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Ci rivedremo all'inferno

L’arrivederci di D’Alema a Pisapia e i rischi della sinistra che punta a perdere

10 Ottobre 2017 alle 06:00

Ci rivedremo all'inferno

LaPresse/Fabio Cimaglia

Ci rivedremo all’inferno, come il titolo di un vecchio film, è la parafrasi veritiera del saluto inviato da Massimo D’Alema a Giuliano Pisapia: “Penso che ci rivedremo, in fondo abbiamo lo stesso obiettivo”. Mah. Alcuni mesi per annusarsi, e non avere manco la forza di dirsi serenamente addio. Uno adesso se ne va con il suo progetto di partitino del tre per cento, di cui nemmeno lui sa “che farsene”, mentre il sindaco di Milano, ondivago ma coerente, se ne torna, idealmente, nella Milano “civica” da cui era partito, ripetendo che il campo ha da essere largo e il modello Arcobaleno prima o poi risorgerà. In fondo a quello ha sempre pensato, non volendo confessare a sé stesso che la sua ormai antica vittoria civici + Pd + arancioni = Arcobaleno fu più frutto della buona sorte che d’altro. Ma ora la buona sorte guarda da un’altra parte. Se avrà forza e coerenza, Pisapia potrà provare a condurre il suo incerto, e al momento tutto ancora da contare, elettorato civico verso una convergenza, quale che sia la legge elettorale, con il Pd: cioè con l’agglomerato maggiore della sinistra che si candida a governare. Col suo partitino del tre per cento, due soldi di Speranza, D’Alema può raggiungere al massimo il mirabolante effetto di togliere qualche punto determinante alla sinistra. Forse non tanto da farla perdere e da far vincere i Cinque Stelle, ma probabilmente abbastanza da contribuire all’instabilità della prossima legislatura. Ieri si celebravano i cinquant’anni della morte del “Che”, la sinistra-sinistra, dimenticando che la fotografia che lo ha reso un’icona immortale di lotta e di governo è quella di Freddy Alborta che lo ritrae da morto, quella in cui sembra il “Cristo de scurtu” di Mantegna. Morire per nobili motivi, e rivedersi all’inferno. Se non ci salva il Rusatellum.

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