreto bacino di voti”, spiega l’autorevole fonte del Foglio. Insomma, candidare professori, magistrati, esponenti di ong o associazioni antimafia ha un senso perché queste persone devono dare un “valore aggiunto”. Vincere la sfida nei maggioritari, dove il seggio lo conquista chi ottiene un voto in più degli avversari, sarà poi tutta un’altra storia, e non è detto che i candidati esterni ce la facciano. Ma in fondo non è quello che conta, per gli strateghi della Casaleggio Associati. Spiega la deputata grillina: “L’obiettivo non è garantirci la vittoria negli uninominali; l’obiettivo è tirar su voti. Possono anche perdere la sfida nell’uno contro uno, ma comunque ci garantiranno un sacco di preferenze che torneranno comode nel calcolo sul proporzionale, dove quei voti varranno per la logica del trascinamento, e ci permetteranno di fare entrare qualche nostro esponente in più dai listini plurinonimali”. Insomma a vederla così, questa operazione è di natura prettamente elettoralistica. E del resto “per vincere servono i voti”, ammette la nostra interlocutrice, illustrando i ragionamenti condivisi dai vertici del movimento. Basta darsi la zappa sui piedi, dunque; basta costringersi all’irrilevanza in nome del rispetto di regole che non tengono conto della realtà dei fatti. E’ questo che hanno pensato, dalle parti di Via Morone, a Milano, Davide Casaleggio e i suoi consiglieri.

 

Però, se pure questa svolta improvvisa, questa apertura a candidature esterne potrà dare qualche vantaggio in termini di risultati nelle urne, è innegabile che potrebbe produrre degli effetti collaterali assai pericolosi. “Lo sappiamo bene: oltre ai pro, ci sono anche un sacco di contro”, riconosce la deputata grillina. Il rischio, nella fattispecie, è soprattutto quello di indebolire la compattezza dei gruppi parlamentari, minarne la tenuta politica. Molte volte, nella scorsa legislatura, alcune decisioni clamoroseassunte da deputati e senatori a cinque stelle hanno potuto avere un seguito proprio perché nelle pattuglie di parlamentari si respirava un clima di fedeltà alla linea quasi militaresca, vuoi per quella sorta di fanatismo che sempre si diffonde nelle sette, vuoi per la più banale, e umana, paura di epurazioni e provvedimenti disciplinari. E insomma, già a inizio legislatura, di fronte alle proposte di Pier Luigi Bersani, i pentastellati appena approdati a Roma si ritrovarono di fronte a forti pressioni per accettare di entrare a far parte del “governo del cambiamento”, con tanto di appello firmato da decine di intellettuali o sedicenti tali assai vicini al comune sentire dell’elettorato grillino. Eppure, resistettero alla tentazione proprio perché il mantra del “mai alleanze coi partiti” venne rispettato da tutti (salvo qualche defezione).

 

Come faranno, ora, con l’innesto di figure esterne che magari quell’obbedienza ai dettami del Sacro Blog non la coltivano affatto come un valore, a restare uniti? “Ovvio, il rischio esiste”, riconosce la deputata del M5s. Che prosegue: “Ma il regolamento che questi ‘civici’ sono costretti a firmare deve fargli capire subito che non possono pensare di farsi eleggere e poi fare quello che vogliono una volta entrati in Parlamento”. E anche la multa – 100 mila euro da pagare entro dieci giorni – per chi abbandona il gruppo, a quello serve: a evitare che qualcuno nutra l’illusione di usare il movimento come trampolino per un seggio alla Camera o al Senato, e poi abbandoni la compagnia alla prima occasione utile. “Sarà pure gravosa, come sanzione. Ma per noi è una garanzia. Se qualcuno firma, del resto, accetta onori e onori”, conclude la deputata. Come darle torto?

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