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Raggi è una barzelletta in Consiglio dei ministri

Salvatore Merlo

Prima della riunione non si parla che dell'incontro tra il sindaco di Roma e Calenda (e si ride)

Nella politica italiana l’ironia è una pulce in questi tempi totalmente occupati dal pachiderma dell’eccesso, ma in Consiglio dei ministri ancora capita, talvolta, prima dell’arrivo di Paolo Gentiloni, mentre i ministri raggiungono Palazzo Chigi alla spicciolata, uno alla volta, a coppie o a grappoli, che si creino dei capannelli, un po’ come alla ricreazione a scuola, si chiacchiera, si scherza, si fanno confessioni. “Toh, guarda chi c’è… la Troika della Raggi!”, dice allora con parole che ammiccano e danno di gomito Marianna Madia, il ministro per la Semplificazione, mentre con la coda dell’occhio vede avvicinarsi Carlo Calenda, il ministro dello Sviluppo che giovedì pomeriggio era riuscito finalmente a incontrare Virginia Raggi per tentare di organizzare questo benedettissimo piano per il rilancio industriale di Roma, dopo due settimane spese in vani tentativi di farsi rispondere dal Campidoglio prima con una lettera ufficiale e poi – con disperazione quasi – persino al telefono.

 

“Ragazzi, c’è Calenda!”. E allora tutti si voltano curiosi, gli sguardi spiritosamente interrogativi: Dario Franceschini, Graziano Delrio, Claudio De Vincenti, “ha risposto?”, “esiste?”, “che ti ha detto?”… e allora Calenda, abbracciandoli con lo sguardo, e assumendo pure lui l’espressione d’una fluida effusione d’interna ilarità, “non avete idea, è stato l’incontro più assurdo della mia vita, oltre ogni immaginazione”. E segue il racconto di questi venticinque surreali minuti, di cui il Foglio si è occupato già ieri, in cui Raggi quasi chiede una revisione costituzionale sui poteri di Roma, ma pure arretra immediatamente, con un viso dall’espressione attonita, a ogni obiezione del frastornato Calenda che quasi in preghiera provava a spiegarle la natura puramente economica del piano industriale, invitandola anzi a ragionare su interventi urgenti relativi alla periferia est di Roma. Sentendosi però rispondere dalla sindaca: “Di questo se ne occupano i tecnici”. Così, ridendo, a Delrio e a Madia, a De Vincenti e a Franceschini, non è rimasto che immaginarsela, la sindaca, remota, come distaccata e composta di una specie di eterea, impalpabile materia, mentre opponeva a Calenda un gelido “lei” (l’altro tentava un familiare “tu”) gettandogli addosso uno sguardo indagatore, privo d’indulgenza, persino di fronte all’offerta di un caffè, “era indecisa pure su questo. Non si capiva se lo voleva o no”.

E d’un tratto sono riemerse dalla memoria di ciascuno dei ministri le timide strette di mano alla Boschi, gli sguardi distolti, i balbettii e tutto quell’intreccio quasi sensuale tra grigiore e delirio, tra plumbea pesantezza e aerea vacuità, che descrive l’ultimo anno di Virginia Raggi in Campidoglio. In particolare un episodio capitato a Delrio, il ministro dei Trasporti, che ne parla ancora con una sorta di tenero compatimento. “Sindaco dovremmo incontrarci, parlare della metro C”, le dice lui, al termine di un incontro istituzionale. E la Raggi: “Telefoni al mio assessore”. E’ successo davvero.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.