Qual è la linea del Sacro Blog? I grillini si spaccano sui referendum autonomisti

In Veneto il M5s si divide. C'è chi fa campagna per il sì in vista della consultazione del 22 ottobre. E chi attacca: “Devono essere Salvini e Zaia a portare le persone alle urne. Così tradiamo i nostri principi”

5 Ottobre 2017 alle 17:53

Qual è la linea del Sacro Blog?  I grillini si spaccano sui referendum autonomisti

Matteo Salvini e i governatori di Lombardia e Veneto promotori del referendum per l'autonomia (foto LaPresse)

Il bello, in fondo, è che tutti pretendono il certificato di purezza. Purezza a cinque stelle. Gli uni e gli altri, su posizioni opposte, ma uniti dalla voglia di passare per ortodossi, nel bel mezzo di questa contesa. Gli uni, che vorrebbero che sul referendum autonomista in Lombardia e Veneto ci si limitasse ad un generico elogio della consultazione popolare, e nulla più; gli altri, che invece si battono senza indugi per le ragioni del Sì. Due fazioni in lite, due idee opposte su come impostare le settimane che restano di qui alla chiamata alle urne del 22 ottobre, e la stessa, comune ansia di ricondurre le proprie convinzioni alle direttive del sacro blog, alla filosofia fondativa del Movimento.

 

 

In effetti, fanno notare gli uni, Grillo e Casaleggio la linea l'hanno dettata. E in modo inequivocabile. Il riferimento è a un post comparso sul “blog delle stelle” il 20 luglio scorso. Titolo per nulla equivoco: “Sì al referendum in Lombardia e Veneto”. Motivo? Permettere alle due regioni “di gestire 'in casa' molte delle risorse che ora è lo Stato a decidere come spendere”. E lo stesso Luigi Di Maio, fresco fresco di candidatura a premier, sul palco di Rimini, il 27 settembre scorso, ha detto chiaramente che il Movimento è a favore dei due referendum e dell'“idea costituzionale dell'autonomia territoriale”. E dunque per gli uni il discorso lo si potrebbe chiudere qui: bisogna far propaganda perché la gente vada a votare, e a votare Sì. Fine della storia.
Se non fosse che però anche gli altri, quelli che non gradiscono questo impegno a favore delle maggiori autonomie lombardo-venete, si aggrappano a norme e direttive sancite dai vertici del Movimento. E dicono che, come non si è mai data indicazione di voto nel caso dei passati ballottaggi, allo stesso modo e con la stessa fermezza bisognerebbe astenersi, ora, dal prendere posizione in vista del 22 ottobre. A far fede, in questo caso, è il post del 9 giugno 2016, quello in cui si affermava che “i voti sono dei cittadini non dei segretari di partito”. E qui sta lo scontro. Che ancora è sotterraneo, silenziato, ma c'è. E rischia di deflagrare.

 

I malumori sono acuti soprattutto in Veneto, dove le pulsioni autonomiste sono senz'altro più forti e folkloristiche. Ai parlamentari pentastellati, evidentemente distratti dalle primarie farsa e dalla kermesse di “Italia 5 stelle”, l'allarme è arrivato dai territori. Attivisti, consiglieri comunali e regionali che hanno cominciato a scrivere messaggi e e-mail: “Qui si rischia di portare acqua al mulino della Lega, stiamo andando a rimorchio di una forza che proprio sul federalismo e raccoglie consensi”. Insomma, “stiamo combattendo una battaglia che non è la nostra”.

 

A farsi portavoce di questo malcontento, alla Camera, è soprattutto Silvia Benedetti. Padovana, 37 anni, è iscritta al Movimento dal 2010, e non si è mai fatta troppi scrupoli a sfidare la linea unica del blog. Ha dichiarato pubblicamente di non esser riuscita a votare alle primarie online di settembre, e ha precisato che, seppure avesse avuto l'opportunità di esprimere la sua preferenza, non l'avrebbe certo data a Di Maio. Ora scandisce: “La posizione del Movimento è sempre stata chiara. Non è un referendum proposto da noi, quello in Veneto. E' la Lega che lo ha proposto, prendendo in giro i veneti con un quesito ridicolo, e allora che se la assumano Salvini e Zaia la bega di portare la gente alle urne. Non possiamo dire ai cittadini come votare. Così si rinnegano i nostri principi, e per uno scopo assai discutibile come quello di un'autonomia inconcludente e strampalata”. E dunque per lei la questione è semplice: “Chi fa propaganda per il Sì si assume le responsabilità di una condotta che non è esattamente coerente con le modalità adottate in passato in situazioni analoghe. Per me il referendum resta uno strumento sacrosanto, ma in questo caso non sta a noi esprimerci nel merito”.

 

E però si sa, le battaglie in nome dell'ortodossia rischiano sempre di essere pericolose: è facile che qualcuno si lasci prendere la mano. "Non è affatto il mio caso", precisa Benedetti. E però, tra gli attivisti, c'è persino chi arriva a invocare richiami all'ordine o sanzioni disciplinari. “Non scherziamo, a me non piacciono i metodi autoritari, ma credo che se al termine di un confronto interno è stata stabilita una linea, poi tutti debbano rispettarla. Altrimenti è giusto che chi di dovere faccia le proprie valutazioni e prenda le misure che ritiene necessarie”.

 

Idee che, alle orecchie di Federico D'Incà, suonano “quantomeno incomprensibili”. Il deputato bellunese è il più determinato nella lotta al centralismo romano in salsa cinque stelle. E' lui che, da settimane, promuove incontri e assemblee in giro per il Veneto per spiegare le ragioni del Sì. Ha pubblicato anche dei video su Facebook: brevi clip divulgative sulla necessità del federalismo fiscale, che si concludono immancabilmente con un appello: “Il 22 ottobre andiamo tutti a votare. E votiamo Sì”. Il problema della paternità dell'iniziativa non si pone. “Se una battaglia è giusta, è secondario che a lanciarla sia stata la Lega. E poi comunque il mito della Padania qui non c'entra niente: si tratta di concedere agevolazioni fiscali a una terra che deve ripartire, e che soffre peraltro la concorrenza sleale di due regioni a statuto speciale come Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige”. Le resistenze, ile polemiche, D'Incà proprio non le capisce: “Inutile – dice – starsi a chiedere quale fosse l'ideologia primigenia. In questa occasione si è deciso di appoggiare il Sì, e io mi impegno perché si porti a casa la vittoria”. Che sia da ortodossi o da pragmatici, come strategia, in fondo cosa conta?

 

 

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