Il fantasma del Cav. e lo stile vecchio di Tommaso Cerno, proconsole

Resuscitare il nemico: l'opzione "techetechetè" di Repubblica

Maurizio Crippa

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4 Novembre 2017 alle 06:00

Il fantasma del Cav. e lo stile vecchio di Tommaso Cerno, proconsole

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

“Non è l’eterno ritorno, è l’eterno inganno”. Giornalista di cultura solida, ha attualizzato pure l’Inferno di Dante in endecasillabi, di forbita eleganza e piacevole conversazione, Tommaso Cerno non si fa intimidire dal ruolo né dalla profondità con cui la politica, bassa materia, a volte ha da essere maneggiata. Da una decina di giorni è il condirettore di Repubblica, o il duumviro, o il commissario politico, come preferite, chiamato a raddrizzare la pericolosa inclinatura di chiglia della corazzata che fu. Nei progetti: un’iniezione di gioventù e al pari di nerbo e di linea. Solo che, appunto: la gioventù. Tommaso Cerno è nato nel 1975, coetaneo, ohibò, di Renzi. Ha solo quattro anni in più dell’altro Tomaso, il Montanari, ma come lui sembra più vecchio di Giobbe, difendono vecchie lapidi. Forse convinto, forse per un eccessivo calarsi nella parte con metodo Stanislavskij, ha deciso che il modo migliore per riportare Repubblica ai fasti del tempo andato sia resuscitare il suo incubo preferito.

 

Uno strano fantasma di Banqo, ma in versione portafortuna. Così ieri ha calato l’asso dell’eterno ritorno e dell’eterno inganno. Tra Vico e Davigo, insomma. “Contro ogni legge di gravità politica, Silvio Berlusconi sta ancora in piedi”, ha spaventato i lettori. O forse è la macumba per convocarli alle edicole. Berlusconi, “uno dei più grandi e macabri spettacoli del dopoguerra”. Addirittura macabri? Halloween è passato, ma Cerno ha i tempi lunghi dell’antropologia e della metastoria: “Quel signore che viene dalla fine del tempo democratico”. Per raddrizzare la baracca ha bisogno di evocare la Grande Minaccia che non esiste più, un Aznavour della politica, quello visto da Costanzo, che tutt’al più può raccattare i voti in uscita dal “deserto che il Pd pagherà per anni”, come ammette il condirettore stesso. Ma Berlusconi torna “parlando all’istinto di destra che c’è in Italia”, con “quelle formule oscure che spaventano”. E qui siamo all’occultismo puro. “Con lui torna anche il suo deficit politico culturale”. E qui siamo sempre all’Italia alle vongole, al complesso di superiorità azionista dello scalfarismo d’antan.

   

Insistere su Tommaso Cerno è però inelegante, e soprattutto fuori bersaglio. Fare il lavoro che gli hanno chiesto. Si potrebbe obiettare, al più, che s’è infilato con eccesso di zelo la giacchetta di Ezio Mauro, ma gli casca male. Persino la penna, apodittica, è un ricalco senza smalto di un presuntuoso passato. Del quotidiano con cui, da queste parti, è valsa la pena duellare per vent’anni. Ma c’erano gli originali, non gli epigoni, ed era un dream team. L’antiberlusconismo e l’antimafiosismo (Dell’Utri, l’altro fantasma “mai chiarito”) avevano la tempra agonistica e ideologica di Peppe D’Avanzo, di Francesco Merlo, di Sebastiano Messina, che infatti l’altro ieri s’è prestato malvolentieri al gioco dell’Impresentabile.

 

Ora, senza nemico e senza nessuna sinistra di riferimento che le dia retta, Rep. è ancorata al passato e perde peso specifico. Ed è paralizzata, come il Corriere pre Cairo, da un invisibile patto di sindacato che neppure c’è, ma pesa sulle scelte d’indirizzo. Puntare sul fantasma è sotto il profilo editoriale l’opzione “Techetechetè” della Rai: soppesi il tuo pubblico, e gli riproponi una sera Gianni Morandi e una sera Montesano. Che sia vincente, chissà. Ma per riconquistare la centralità, affidarsi allo stile dei Padri, imitandoli fin dentro i loro tic, forse no.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    04 Novembre 2017 - 23:11

    Tommaso Cerno, dall’Espresso alla rianimazione de La Repubblica in stato comatoso ed in cerca di una nuova identità di indirizzo dopo quella persa nella ricerca della via comunista mai trovata perché inesistente. Tommaso Cerno, un cervello buttato all’ammasso di un’araba fenice mai decollata. A sinistra si danno il cambio per continuare ad esistere. Marc Da Milano viceversa di Cerno, e Cerno stampella di Calabresi sul letto di morte. Tutti, indistintamente, imperterriti continuano a non capire dove va il mondo. La Repubblica, nata come guida progressista poi sprofondata nel più bieco conservatorismo fatto di ego, io, cecità politica e giustizialismo evangelico, manettaro e fuori tempo e tempi che ci si trova a vivere. Cerno recuperi il senno e svolti verso la logica e non l’utopia, verso i comandamenti del mercato e non le fantasie sindacali e uno stato statalista. Cerno tenti l’impresa e non finisca come Ezio Mauro, nel recinto degli eremiti sperduti e perduti sulle montagne del nulla

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  • mristoratore

    04 Novembre 2017 - 16:04

    ieri ho commentato molto criticamente ed ironicamente l'editoriale di Cerno, nell'apposito spazio in calce all'editoriale di Repubblica. Sorprendentemente ho ricevuto una dozzina di like e solo 2 dislike. Che gli stessi lettori (on line) del giornale si stessero svegliando?

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  • giantrombetta

    04 Novembre 2017 - 12:12

    Quanto abbiano pesato e pesino certi giornali di riferimento del politicamente corretto sul nostro triste e sciagurato declino meriterebbe d’essere seriamente analizzato. Non ne hanno mai indovinata una, salvo far danni in primis a chi li segue e li ascolta.

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