Chi paga il suicidio del 4 dicembre

Gli inconfessabili tabù di una democrazia non decidente che festeggia i 70 anni della Carta senza avere il coraggio di denunciare chi affossa il paese a colpi di veti. Perché il dramma italiano non è la stabilità economica ma è l’instabilità politica

28 Dicembre 2017 alle 06:00

La Costituzione e il suicidio del 4 dicembre

Foto LaPresse

Il primo gennaio del 2018 la nostra Costituzione compirà settant’anni e le celebrazioni relative alla bellezza della nostra Carta cadranno in un anno particolare, in un anno elettorale, durante il quale sarà forse chiaro a tutti il suicidio politico che ha scelto volontariamente l’Italia il 4 dicembre del 2016, decidendo di non riformare la Costituzione-più-bella-del-mondo e accettando di condannare l’Italia a una lunga fase di transizione in cui la debolezza – che ci siamo autoinflitti – del nostro sistema istituzionale è destinata a diventare il vero male oscuro dell’Italia: l’unico vero elemento di instabilità di un paese che, politica a parte, finalmente gode di buona salute.

 

I settant’anni della Costituzione saranno accompagnati da molti coriandoli, da molte celebrazioni e da molte fanfare, ma più ci si avvicinerà alla data del 4 marzo più sarà chiaro che il sistema istituzionale che oggi governa l’Italia non è più adeguato ad affrontare le quattro grandi sfide con cui ogni democrazia moderna deve fare i conti: governare la frammentazione senza farsi governare dalla frammentazione; dominare i professionisti dei veti senza farsi dominare dai campioni dei veti; evitare che il principio della rappresentanza abbia sempre un valore superiore al principio della decisione; avere dei governi sufficientemente forti da poter contare non solo a livello europeo ma anche a livello regionale, dove più passerà il tempo senza avere una democrazia pienamente decidente e più il nostro paese rischierà di essere ostaggio di nuove e vecchie pulsioni autonomiste.

 

Siamo pronti a sorridere di gusto quando ascolteremo grandi discorsi sulla bellezza della nostra Carta da parte di quegli stessi politici che si candidano a guidare il paese sulla base di un progetto costituzionalmente eversivo che punta a sostituire la democrazia rappresentativa con una forma molto affascinante di democrazia diretta guidata da un’azienda privata non eletta da nessuno. Ma rideremo meno quando il 4 marzo ci renderemo conto che chi ha affossato il 4 dicembre Renzi ha contribuito in realtà ad affossare l’Italia e a renderla istituzionalmente ridicola di fronte ai grandi paesi d’Europa. Ci sarà un governo che forse nascerà o forse no e che comunque andranno le cose difficilmente sarà in grado di ricordare ai nostri interlocutori stranieri che l’Italia è uno stato dove la politica tende a essere non un solido elemento di stabilità ma un clamoroso elemento di instabilità.

 

E così, anche alle prossime elezioni, il paragone tra l’Italia e gli altri grandi paesi d’Europa, che nel frattempo si stanno un po’ italianizzando, sarà impietoso. Tra il 1996 e il 2018 la Spagna ha avuto tre uomini alla guida del paese, la Gran Bretagna ne ha avuti cinque, la Francia quattro, la Germania tre, l’Italia nove (Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni). In altre parole, il suicido del 4 dicembre è stato quello di aver creato le condizioni per difendere un sistema imperniato sulla non decisione, sulla giurisdizionalizzazione di ogni conflitto, sulla repubblica dei Tar, sul potere di estorsione dei cacicchi locali e sull’instabilità che diventa un fattore rassicurante per tutte quelle forze politiche, e non politiche, che sanno di poter avere un’influenza sui governi solo a condizione di avere governi deboli e dunque influenzabili e dunque ricattabili.

 

Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo, dice bene, lo ha detto ieri in un’intervista al Corriere della Sera, che la prossima legislatura ha il dovere di essere costituente, perché la Costituzione italiana è bella, è forte, è solida e rodata ma nella sua seconda parte presenta diversi elementi di fragilità che senza essere rivisti non daranno mai all’Italia la possibilità di essere una democrazia pienamente funzionante. Bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose come stanno. Di raccontare nel dettaglio la follia del 4 dicembre. Di spiegare che l’assenza di una legge elettorale capace di assegnare a qualcuno una vittoria è il frutto non di un Parlamento che non sa fare le leggi ma di una classe dirigente incapace di spiegare agli elettori che il 4 dicembre non è stato affondato solo Renzi ma un’idea per rendere l’Italia un paese più forte. Dopo la batosta di un anno fa non è facile affrontare il tema ma se ci fosse davvero un partito progressista ambizioso e desideroso di ridare un sogno ai suoi elettori dovrebbe avere il coraggio di ripartire da qui: non siamo riusciti a trasformare l’Italia in un paese più simile alla Francia ma il nostro compito oggi non è arrenderci, è semplicemente riprovarci.

