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Contro il pessimista collettivo e la sua Italia percepita che ingrossa l'industria delle fake news

Claudio Cerasa

Lo schema dell’Italia che sta male, sull’orlo del baratro, è la più grande bufala del nostro paese. Ragioni per ribellarsi all’industria culturale dello sfascio e iniziare a parlare del futuro con ottimismo, realismo e senza fake news  

Nonostante il santo Natale, oggi abbiamo scelto di essere in edicola, in edicola digitale, per approfittare del clima ovattato e gioioso di questi giorni e farvi ragionare su un punto che ci sembra importante mettere a fuoco mentre l’anno finisce: perché ci ostiniamo a guardare il mondo per come lo percepiamo e non per quello che è? E perché essere ottimisti è considerata una delle più grandi eresie del nostro secolo e il più grande affronto culturale contro la normalità del drammaticamente corretto

 

Generalmente, quando la sera a cena si porta in tavola una discussione sull’ottimismo la risposta del non ottimista tende ad avere una forma di questo tipo: gli ottimisti sono degli irresponsabili perché vogliono alimentate l’illusione del tutto-va-bene-madama-la marchesa e vogliono descrivere un mondo che funziona quando è chiaro che il mondo non funziona affatto e che il passato era meglio del presente e che il presente è un incubo e che il futuro non ne parliamo. Tutte posizioni legittime ma la crociata contro il pessimismo ha alcune controindicazioni importanti che non si possono sottovalutare: da una parte rende difficile il consolidamento di un sentimento di orgoglio italiano e dall’altra parte rende difficile avere una consapevolezza di quello che è veramente il nostro paese.

 

Piccolo esperimento natalizio. Quanti di voi sanno che nel 2016 l’Italia ha superato la Francia nel fatturato dell’export verso i paesi esterni all’Unione europea? Quanti di voi sanno che nei primi nove mesi dell’anno il fatturato dell’export italiano è salito dell'8 per cento sull’anno prima, quello tedesco del 6 per cento, quello francese del 4 per cento? Quanti di voi sanno che nell’ultimo biennio i pil della Lombardia (più 2,5 per cento), del Nord-Est (più 2,5 per cento) e anche del Mezzogiorno (più 2,4 per cento) sono cresciuti in misura superiore al pil francese (più 2,3 per cento)? Quanti di voi sanno (dati osservatorio Compass) che gli italiani che prevedono un peggioramento delle proprie condizioni economiche nel 2018 sono solo il 13 per cento? Quanti di voi sanno che a dicembre 2017 l'indice del clima di fiducia dei consumatori è salito da 114,4 punti a 116,6 punti del mese prima ed è salito di venti punti rispetto al 2014? Quanti di voi sanno che da qui al 2019 il livello del commercio estero sarà maggiore rispetto ai massimi pre-crisi del 2007 (+20,1 per cento l’export e +10,4 per cento l’import)? Quanti di voi sanno che il Censis, un mese fa, ha affermato che il 78,2 per cento dei nostri concittadini si dichiara molto o abbastanza soddisfatto della sua vita?

 

La sproporzione tra come l’Italia è e come l’Italia è percepita risulta ancora più chiara se si mettono a confronto i temi per i quali il nostro paese finisce sui giornali internazionali. Negli ultimi mesi, mentre i giornali internazionali hanno parlato del boom della produzione industriale, della solidità del sistema bancario, dei risultati relativi all’export, i giornali italiani hanno puntato a raccontarci ogni giorno un’Italia diversa, disperata, triste, rassegnata, che, come ha scritto il Corriere della Sera il 24 dicembre, si trova in una condizione così difficile da aver un pil che oggi è uguale a 17 anni fa (se dopo una crisi economica, un quasi collasso del sistema bancario, un quasi default, sette anni di governi innaturali, il pil è tornato a essere come quello di 17 anni fa bisognerebbe esultare, non frignare).

 

Tutto questo piccolo elenco natalizio non è per invitarvi a non vedere le cose che non vanno bene (che sono tante) ma è per invitarvi a fare di tutto per dimostrare che un vero dibattito sul futuro del paese non può prescindere dall’osservare il futuro con realismo e dunque con ottimismo: l’Italia non è ferma, l’economia ricomincia a girare, i posti di lavoro aumentano, il pil cresce, l’industria è forte, le banche non sono più un rischio sistemico. Si dirà: e allora perché questa crociata contro l’ottimismo, come la si spiega, come la si giustifica, che senso ha? La risposta è insieme semplice e drammatica: esiste un’industria dell’allarmismo che campa sull’idea che il paese sia allo sfascio e i protagonisti di quest'industria per evitare di far crollare il loro fatturato devono trovare ogni giorno una ragione per dire che si stava meglio quando si stava peggio, che tutto va male e che bisogna cambiare tutto. Lo schema dell’Italia che sta male e che si trova sull’orlo di un baratro – che è, tra parentesi, lo schema con cui i populismi beceri proveranno a vincere le elezioni – è la più grande fake news che riguarda il nostro paese e nasce non dalle diaboliche centrali della propaganda russa ma dalle menti distorte del pessimista collettivo. In questo senso, essere ottimisti non è solo un gesto rivoluzionario per sfidare i professionisti dell’allarmismo ma è il modo migliore per provare a fare l’unica cosa che serve al nostro paese per parlare del futuro: partire dall’Italia reale e non da quella virtuale che appassiona così tanto giornali, talk e populismi di ogni tipo. E osservando l'Italia di oggi c'è materia per sfidare i professionisti del disfattismo non con l'ottimismo ma semplicemente con il realismo. Buon Natale a tutti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.