Il dalegrillismo e il fascismo immaginario

Claudio Cerasa

D’Alema più Grillo. Le proteste simmetriche sulla legge elettorale certificano la nascita di un nuovo mostro politico. Perché alimentare la bolla del “fascismo” farlocco è il modo migliore per sottovalutare i veri semi di un nuovo totalitarismo

Quelle piazze, che cosa aspettano a darsi un bacino? Un movimento politico che non ha ancora imparato a distinguere la dittatura del Cile da quella del Venezuela, che confonde gli orrori di Auschwitz con la battaglia di Austerlitz, che attacca i morti (Luca Boneschi) per screditare la casta e che non ricorda se il regime di Pinochet sia stato dominato da una singola persona (Pinochet) o da una simpatica coppia di amici (di nome Pino e Chet) dovrebbe quantomeno pensarci due volte prima di utilizzare lo strumento della storia come un’arma affilata per giudicare il presente. Nonostante questo, e nonostante il cattivo rapporto con la materia, il Movimento 5 stelle, ieri, ha scelto di rifugiarsi nelle scivolose categorie del passato per spiegare in modo sobrio e misurato cosa sta succedendo in Parlamento, dove la maggioranza di governo ha scelto di utilizzare il meccanismo della fiducia per approvare il più in fretta possibile la nuova legge elettorale, e in una deliziosa escalation di asineria diversi esponenti del 5 stelle hanno sostenuto che “solo Mussolini aveva fatto cose simili”.

 

Di fronte a un partito guidato da un gruppo di squadristi digitali che sogna di abolire la democrazia rappresentativa, che teorizza l’abolizione dei partiti, che considera legittimo l’uso della gogna per far fuori avversari e dissidenti, che considera fascisti gli strumenti previsti da una Costituzione nata per superare il fascismo (“La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”) e che sulla base di questi valori organizza sentite e appassionate fiaccolate in difesa della democrazia, ci sarebbe da ridere, come a uno spettacolo di Grillo, se non fosse che la situazione, anche se non è seria, è piuttosto grave. Il tentativo di trasformare in “fascismo”, o a seconda dei casi in “deriva autoritaria” o in “atto incostituzionale”, tutto ciò che non corrisponde alla propria linea politica è infatti un fenomeno che non riguarda solo il 5 stelle e che nasconde un problema che può diventare, questo sì, un pericolo per la democrazia di un paese: la tendenza a concentrarsi su una gigantesca e ridicola bolla di fascismo immaginario e la conseguente sottovalutazione di quelli che potrebbero essere i veri geni di un totalitarismo politico e culturale.

 

Da questo punto di vista, il fatto che nella giornata di ieri i leader di riferimento dei movimenti che hanno arringato la folla di fronte a Montecitorio al ritmo del “no al nuovo duce no al nuovo duce” siano gli stessi (Grillo e D’Alema) che durante la campagna referendaria hanno usato più degli altri la retorica del fascismo immaginario per bloccare la riforma costituzionale è la spia di un dramma che sta vivendo il nostro paese, dove ogni tentativo di trovare soluzioni per combattere la frammentazione del sistema istituzionale viene regolarmente rappresentato come se fosse il sintomo evidente di una imminente svolta autoritaria. L’idea che una democrazia sana sia quella non decidente che rappresenta il popolo senza avere di fatto i poteri per farlo – e dove insomma contano più le esigenze del demos (popolo) che le esigenze del kratos (potere) – è uno dei collanti culturali che uniscono due mondi, quello del grillismo e della sinistra subalterna al grillismo, destinati sempre di più a incrociarsi da qui alle prossime elezioni. Il D’Alema che accusa il Pd di “lacerare la democrazia” non è così diverso dal Di Battista che (non si sa in che piazza stavolta) accusa i parlamentari pronti a votare il testo finale della riforma elettorale di essere “come Mussolini”. Per entrambi, la demolizione dell’avversario passa da una necessaria fase in cui il sistema deve esplodere. Per entrambi qualsiasi ordine alternativo al caos viene vissuto come se fosse una minaccia mortale per il superamento strutturale dello status quo. Per entrambi qualsiasi alternativa alla melma finirebbe per togliere alle opposizioni la possibilità di contare anche senza avere i voti per governare – a meno che Grillo e D’Alema non accettino di fare quello che dovrebbero fare ovvero smetterla di fingere che le piazze che rappresentano sono diverse l’una dall’altra e costruire insieme una gustosa alternativa di governo. Il dettaglio che però sfugge a molti osservatori che si lasciano incantare dalle sirene del dalegrillismo è che, come insegna la storia, i totalitarismi veri emergono laddove la democrazia non è più in grado di decidere nulla.

 

In un bellissimo libro intitolato “La via della schiavitù”, Friedrich von Hayek ricorda che in un contesto democratico i dispotismi arrivano al potere quando “si diffonde l’idea che se si vuole che le cose vengano fatte le autorità responsabili devono essere liberate dalle catene della procedura democratica”. Da questo punto di vista, il vero pericolo per la democrazia non è chi tenta di dare un ordine al caos. Ma semmai è chi sceglie di essere complice di coloro che, alimentando la bolla del fascismo immaginario, non fanno altro che nascondere e sottovalutare, diciamo, i nuovi semi di un totalitarismo, che oggi si manifesta in formato digitale ma che un domani chissà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.