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L'Europa mette i sovranisti in mutande

I sondaggi si seguono o si cambiano? Il bollettino Bce, il discorso di Gentiloni e il tabù della campagna elettorale. Tre indizi ci aiutano a capire perché contro l’inconsistenza populista è urgente scommettere subito sul patriottismo europeo

29 Dicembre 2017 alle 06:12

L'Europa mette i sovranisti in mutande

Foto di _dChris via Flickr

La fine della legislatura, la salute dell'Italia, il percorso dell'Europa, le elezioni a un passo da noi. E poi? Proviamo a dire le cose come stanno, cercando di mettere insieme tre notizie importanti finite ieri sul taccuino: il buon discorso di fine anno di Paolo Gentiloni, il galvanizzante bollettino della Bce e un sondaggio sulle paure degli italiani pubblicato ieri dal World Economic Forum.

 

Che cosa c’entrano queste tre notizie l’una con l’altra? C’entrano se proviamo a mettere a fuoco quella che dovrebbe essere la parola chiave dei prossimi settanta giorni d’Italia, almeno fino al prossimo 4 marzo, giorno in cui si andrà alle elezioni. Una parola che ieri è finita cinque volte tra le frasi del presidente del Consiglio: orgoglio.

 

Gentiloni scommette sull'orgoglio Italia

Il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di fine anno: “Il paese si è rimesso in moto. Il merito di questo è delle famiglie, delle imprese, del lavoro, di chi studia e di chi si prende cura delle persone”

 

La questione, se ci pensate bene, in fondo è fin troppo semplice. In una campagna elettorale dominata finora dai fake problemi dell’Italia (dall’emergenza Etruria, all’emergenza immigrazione, dall’emergenza sconti sulle dentiere, all’emergenza Iva sul cibo dei cani) il grande obiettivo delle forze che ambiscono a guidare il paese nella prossima legislatura – e tra queste forze tendiamo a essere diffidenti dal prendere in considerazione partiti che sognano di traghettare l’Italia fuori dall’euro senza essere in grado neppure di tenere in vita un albero di Natale – dovrebbe essere quello di riportare la discussione politica su un binario non diciamo del buonsenso ma quantomeno della realtà. E rispettare il principio di realtà oggi significa rendersi conto in fretta che l’unico modo per mettere a nudo l’inconsistenza dell’offerta populista, sovranista, nazionalista, qualunquista e antisistema è impegnarsi per raggiungere un obiettivo chiaro e rivoluzionario. Ovverosia: trasformare l’Europa sempre più in un sogno e sempre meno in un incubo e riconoscere senza girarci intorno che l’Italia può continuare a portare avanti il suo percorso di crescita (nel 2012, ha ricordato con orgoglio ieri Paolo Gentiloni, la crescita italiana era di 1,9 punti in meno rispetto alla media dell’Euro Zona, oggi siamo ancora sotto la media ma solo dello 0,7 per cento) solo se continuerà a restare in scia alla locomotiva dell’Europa.

 

Da questo punto di vista, prima di arrivare al discorso di Paolo Gentiloni, i dati che arrivano dal bollettino della Bce sono incredibili. Nel terzo trimestre del 2017 in Europa l’occupazione è aumentata ancora (dello 0,4 per cento sul periodo precedente) portando l’incremento annuo all’1,7 per cento. Lo stato dell’occupazione si trova a un livello più alto dell’1,2 per cento rispetto al massimo pre-crisi registrato nel primo trimestre del 2008. A ottobre 2017 il tasso di disoccupazione nell’area dell’euro era pari all’8,8 per cento, ovvero al livello più basso osservato da gennaio 2009. Le proiezioni macroeconomiche per l’area dell’euro formulate a settembre dalla Bce prevedevano una crescita del pil in termini reali del 2,2 per cento nel 2017, del 1,8 per cento nel 2018 e del 1,7 per cento nel 2019, mentre oggi gli esperti dell’Eurosistema “prevedono una crescita annua del Pil pari al 2,4 per cento nel 2017, al 2,3 per cento nel 2018, all’1,9 per cento nel 2019 e all’1,7 per cento nel 2020”. Le migliori condizioni del mercato del lavoro, i tassi di interesse bassi e le condizioni di finanziamento molto favorevoli, scrive ancora la Bce, sostengono l’espansione dei consumi privati e rispetto al 2008 in tutta Europa oggi è in corso una piccola rivoluzione negli equilibri delle famiglie: “nel 2008 mentre l’indebitamento delle famiglie saliva gli investimenti in edilizia scendevano, a partire dal 2013 invece questa tendenza si è invertita e si è registrata una ripresa degli investimenti accompagnata da un ridimensionamento dell’indebitamento delle famiglie”.

 

L’Europa va come un treno, il mix di libertà individuale, di crescita economica e di società aperta che si trova nel nostro continente, in questo momento, non si trova in molte altre parti del mondo. Eppure nel nostro paese sventolare la bandiera europea è ancora un tabù e non c’è nessun partito che ha scelto di scommettere con decisione sulle dodici stelle dell’Unione europea per mettere a nudo l’inconsistenza e l’incompetenza della proposta populista. Perché? La ragione, forse, la si trova in un sondaggio pubblicato ieri sul sito del World Economic Forum e in un altro pubblicato qualche giorno fa sul sito del Pew Research Center.

 

Cercasi partito europeista che unisca le forze liberali e popolari

L’appello di otto giovani amministratori locali: no al populismo, pensiamo a crescita e futuro, non solo a tasse e pensioni

 

Il primo sondaggio ci dice che l’Italia in Europa ha il livello più basso di “agreement” relativamente ai benefici portati ai cittadini dall’Unione europea (solo il 39 per cento degli elettori è convinto che l’Europa abbia aiutato in questi anni l’Italia), il secondo sondaggio ci dice invece che tra la primavera del 2016 e la primavera del 2017 le convulsioni del Regno Unito nel post Brexit hanno avuto l’effetto di far aumentare l’“approval rating” nei confronti dell’Europa in tutti i grandi paesi d’Europa. In Germania l’amore per l’Europa è passato dal 50 per cento al 68, in Svezia dal 54 al 67, in Olanda dal 51 al 64, in Spagna dal 47 al 62, in Francia dal 38 al 56, nel Regno Unito da 44 al 54. Ovunque così tranne in un paese e avete capito ovviamente qual è: l’Italia, passata dal 58 al 57 per cento.

 

Tutta questa carrellata di numeri per dire cosa? Per dire che mai come in questa fase politica chi vuole creare un’alternativa al qualunquismo sovranista dovrebbe forse avere il coraggio di pensare un po’ meno a ciò che dicono i sondaggi e un po’ più a ciò che dice la realtà. Naturalmente, la lagna rissosa dei talk show ha contribuito a far diventare un incubo quello che poteva essere un sogno e ha contribuito a far diventare dei problemi irrisolvibili dei problemi risolvibili (l’Europa va come un treno, e cresce da quindici dicasi quindici trimestri consecutivi, ma è percepita ancora più come un problema che come un’opportunità; l’immigrazione è finalmente governata, dal primo gennaio 2016 al 27 dicembre 2017 in Italia sono sbarcati 180.380 migranti mentre nello stesso periodo di quest’anno i migranti arrivati sono stati 118.928, il che significa un terzo di meno, ma nonostante questo la paura dell’immigrazione in Italia è in continua crescita e non bada al principio di realtà).

 

Tutto questo è chiaro ma il punto è soprattutto un’altro: finora non c’è nessun politico che ha trovato le parole giuste per trasformare le dodici stelle della bandiera europea nel simbolo sincero di un nuovo orgoglio nazionale. Per questo ma non solo per questo serve con urgenza un qualche leader con gli attributi che abbia il coraggio di andare in piazza nei prossimi 66 giorni di campagna elettorale suonando l’Inno alla gioia e facendo propria l’idea messa in campo a settembre da Emmanuel Macron tra gli studenti della Sorbona: non esistono soluzioni locali a problemi transnazionali, non esiste una crescita nazionale senza una crescita europea, non esiste una forma più efficace di sopprimere il protezionismo se non quella della protezione europea.

 

Penso – ha detto ieri Paolo Gentiloni nella conferenza di fine anno e poche ore prima che il presidente della Repubblica sciogliesse le Camere – che ci sia un interesse generale ad avere una campagna elettorale che limiti per quanto possibile sia la diffusione di paure, la promozione di illusioni, il dilettantismo. Sono rischi che abbiamo di fronte. Più la campagna elettorale sarà lontana dalla facile vendita di paure e da dilettanti allo sbaraglio, meglio sarà per il paese”. Per farlo esiste un solo modo: mettere i mutande i populisti scommettendo sul patriottismo europeo. In fondo, come insegna Macron, di fronte ai sondaggi ci sono due strade: si possono seguire o si possono cambiare. Vale per tutto ma vale soprattutto per quelle dodici stelle su sfondo blu.

