Cosa può fare l'Italia per smetterla di parlare male di se stessa

Un giro in Francia per capire cosa significa saper fare sistema, per ricordare una lezione di Giacomo Leopardi e per rendersi conto che l’Italia avrebbe bisogno di riscoprire un testo del 1997, per esportare nel nostro paese il modello Ena

Cosa può fare l'Italia per smetterla di parlare male di se stessa

foto di Dave Kellam via Flickr

"Dovete spiegarci una cosa però: ma perché in Italia parlate così male dell’Italia?”. Ho passato alcuni giorni in Francia a girovagare nel mondo Macron, chiacchierando con alcuni consiglieri del presidente della Repubblica, alcuni ministri del governo, alcuni pezzi pregiati dalle istituzioni francesi, e alla fine di ogni conversazione, con i ministri, con i consiglieri, con gli ambasciatori, con i capi di gabinetto, la domanda rivolta ai giornalisti italiani era sempre la stessa: “Ma perché in Italia parlate così male dell’Italia?”. In realtà, il tema dell’incapacità dell’Italia a valorizzare se stessa, a fare sistema, a considerare l’interesse nazionale non un muro da abbattere ma un fortino da proteggere non è un tema nuovo per il nostro paese, purtroppo, e lo si trova già magnificamente descritto in uno splendido saggio di Giacomo Leopardi datato 1824 (“Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani”), quando Leopardi mise a tema l’importanza di avere, come allora già capitava in Francia, una “società stretta”. “La stretta società – scriveva Leopardi – fa sì che ciascuno fa conto degli uomini e desidera di farsene stimare (questa è propriamente la stima che si concepisce di loro) e li considera per necessari alla propria felicità, sì quanto ad altri rispetti, sì quanto a questa soddisfazione del suo amor proprio che ciascuno in particolare attende desidera e cerca da essi, da’ quali dipende, e non si può ricever d’altronde”.

 

In estrema sintesi, la tesi di Leopardi era questa: a differenza dell’Italia, la Francia gode di un nucleo ristretto sociale che riesce a trasformare la difesa dei propri interessi nella difesa degli interessi del paese. In una società stretta, il bene dell’élite coincide con il bene di un paese e laddove non esiste una società stretta “gli uomini sono avvezzi a disonorare gli altri poiché ciò non comporta alcuna conseguenza per loro e tendono a trasformare l’onore nel principio regolatore delle proprie relazioni. In una società che sceglie di non essere stretta, invece, la mancanza d’amor proprio provoca lo scarso o nullo rispetto di sé, dunque degli altri”.

 

Se ci si pensa bene questo discorso sull’Italia, oggi, vale ancora di più rispetto al passato e per capire la ragione è sufficiente pensare alla fase particolare in cui ci troviamo oggi. Si potrebbero prendere i dati del Censis – che dicono che il paese cresce, l’economia migliora, la produzione industriale vola, ma che dicono anche che nonostante tutto il rancore in Italia cresce – per capire che un paese fondato sull’anti sistema, dove l’agenda anti casta viene spacciata come la più importante frontiera del riformismo, tende in modo quasi naturale a far diventare ciò che è percepito più importante di ciò che è reale.

 

Ma per capire la profonda diffidenza che ha l’Italia di fronte alla parola “sistema” tutto questo non basta. E in fondo ci deve essere qualcosa di più, di più profondo, se un paese tutto sommato sano, tutto sommato in crescita, tutto sommato attivo, tutto sommato solido, tutto sommato in miglioramento si ritrova (sta succedendo davvero) a portare in campagna elettorale un tema che non dovrebbe essere più trattato come un problema: le banche.

 

Passeggi in Francia, vai in edicola, compri i giornali, leggi le pagine economiche e ti accorgi che, fuori dall’Italia, i problemi di cui discute l’Italia non sono problemi.

 

Sei mesi fa Les Echos, il principale quotidiano economico della Francia, scriveva che le banche italiane sembravano sull’orlo di un collasso (lo scrisse Olivier Tosseri il 6 giugno). Oggi invece, nelle stesse ore in cui l’Italia processa il suo passato (Visco, Etruria, Bankitalia, Commissione bancaria), lo stesso quotidiano che aveva previsto una situazione rischiosa per il sistema bancario italiano dice che no: “Les banques italiennes entrevoient le bout du tunnel”. Possiamo stupirci poi se il paese che conquista l’Eba, le Olimpiadi, l’Unesco, i Mondiali di rugby, forse la Commissione europea, forse la Bce sia lo stesso paese che sa contrapporre agli istinti anti sistema la forza del sistema?

 

Ma forse se ci si pensa bene basterebbe anche meno per capire di cosa stiamo parlando.

 

Per esempio: perché l’Italia in Europa nonostante abbia così tanti italiani forti (Draghi, Tajani, Mogherini) non riesce a trarre benefici dalle sue potenzialità di sistema? Detto in altri termini: perché l’Italia non riesce a considerare l’interesse nazionale come un interesse sul quale costruire l’identità di un paese?

 

Uscirne così da un giorno all’altro non è possibile e non è fattibile così come non è pensabile e realizzabile immaginare nel giro di pochi anni una nuova riforma costituzionale capace di ridisegnare il perimetro istituzionale italiano. Ma se concordiamo tutti nell’individuare nell’incapacità di fare sistema e di costruire un sistema competitivo con quello degli altri paesi uno dei principali limiti dell’Italia di oggi, bisogna ancora una volta riavvolgere il nastro, tornare alla Francia, tuffarsi negli anni Quaranta e rileggersi una frase famosa scolpita sulla roccia dal generale De Gaulle il 9 ottobre del 1945, tredici anni prima di vedere approvata la riforma costituzionale che ha cambiato la Francia. Fu la frase con cui De Gaulle spiegò perché alla Francia, subito dopo la caduta della Repubblica fascista di Vichy, serviva una classe amministrativa unitaria capace di mettere insieme quella che Leopardi avrebbe forse chiamato la società stretta: “La scuola insegnerà loro le tecniche della vita amministrativa e politica; cercherà anche di sviluppare in loro il sentimento degli alti doveri che il servizio pubblico comporta e i mezzi per soddisfarli bene”.

 

In molti non lo sanno ma nella primavera del 1997, Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, chiese a un gruppo di esperti guidati dal professor Giavazzi di immaginare di riprodurre in Italia l’École nationale d’administration. Il progetto venne presentato nel dicembre del 1997, fu poi accantonato, venne sostituito dalla scuola superiore della pubblica amministrazione, poi ancora sostituita della scuola nazionale di amministrazione. Nel corso degli anni qualcosa si è fatto ma nessuno ha mai ripensato a come trasformare la scuola nazionale di amministrazione non in una ridotta di burocrati ma nel simbolo dell’eccellenza di un paese. Vent’anni dopo quel progetto curato da Giavazzi è ancora molto attuale e per questo nei prossimi giorni il Foglio ve lo racconterà.

 

Se vogliamo imparare a fare sistema, e avere la nostra società stretta, forse bisogna partire da qui: dal trasformare la burocrazia non in un male da estirpare ma nel valore aggiunto dell’identità di un paese.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    04 Dicembre 2017 - 18:06

    Semplice, crescere un pochino meno della Germania (2,8): gli 0 virgola sono 2R, ovvero Rassegnati&Rancorosi.

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