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Più che una commissione d’inchiesta sulle banche sembra un film di Sordi

Passeggiata surreale tra i parlamentari che indagano sul sistema bancario

16 Dicembre 2017 alle 06:23

Più che una commissione d’inchiesta sulle banche sembra un film di  Sordi

Foto LaPresse

Roma. Otto o dieci ore al giorno, chiusi a Palazzo San Macuto, seppelliti da migliaia di pagine contenenti numeri, grafici, codici, espressioni matematiche e probabilistiche, per non parlare delle decine di faldoni quasi inintellegibili, incomprensibili, di difficile, acrobatica interpretazione persino per un professore di Economia finanziaria: tutte le pagine polverose e dense che Banca d’Italia ha disordinatamente scaricato sulle loro scrivanie utilizzando una specie di camion da trasporto speciale. E ancora centinaia di fogli e di documenti macchiati da decine di omissis, nomi, frasi, valutazioni cancellate perché ritenute sensibili, secretate, pagine e pagine che per lo più non possono nemmeno essere portate fuori dal Parlamento, e che dunque vanno studiate lì. Senza muoversi. E tutto questo per quarantotto giorni consecutivi.

 

E’ insomma evidente che la commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario richiederebbe da parte dei suoi quarantotto membri, deputati e senatori, non solo un notevolissimo sforzo fisico, un impegno gravoso e faticoso, quotidiano e continuato, ma anche una certa velocità, una necessaria capacità di selezione delle fonti, una inaggirabile padronanza della tecnica matematica ed economica, e infine persino una sviluppata teatralità inquisitoria nel gestire le decine di persone che quasi quotidianamente vengono interrogate, ascoltate, convocate: dirigenti di Bankitalia, della Consob, banchieri ed ex banchieri, finanzieri ed esponenti del sistema economico e creditizio. Ed è infatti stupefacente che di fronte a questa bisogna, a cotanto lavoro, i partiti, in questa sesquipedale, mastodontica, mitologica commissione parlamentare d’inchiesta, abbiano invece schierato formazioni a dir poco bizzarre, da cui adesso ovviamente provengono i numeri più godibili, più spettacolari e strabilianti. A cominciare dal Pd, che ha avviato questo treno senza accorgersi che mancavano i freni, nella presunzione di saper gestire uno scontro con la Banca d’Italia, proposito ambizioso che necessitava truppe di élite capaci di grinta combattiva. Non Matteo Orfini, che è combattivo ma non ha dimestichezza con le carte, o il senatore Mauro Marino, che sa leggere le carte ma non è combattivo, o Francesco Bonifazi che sembra sia sempre stato svegliato a fatica, o l’ex ministro Stefania Giannini, che in abitini deliziosi gira per i corridoi della commissione come fosse agli Internazionali di tennis: ogni tanto fa una domanda per sua curiosità personale, e poi soddisfatta torna a casa.

 

E dunque i lavori di questa commissione, gli esiti, le propalazioni giornalistiche, niente sta andando come sarebbe dovuto andare, tutto sfugge alla sceneggiatura e ai propositi iniziali, e sembra un paradossale duello di spadaccini ciechi che s’inseguono e si cercano disperatamente, con fendenti all’impazzata sulle tavole di un palcoscenico: “’ndo cojo cojo”. E infatti l’opposizione grillina ha giocato nella mischia un pacchetto che al netto del laborioso Carlo Sibilia (diventato amicissimo, anzi simbionte di Renato Brunetta) mette in campo persone che patentemente si fanno scrivere le domande da altri, e poi le recitano. L’onorevole Villarosa, il senatore Martelli, Gianni Pietro Girotto… Tutti loro arrivano in commissione, e con il tono monotono di una risoluzione strategica delle Br, leggono una raffica (anche di ventuno domande) di cui poi non capiscono le risposte, che a volte sono delle vere supercazzole prodotte da questi banchieri e funzionari convocati alle audizioni. Padroni del codice e della grammatica tecnica. D’altra parte non c’è stata finora una sola vicenda di rilievo che il Movimento cinque stelle sia stato capace di suscitare nell’Aula di Palazzo San Macuto. Fa tutto il Pd, da solo, con grazia suicidale, malgrado gli sforzi del presidente, Pier Ferdinando Casini, anguillone nato, che ha un solo compito: fare da airbag. Appena si parla del governo, lui prova a cambiare discorso. E a questo proposito, poiché confusione e farsa non sono mai molto lontani dagli orizzonti politici italiani, circola una battuta tra gli stessi membri della commissione. “Ormai ci manca solo il Papa che si affaccia all’Angelus, e dice: ‘La Boschi è venuta anche da me a parlare di Banca Etruria!’”. Un capolavoro della commissione voluta da Matteo Renzi.

 

C’è stato un tempo in cui cose simili ispiravano ai nostri registi e sceneggiatori opere in tutto degne della tradizione comica o della commedia goldoniana, a seconda dei casi. Tra i grillini solo Carla Ruocco è diversa, è preparata, ma fissata con gli scenari probabilistici che in Consob faceva il suo amico Marcello Minenna (prima che gli spiegassero che non servono a nulla). E così, di fronte a Vegas e al banchiere Zonin, al direttore generale della Consob e al capo della Vigilanza di Bankitalia, questi parlamentari di Beppe Grillo sembrano quegli italiani che all’estero girano con il foglietto delle frasi pronte: “What time is it?”, chiedono. Ma quando l’altro risponde, nella sua lingua, loro non sanno più che dire, come facevano sbarcando a Londra i penosi eroi di Alberto Sordi che s’erano vantati di parlare benissimo l’inglese. Un universo di marionette caricate a molla e incravattate.

 

Il partito (esploso) di Angelino Alfano ha regalato alla commissione Paolo Tancredi, deputato abruzzese che si è timidamente occupato di quello che succedeva in Aula nelle prime battute, perché sembrava dovesse essere coinvolta anche l’abruzzese Banca Tercas. Ma poiché alla fine Tercas non è stata nemmeno sfiorata dall’interesse della commissione, allora Tancredi è stato in seguito visto sonnecchiare su una panchina dell’adiacente piazza del collegio romano. Fratelli d’Italia è invece rappresentata da Giorgia Meloni, che impegnata con il congresso del suo partito non si è vista praticamente mai, mentre nella Lega spicca un certo Paolo Tosato, senatore di Verona, che arrivato guardingo poiché si parlava di banche venete, per settimane è rimasto fermo come un geco attaccato al muro, ma con gli occhi di un vitello appena sospinto sul treno diretto al mattatoio. Poi, fortunatamente, una volta confermato che soltanto Banca Etruria occupa la completa attenzione del mondo politico e giornalistico, il senatore leghista si è riscoperto attivo, combattivo e coraggioso.

 

Ed è insomma abbastanza chiara la prodigiosa fioritura di talento (e a volte di genio) comico. Così spensierata, generosa, e in apparenza casuale, da sembrare inesauribile. Un campionario che in questa fantastica commissione parlamentare non può che concludersi con Renato Brunetta, detto il pugnace. Lui è arrivato con un solo intento: avere il sigillo del Parlamento sulla sua teoria del complotto di banchieri e mercanti contro Berlusconi nel 2011. Il resto poco importa. E infatti in commissione svolge la funzione del coro greco. Ogni giorno, a fine seduta, Brunetta si solleva, inarca gli occhiali, e fa il riassunto di quello che è successo. Assegnando però ai fatti un senso che puntualmente la giornata in realtà non ha avuto.

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