Quando il deficit non fa debito. È l'assurda Gigginomics, bellezza!

Luciano Capone

La strategia economica di Di Maio: andare a Francoforte e minacciare di buttarsi dal tetto dell’Eurotower

Roma. Passato lo scontro sulla legge elettorale, ciò di cui si tornerà necessariamente a parlare è l’economia, prima per la tappa cruciale della legge di Stabilità e successivamente per la campagna elettorale. E’ su questo terreno, insieme a quello dell’immigrazione, che le forze politiche cercheranno di conquistare la fiducia degli elettori. Ed è su questo terreno che si misura la qualità e la credibilità delle proposte politiche. In una delle sue prime uscite pubbliche in qualità di candidato premier del M5s, a “Di martedì” su La7, Luigi Di Maio ha mostrato le linee guida del programma economico di un suo ipotetico governo: aumento della spesa pubblica, aumento del deficit e possibile uscita dall’euro (se prima non ci sbattono fuori gli altri).

 

Il menù a 5 stelle prevede l’abolizione del Jobs Act e la revisione della legge Fornero, con un simultaneo aumento delle pensioni minime a 780 euro mensili e una riduzione dell’età pensionabile per dare lavoro ai giovani attraverso il meccanismo della “staffetta generazionale”, che consiste nell’aumentare il numero dei pensionati lasciando invariato quello dei lavoratori.

 

Chi più chi meno, tutte le forze politiche vogliono modificare in senso più lassista la riforma Fornero, ma i più decisi su questo fronte sono indubbiamente la Lega di Salvini, il M5s e i partiti a sinistra del Pd (Mdp e Si). C’è un piccolo problema, la legge Fornero è stata la riforma strutturale più importante degli ultimi anni perché l’Italia, con l’enorme debito che ha sul groppone, spende ancora troppo per le pensioni. Basta leggere la nota di aggiornamento al Def per rendersene conto: “Nuove proiezioni delle tendenze del sistema pensionistico evidenziano rischi di salita della spesa pensionistica nei prossimi due decenni – scrive il governo –. Tali proiezioni rappresentano uno scenario avverso a fronte di quello sinora adottato, da tenere in considerazione nel formulare gli obiettivi di bilancio per i prossimi anni”. Per la sostenibilità dei conti, l’Italia ha bisogno di far crescere il pil e i tassi di occupazione e natalità, obiettivi difficilmente compatibili con l’aumento della spesa previdenziale. Per ovviare a questo problemino, Di Maio come soluzione propone altra spesa pubblica: investimenti in energia, turismo, infrastrutture, beni culturali e chi più ne ha più ne metta. A cui si va ad aggiungere il pezzo forte del programma: il reddito di cittadinanza. Un’altra botta di spesa pubblica.

 

Per finanziare tutte queste uscite ci sono tre soluzioni: più tasse, tagli corrispondenti di spesa o più debito. Quali sono le coperture del M5s? Di Maio esclude nuove tasse (a parte un aumento della tassazione per le società autostradali, che è poca roba). Sul fronte delle uscite propone tre voci (anche se in realtà ripete tre volte la stessa cosa): tagli alla spesa improduttiva, agli sprechi e ai privilegi. Data la vaghezza dei riferimenti, si capisce che si tratta di coperture farlocche. Anche perché quando nei mesi scorsi aveva provato a scendere nel dettaglio degli sprechi da eliminare, Di Maio aveva parlato di un recupero di 9 miliardi dal taglio dei posti nei cda delle partecipate. Un numero completamente inventato, visto che secondo il dettagliato rapporto sulla spending review in Italia ci sono “37 mila cariche nei cda delle partecipate”, il cui costo per il settore pubblico “è stimabile in circa 450 milioni”. Altro che 9 miliardi.

 

E infatti questa volta Di Maio non cita i cda e indica le vere leve delle politiche economiche del M5s: “investimenti in deficit” e “sforare il tetto del 3 per cento”. Debiti.

 

Il piano del leader del M5s per indebitarsi è ingegnoso, ma ha alte probabilità di portare il paese allo schianto. Appena ricevuto l’incarico, il premier Di Maio andrà in Europa per consentire all’Italia di fare deficit oltre il 3 per cento del pil, poi chiederà di cambiare tutti i trattati europei nella direzione da lui auspicata e se a Bruxelles nessuno accoglierà le sue richieste, a quel punto, come “extrema ratio”, si ricorrerà all’arma segreta: il referendum per uscire dall’euro. In pratica la strategia negoziale per ottenere dall’Europa il consenso a indebitarsi ad libitum è quella di battere i pugni sul tavolo a Bruxelles. Se non basta, fare la voce grossa a Berlino. Se non è sufficiente, andare a Francoforte e minacciare di buttarsi dal tetto dell’Eurotower, con il consenso del popolo sovrano.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali