cerca

Due Di Maio in uno

La paura che nulla per il M5s sia come prima e il linguaggio siciliano del candidato premier

17 Ottobre 2017 alle 14:56

Due Di Maio in uno

LaPresse/Vincenzo Livieri

Roma. Doveva andare in un altro modo, nei piani non scritti che circolavano per le galassie dell’universo stretto nei confini dei diktat e dei non-statuti a Cinque stelle. Doveva andare – si immaginava – come si pensava stesse andando nei mesi successivi alla vittoria del “no” al referendum costituzionale: con il Pd non proprio in forze, il centrodestra in cerca d’autore e la legge elettorale ancora sospesa sull’orlo del nulla (motivo per cui seguivano tatticismi sui tentativi di accordo apparentemente in corso con il Pd). Soprattutto, non si pensava che la rivoluzione d’ottobre non sarebbe stata la propria – quella del Movimento che si sentiva già sulla strada del governo siciliano e nazionale – ma quella degli altri: i partiti dati per morti ma poi capaci di mettersi d’accordo a un passo dalle amministrative in Sicilia e a qualche mese dalla fine della legislatura. L’ottobre amaro infatti consegnava ai Cinque stelle la questione “legge elettorale che non ci piace” (Rosatellum), approvata via fiducia alla Camera e in viaggio verso il Senato proprio nei giorni in cui la Sicilia si prepara a votare. E, con il Rosatellum all’orizzonte, l’eventuale vittoria di Sicilia per il M5s diventa il pegno preventivo da usare contro le forze politiche (Pd in testa) che, in caso di approvazione finale della legge, potrebbero poi trovarsi avvantaggiate sul piano degli “accordi”, parola non a caso finora bandita dal vocabolario e persino dal retropensiero grillino e ora qui e lì affiorante – seppure implicitamente – tra Palermo e Catania (il candidato di M5s Giancarlo Cancelleri, infatti, ha fatto capire di essere pronto a una sorta di scouting al contrario: ci sono liste e movimenti che hanno al loro interno “persone perbene”, ha detto, persone che si stanno “avvicinando”; noi presentiamo i nostri punti e siamo “aperti” al confronto). E non a caso il “niente alleanze ma proposte” l’ha dovuto dire, a Palermo, anche Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera a cinque stelle e candidato premier a cinque stelle – doppiezza di ruolo, questa, che per un Cinque stelle è anche un ossimoro. A essere troppo istituzionali si rischia infatti di perdere il volto “dal basso”, e a essere troppo “dal basso” si rischia di non venire a capo di nulla.

   

E insomma sono giorni duri per il Di Maio uno e bino cui quasi quasi è toccata in sorte una campagna siciliana alla “Face off”, vecchio film in cui John Travolta e Nicolas Cage, uno agente Fbi e l’altro ricercato, si scambiavano rispettivamente le sembianze – solo che qui è il Di Maio modello “Cernobbio”, quello che dialoga con i vituperati poteri forti, a scambiarsi le sembianze con il Di Maio che ieri chiedeva (con Cancelleri) l’intervento degli osservatori Osce per le elezioni in Sicilia, isola dove a suo dire è in corso “un sollevamento” dei cittadini contro chi presenta “impresentabili”. Tanto che, nello stesso giorno, un Di Maio in prova generale da candidato premier scriveva al Corriere della Sera una lunga lettera per denunciare con tono accorato “la pericolosità” della legge elettorale “per l’effetto distorsivo che avrà sulla rappresentanza della volontà popolare”.

  

Uno e bino

E dunque il Di Maio numero uno, quello che oggi sarà al mercato palermitano di Ballarò, evoca il “rischio brogli” e chiede alla presidente dell’Antimafia Rosy Bindi di vigilare sulle liste (risposta del ministro delle Infrastrutture Graziano Del Rio: “La nostra democrazia è solida e seria”; risposta del deputato Pd Michele Anzaldi: “Finora l’unico partito coinvolto in irregolarità elettorali in Sicilia è proprio il Movimento cinque stelle, con il rinvio a giudizio per il caso delle firme false di Palermo di 14 colleghi di Di Maio, tra deputati, consiglieri regionali e attivisti M5s. Non si era mai sentito un vicepresidente della Camera, ruolo parlamentare di garanzia, mettere in discussione una competizione elettorale prima ancora che si sia tenuta”; risposta del deputato pd Matteo Orfini: Di Maio pensi piuttosto alla piattaforma Rousseau). Ma il Di Maio numero due, quello del Corsera, propone intanto con pacatezza leguleia una “simulazione” sulla parte proporzionale del Rosatellum: “In pratica per la quota proporzionale il voto di un cittadino elettore del Pd non vale uno, ma 1,32”. Ma la paura lieve e persistente di non potersi più dire “altro da tutti” fa sì che subito il Di Maio numero uno rispunti: “Siamo preoccupati per la libertà di voto in questa regione… con la disoccupazione alle stelle, le premesse per il voto di scambio ci sono tutte”. E così si procede, entrando e uscendo da un lessico e da un ruolo, per la campagna di Sicilia e forse all’infinito.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • guido.valota

    18 Ottobre 2017 - 09:09

    In un discorso articolato, l'argomento davvero centrale viene solitamente esposto solo alla fine. Di Maio, parlando di voto di scambio, fa certamente riferimento quindi all'unico scambio proposto in questa campagna elettorale: votateci, e pagheremo il vostro voto con il reddito di cittadinanza.

    Report

    Rispondi

    • ANIWAY75

      18 Ottobre 2017 - 11:11

      Esatto. Ragionando secondo la loro logica penso anch'io che il reddito di cittadinanza sia il pagamento dei voti ricevuti per cui si tratta di un voto di scambio pagato con i soldi dei contribuenti.

      Report

      Rispondi

Servizi