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D'Alema, Brunetta e gli altri. Si vota il 4 marzo ed è già partita la grande corsa al Senato

Paradosso: doveva chiudere, ma dopo il referendum fallito tutti vogliono farsi eleggere a Palazzo Madama. Per contare di più

28 Dicembre 2017 alle 21:11

D'Alema e la corsa al Senato per il 4 marzo

Foto LaPresse

Roma. Doveva non esserci più, eppure, ironia della sorte, ieri è partita la gara per entrare a farne parte: vogliono tutti diventare senatori. Il progetto di riforma costituzionale che si è fermato il 4 dicembre 2016 prevedeva che Palazzo Madama non ospitasse più rappresentanti del popolo eletti direttamente, tanto che, pomposamente, molti servizi avevano raccontato con toni cupi “l’ultimo giorno del Senato” e gli eletti si erano prodigati in selfie e controselfie per dimostrare che loro c’erano. C’erano pure ieri, in quello che è stato l’ultimo giorno della legislatura. La Camera “alta”, come si diceva un tempo, non solo è sopravvissuta a tutto, ma è pure tornata di gran moda. C’è chi – come Matteo Renzi – vuole esordire lì nella sua prossima vita da parlamentare, chi sta lavorando all’upgrade dalla Camera al Senato come Renato Brunetta, chi sogna il “gran ritorno” sulle scene proprio lì come Massimo D’Alema, e chi rivuole a tutti i costi il suo scranno di un tempo come Silvio Berlusconi.

 

Se la scelta del segretario Pd di puntare sul Senato è chiarissima, proprio lui che il 24 febbraio del 2014 disse che avrebbe voluto essere “l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia al Senato…”, il primo dei deputati in carica a comunicare pubblicamente la sua intenzione di spostarsi da Montecitorio a Palazzo Madama è stato Renato Brunetta. Il capogruppo di Forza Italia nella Camera “bassa” ha pronunciato un discorso di saluto durante la cerimonia per gli auguri di Natale coi suoi deputati che aveva il sapore di un commiato: “Nella prossima legislatura ho intenzione di spostarmi al Senato”, ha spiegato.

 

Chi paga il suicidio del 4 dicembre

Gli inconfessabili tabù di una democrazia non decidente che festeggia i 70 anni della Carta senza avere il coraggio di denunciare chi affossa il paese a colpi di veti. Perché il dramma italiano non è la stabilità economica ma è l’instabilità politica

 

Facile capire perché: Palazzo Madama al suo diciottesimo “giro”, da aprile in poi, rischia di avere numeri ancora più traballanti che in questo che si sta per concludere, è lì che si dovrà costruire una maggioranza. Ciascun eletto avrà un potere di interdizione enorme. In secondo luogo, col Rosatellum, un senatore rappresenta una porzione di territorio più vasta rispetto a un deputato, ha una base elettorale più larga e quindi, in fondo, è più cool. Con Brunetta sarebbero almeno tre i deputati in carica di Fi in procinto di traslocare di qualche centinaio di metri, dove non può essere eletto un under 40, guadagnando un nuovo titolo: Fabrizio Di Stefano, Pietro Laffranco e, soprattutto, Michela Vittoria Brambilla. L’ideatrice del Partito animalista dovrebbe essere “ospitata” dalle liste degli azzurri e passare da Montecitorio a Palazzo Madama. Se così fosse i due capigruppo forzisti in carica – Brunetta e Paolo Romani – che spesso negli anni scorsi sono stati in disaccordo, si ritroveranno seduti accanto dal 4 marzo in poi. Qualora il Cavaliere dovesse avere ristabilita la “giustizia” che chiede alla Corte dei diritti dell’Uomo, potrebbe correre pure lui per il Senato, del quale è stato membro fino alla sua decadenza, il 27 novembre del 2013.

 

Per il “grande” ritorno di Massimo D’Alema, fallita – evidentemente – la sua idea di una nuova grande riforma dello Stato da approvare in sei mesi, che sarà in lista per LeU, è pronto il collegio senatoriale di Gallipoli, Nardò, Maglie. Siederà – in caso di elezione, s’intende – col candidato premier del suo partito, Piero Grasso, che oggi è il presidente del Senato e dovrebbe correre a Palermo o a Milano per restarne membro. Sul fronte Fratelli d’Italia c’è l’ipotesi – non confermata – che si sposti a Palazzo Madama Ignazio La Russa, ma ancora non è chiaro se sarà candidato e in quale lista il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, mentre la Lega chissà. Matteo Salvini dice di voler sfidare direttamente Renzi, ma, per farlo, dovrebbe optare per l’assemblea meno giovane e più ovattata, storicamente meno “coperta” dai giornalisti. Potrebbe cambiare sfida e gettarsi in quella – molto più semplice – contro Laura Boldrini, per un posto a Montecitorio. Al Senato, in compenso, la Lega sarebbe pronta a creare un suo pool economico, confermando l’uscente ex forzista Giulio Tremonti e facendovi eleggere gli economisti Claudio Borghi Aquilini e Armando Siri.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    29 Dicembre 2017 - 00:12

    Al direttore - Camere sciolte. Suggestive le immagini della giornata: degne di un paese normale. Prima riflessione, asettica, cinica sul nodo politico. Mi richiama alla mente quanto scrissi al Foglio, pubblicato il 14 febbraio 2011: “A Costituzione e istituzioni invariate, regolamenti parlamentari inclusi, qualsiasi sia la legge elettorale e qualsiasi sia la maggioranza di coalizione e il governo che può esprimere, qualunque ne sia il colore politico, non si potrà mai realizzare una condizione di “governabilità” intesa come possibilità del governo di attuare il programma/i su cui ha ottenuto la fiducia dalle Camere. Aggiungiamo i poteri d’interdizione, di pressione e di condizionamento che le varie oligarchie corporative istituzionali e mediatiche/editoriali private possono esercitare sui diversi soggetti della coalizione e, il cerchio si chiude.” Seconda riflessione, pragmaticamente concisa: “Ad impossibilia nemo tenetur.” Le due riflessioni non sono contraddittorie.

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