Di Maio va in gita

Hanno raccontato i suoi viaggi in America come quelli di Napolitano e De Gasperi, ma Luigi ha incontrato le seconde file

15 Novembre 2017 alle 21:12

Di Maio va in gita

Luigi Di Maio (foto LaPresse)

La narrazione perfetta e forse più realistica sarebbe quella alla Frank Capra, l’inesperto e ingenuo cittadino comune che si ritrova catapultato nel cuore del potere, tra affaristi e politici senza scrupoli: Mister Di Maio va a Washington. E invece gli inviati al seguito del vicepresidente della Camera, anche grazie all’ottimo lavoro del Jim Messina grillino Rocco Casalino, raccontano i tour negli Stati Uniti di Luigi Di Maio come se fossero visite storiche di uno statista.

 

E’ già accaduto a maggio, quando Di Maio è andato a parlare all’Università di Harvard. In quel caso l’incontro venne presentato quasi come lo storico viaggio negli Stati Uniti di Giorgio Napolitano nel 1978, quando il “ministro degli Esteri” del Pci venne invitato dalle più prestigiose università americane per spiegare l’evoluzione del più grande partito comunista occidentale. Se n’è parlato per giorni – “Di Maio debutta in America”, “Di Maio parlerà ad Harvard”, “Di Maio punta a stringere la mano a Trump” – con il protagonista che raccontava ai militanti l’evento con toni autocelebrativi che di certo non c’erano negli asciutti resoconti di Napolitano su Rinascita: “Ad Harvard sono stato accolto con il massimo degli onori e della gentilezza – scriveva Di Maio sul blog di Grillo – Appena arrivato mi hanno invitato a firmare il Guest Book di Harvard nel Marshal’s Office, dove hanno apposto la loro firma reali e capi di stato di tutto il mondo”). Ma mentre Napolitano era stato invitato a tenere seminari e conferenze su invito delle università e dei professori di Yale, Harvard e del Mit, dove si era confrontato sulla natura del Pci con economisti e politologi come Franco Modigliani, Paul Samuelson, James Tobin, Albert Hirschmann e Robert Dahl, Luigi Di Maio è stato chiamato da un’associazione studentesca per parlare della democrazia diretta grillina. E se il viaggio di Napolitano è una tappa storica (nel suo “diario” il grillino Di Battista l’inquadra in maniera complottista negli eventi tragici dell’epoca “Napolitano si recò negli Usa, casualmente, durante i giorni tragici del sequestro Moro”), quello di Di Maio è una gita non proprio memorabile: nessun invito da parte dell’università e molte critiche degli studenti per la scarsa preparazione degli eletti del M5s. Eppure dalle cronache pareva quasi che Di Maio avesse tenuto una lectio magistralis a Harvard.

 

Il viaggio di questi giorni è stato preparato dopo il successo mediatico di quello, ma stavolta in veste di candidato premier: dopo il Di Maio accademico, il Di Maio statista. Il modello è il viaggio di Alcide De Gasperi in America nel 1947, quando il leader della Dc incontrò il presidente Truman. E in effetti la narrazione è stata di questo tenore (ancora una volta complimenti a Rocco Casalino): Di Maio che stringe legami con la Casa Bianca, rassicura il dipartimento di stato sull’ancoraggio dell’Italia al blocco occidentale, si confronta con il Congresso sulla riforma fiscale, le politiche migratorie e la crisi nucleare nordcoreana. Ma il divario tra storytelling e realtà è molto ampio. Il leader del M5s non ha incontrato figure di primo piano della politica americana e dell’Amministrazione Trump. E’ stato ricevuto da parlamentari un po’ in declino come Francis Rooney, che è stato un grande finanziatore di George Bush e poi del fratello Jeb, o di secondo piano come il repubblicano Albio Sires e il democratico Eliot Engel. L’unico politico di rilievo incontrato è l’italoamericano Steve Scalise, che comunque è il numero tre del Partito repubblicano al Congresso. Non ha parlato con il suo “alter ego” – come lo chiama lui – che potrebbe essere individuato in Kevin McCarthy.

 

L’unica figura del governo americano con cui ha parlato è un rappresentante del dipartimento di stato, ma anche in questo caso non proprio una figura al vertice della gerarchia: non il segretario di stato Rex Tillerson, non il suo vice John Sullivan, non il sottosegretario Tom Shannon e neppure il suo assistente agli Affari europei Wess Mitchell, ma uno dei sei vice assistenti di Mitchell, Conrad Tribble, che tra l’altro non è molto rappresentativo dell’amministrazione Trump visto che era stato nominato da Obama (era uno dei 382 invitati alla cena alla Casa Bianca in onore di Matteo Renzi). Tra l’altro Di Maio aveva già parlato con Tribble lo scorso 20 giugno a Roma, per organizzare questo viaggio in cui, da candidato premier del M5s, avrebbe dovuto incontrare il presidente Trump in persona. Il viaggio in America c’è stato, ma Di Maio ha stretto di nuovo la mano di Tribble.

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Commenti all'articolo

  • Accio

    19 Novembre 2017 - 14:02

    Più che seconde file, sembrano terze o quarte (come appare dai siti istituzionali USA)! E poi una domanda: se Giggino è andato a far conoscere il M5S, perchè in qualche occasione è stato accompagnato dall'Ambasciatore d'Italia a Washington?

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  • ARTISTAMENTE

    ARTISTAMENTE

    16 Novembre 2017 - 20:08

    Di Maio ha detto da Washington - apprendo dal TG1 delle 13 di oggi - che se sarà Presidente del Consiglio farà come Tramp, ovverosia farà una drastica riduzione delle tasse e del costo del lavoro per le imprese, così da favorire l'economia. Mi sembra come quei bambini che sentendo parlare il loro papà di affari, che peraltro da vicino non vedono neppure in volto, dato il più basso angolo di visuale, si atteggiano a dire come lui, convinti che il mondo sia tutto lì, in attesa di farli re o pompieri come sognano di diventare da grandi! Ma i bambini sono belli proprio per la loro ingenuità di bambini, viceversa quando sono adulti e a loro stessa insaputa (come è d'uso diffuso oggi), continuano ad essere bambini, allora sono mostri! Quanto meno di stupidità.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    16 Novembre 2017 - 01:01

    Le comiche continuate. Ricordate Massimo D'Alema alla City di Londra? Meno contano, più si gonfiano.

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    • travis_bickle

      16 Novembre 2017 - 11:11

      Per non dire del Pregiudicato, accolto nelle Cancellerie che contano con sorrisini di sufficienza, quando non di scherno, nemmeno dissimulati. Robuste pacche sulle spalle viceversa dai dittatori minerari del Caucaso ex sovietico.

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