 

Per festeggiare i settant’anni della Costituzione non ci sarebbe battaglia più giusta da fare che ripartire da qui.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    29 Dicembre 2017 - 01:01

    "non siamo riusciti a trasformare l’Italia in un paese più simile alla Francia" beh è una delle poche consolazioni di questa orrenda legislatura. Che poi se si vanno a vedere i diversi sistemi elettorali, in effetti solo quello francese dà un risultato certo per via del doppio turno (ma ci sono state coabitazioni di segno diverso fra l'Eliseo e Matignon). Quindi se bastasse questo per far funzionare la politica non dovrebbe esserci partita con le altre nazioni europee, in primis la Germania. Invece non è così e lo si vede ogni giorno, perché governare con il 25% ottenuto da Macron al primo turno non è una passeggiata. E poi le altre nazioni che fanno per migliorare la governabilità, pensano di cambiare legge elettorale? Non se ne ha notizia, Spagna, Germania, Olanda, Gran Bretagna ecc. non ci pensano minimamente. Saranno tutti scemi? Il problema non è quello, ma la non credibilità della classe politica che ha prodotto in Italia ben 3 ribaltoni (Lega di Bossi, Mastella+Cossiga, Fini)

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  • carlo.fusaro

    28 Dicembre 2017 - 16:04

    Bravo Cerasa. Aggiungo: a) Renzi e il PD riprendano con chi ci sta il discorso riformatore; ammessa la sconfitta nella battaglia non possono non rilanciare sulla guerra; b) Renzi non si sogni (o uno scherzo?) di candidarsi al Senato, come si legge; sarebbe una simbolica clamorosa contraddizione con la sua strategia istituzionale da rilanciare; c) magari cambiamo tattica: attraverso più leggi di revisione; partirei dalle "leggi di soppressione": la fiducia del Senato via (1), le province via (2), il Cnel via (3)... poi vediamo; d) nel frattempo impariamo dagli altri: Gentiloni governi al meglio mentre si fanno tutte le trattative del caso, sopratutto programmatiche per accordi trasparenti e partecipati su tutto. Ci si metterà 3 mesi? Non ci agitiamo: è ormai prassi generalizzata. Megli la lcama che accorducci sulle sigle che rimandano a continui scontri e a regali permanenti ai populisti. Se no si rivoterà e rivoterà fino alla crisi di regime politico.

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  • Giovanni Attinà

    28 Dicembre 2017 - 13:01

    Una sola considerazione, caro Cerasa: la Costituzione va cambiata, perché non è per niente la più bella del mondo. Solo che è necessario richiamare all'ordine a tutti coloro che, in occasione delle vicende, del 4 dicembre, annunciavano riforme condivise in sei mesi. In ogni caso viva la Repubblica presidenziale, tipo Stati Uniti, che non è un regime "fascista", come pensa certa sinistra.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    28 Dicembre 2017 - 13:01

    Caro direttore – Da settanta anni siamo inchiodati a praticare terapia sintomatica perché quella eziologica contrasta con la non cultura politica del confuso sentire del corpo elettorale e con gli interessi settoriali e di parte delle classi dirigenti. La Carta del 1948 fu scritta dalle forze politiche/sociali prevalenti nella Costituente: social/comunista e cattolica. Fu necessariamente un insieme di compromessi, anche fecondi, ma incardinati nella decisione unanime di evitare a tutti i costi la possibilità di un governo che potesse “governare”, messo cioè, ragionevolmente al riparo dai poteri d’interdizione e di condizionamento del Parlamento. Del Parlamento, chiaro?, non da quelli legittimi delle opposizioni. Le maggioranze di governo?, solo di coalizione. Dove ciascuno coltivava i propri interessi di partito. Il marchingegno perfetto per scongiurare un governo che potesse governare. Il 4 dicembre è stato la logica conclusione di questa impostazione. Il marchingegno non si tocca..

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