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    29 Dicembre 2017 - 20:08

    Vengono ripetuti sul Foglio, un po' ossessivamente, mi si lasci dire, e con curiosa foga, il buon andamento, nei Paesi UE, dei fattori che creano il Pil. È un fatto di cui ognuno non può che compiacersi. Invece, vi si legge raramente dell'indebitamento, in continua crescita, pare, salvo che in Germania. Il motore può spingere, ma al contempo la distruzione di ricchezza continuare, la mano e la proprietà pubblica non ridursi, la fiscalità patologica ingoiarsi una parte troppo alta del lavoro fruttifero. Chi lo dice è sovranista populista dilettante, e, manca solo, disfattista? Come un qualsiasi 5 stelle?. Ma slogan non sempre è sintesi compiuta. Le virtù citate e condivisibili lasciano talora spazio a qualche dubbio: come la protesta contro la riforma fiscale USA , un errore di bersaglio, quello legittimo essendo semmai il protezionismo. (O il mercato aperto è solo intra europeo?).

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  • mauro

    29 Dicembre 2017 - 17:05

    Lei dice molte cose condivisibili, caro Cerasa, ma poi cerca di ottenere da noi un impossibile amore per un Europa politicamente corretta e in corso d'islamizzazione obbligatoria.. Ecco, Lei dirà, uno dei tanti condizionati da irragionevoli ubbìe e ingiustificate paure; ma io non credo di corrispondare a questa Sua impressione. Sono vecchio, è vero, e quindi con un certo numero di neuroni mancanti o difettosi, benchè studi recenti tendano a raccontare ai vecchi favole consolatorie, ma ho sempre cercato e ancora cerco, di capire il più possibile (magari chiedendo aiuto, come in questi giorni, rileggendolo, a Karl Popper) non sono pauroso per natura e la mia posizione mi consente di non aver nulla da temere per i miei interessi personali, di solito ostacolo insormontabile per l'obiettività. Io non vorrei nè il crollo del costoso castello di Bengodi, nè improvvide uscite dall'euro, ma che si ascoltino le ragioni dei "populisti". IL pericolo per L'Europa non sono loro.

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    • lupimor@gmail.com

      lupimor

      29 Dicembre 2017 - 21:09

      Caro Mario, il nodo è, se non lo vediamo è perché non lo vogliamo vedere, uno solo: buttare all'aria come esperimento non riuscito, fattibile, il castello del Bengodi e ritornare al concetto di Nazione. Quello che ha fatto l'identità della civiltà occidentale. Buttando alle ortiche, con accortezza e tempi necessari, ovvio, tutti gli orpelli culturali e terreni dell'internazionalismo multiculturale e pacifista e accoglientista. Forse abbiamo passato il punto del non ritorno. Se così fosse, se la massa degli interessi in gioco,globalizzazione inclusa, rende impossibile ogni riconsiderazione, bene, dobbiamo solo renderci conto che il futuro non è più prevedibile usando le nostre abituali categorie politiche, culturali e morali. I nipoti dovranno adottarne altre e diverse. Non sarà cosa immediata e neppure un pranzo di gala. Ma tant'è. Tutto il resto piacevoli conversari.

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    29 Dicembre 2017 - 12:12

    Ma "trasformare l’Europa sempre più in un sogno e sempre meno in un incubo" è anche l'obiettivo dei cosiddetti populisti, sovranisti ecc., che d'altronde non avrebbero motivo di esistere se l'Europa non fosse per molti versi appunto un incubo. Ultima chicca: ci farà pagare anche i sacchetti per pesare frutta e verdura (andremo a casa con sedano e zucchini sottobraccio). Certo che se l'Europa (cioè la Germania) si dimostrasse sorda, allora cosa rimarrebbe da fare? Ditelo voi. Apprendo poi che oramai anche l'immigrazione è diventata fake: basta andare in giro e guardare coi propri occhi per capire che non è così, l'unica nota positiva è che da luglio grazie al meno indecente ministro di questo governo c'è stata una diminuzione dei flussi (peraltro a cavallo di Natale sono ricominciati). Trovo molto difficile essere, come proposto, patrioti europei, senza essere prima patrioti italiani, cioè anteporre giustamente le nostre esigenze a quelle degli altri partner (Germania docet)

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  • lorenzolodigiani

    29 Dicembre 2017 - 10:10

    Fra la miriade di piccoli partiti germogliati e corroborati dal ritorno del proporzionale, ne esiste uno che si chiama + Europa. Alla sua guida: Emma Bonino. Spero, alla fine, si coalizzi con il PD. Se quest’ultimo non vorra’ includere nel simbolo le stelle europee , + Europa servirebbe a sottolinearne lo spirito europeista accanto alla scelta di un moderno riformismo e dell’inclinazione all’apertura.

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