cerca

I due binari del Pd

Renzi e Gentiloni sono in sintonia ma tra i due esiste un non detto, e ce lo ricorda ogni giorno Zanda

Email:

allegranti@ilfoglio.it

29 Settembre 2017 alle 06:02

I due binari del Pd

Luigi Zanda (foto LaPresse)

Roma. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi hanno un rapporto d’amicizia e di stima, nell’entourage dell’attuale presidente del Consiglio lavorano persone che erano a Palazzo Chigi con il segretario del Pd, da Filippo Sensi ad Antonio Funiciello. C’è però un non detto fra i due che ciclicamente si ripropone. Renzi è il capo del partito di maggioranza relativa e prossimo aspirante presidente del Consiglio, sta impostando la campagna elettorale contro Lega e Cinque stelle, cerca di ridurre l’agibilità politica di Salvini e Di Maio e lo fa in tutti i modi possibili, anche a costo a volte di scendere sullo stesso terreno di scontro anti sistema. Gentiloni invece deve occuparsi prima di tutto di governare ma il suo ruolo esecutivo gli consente di prendere decisioni che avranno inevitabilmente una ricaduta sulla campagna elettorale. C’è quindi un non detto naturale, un qualcosa di implicito nel rapporto fra Renzi e Gentiloni, e per capire bene quali sono questi non detti c’è un modo semplice: osservare la traiettoria del più alto in grado tra i parlamentari del Pd: Luigi Zanda. Il capogruppo al Senato riveste un ruolo importante, visto che a Palazzo Madama gli equilibri sono dall’inizio della legislatura precari per la maggioranza. Il problema è come tenere insieme, al netto dell’amicizia fra Gentiloni e Renzi, un’unica linea politica e poi orientarla in mesi decisivi. Zanda, che tiene alta la battaglia contro la “democrazia del clic” del M5s – così descritta in alcune interviste con il Foglio – è ben sintonizzato con la linea gentiloniana di Palazzo Chigi e cerca di accordare la risicata maggioranza al Senato con l’interesse del governo. Solo che l’interesse del governo e quello del Pd possono non coincidere, per opportunità politica e tempistica. Si prenda lo ius soli. Gentiloni ha preso un impegno preciso, e nonostante i rinvii, cominciati prima delle amministrative, il presidente del Consiglio continua a dire che l’approvazione dello ius soli è una priorità del governo.

 

Mercoledì scorso però, alla festa del Pd di Roma, Maria Elena Boschi, che è sì nel governo ma è emanazione tipicamente renziana, ha detto che lo ius soli potrà essere approvato solo nella prossima legislatura. “Se alle prossime elezioni il Pd avrà una maggioranza numericamente più importante, lo ius soli sarà in cima al nostro programma”, ha detto l’ex ministro delle Riforme. Il ministro Graziano Delrio invece dice che “l’autunno è appena cominciato e l’inverno non è ancora cominciato. C’è tempo”, così come Zanda, che non dà per defunta la legge. Al Foglio dice che “se avremo tempo dopo il bilancio si può fare”, ma “prima no”. Giovedì il capogruppo ha visto Gentiloni e al termine dell’incontro ha chiarito che il Pd lavora “con molta serietà” per il varo della legge.

 

Oppure prendiamo il disegno di legge sul vitalizio proposto da Matteo Richetti, già approvato alla Camera e in attesa di essere votato dal Senato. Il capogruppo del Pd ha espresso più volte i suoi dubbi, specificando ogni volta i rischi di profili di incostituzionalità sulla legge. Rischi che peraltro sono tutt’altro che scongiurati. Gli esperti ascoltati nelle audizioni della commissione Affari costituzionali del Senato hanno fatto sostanziose osservazioni. Come Giuseppe Tesauro, che il 26 settembre ha parlato di due profili di incostituzionalità: “La prima attiene alla forma scelta per modificare/abrogare l’istituto dell’assegno vitalizio; la seconda riguarda il contenuto delle proposte e il contrasto con taluni princìpi fondamentali del nostro ordinamento”. Nel primo caso, peraltro, “è possibile sostenere che non sia idoneo il ricorso a una legge ordinaria per modificare l’istituto dell’assegno vitalizio, introdotto e successivamente modificato tramite regolamenti parlamentari”. Anche sulle banche Zanda a marzo aveva espresso la sua contrarietà all’istituzione di una commissione d’inchiesta. “Credo che sia necessario riflettere su quel che ci si può aspettare da una Commissione d’inchiesta parlamentare sul sistema bancario che lavori durante una campagna elettorale molto lunga”. “Nella battaglia elettorale riuscirebbe, la Commissione, a trovare la verità? Lavorerebbe nel reale interesse dei risparmiatori? Oppure sarebbe usata come arma di campagna politica?”. A insistere molto per la nascita della commissione era stato proprio Renzi, convinto che il Pd, a differenza dei suoi amici a sinistra del Pd, non abbia nulla da nascondere. Adesso la commissione è insediata e Casini la presiede e chissà su questo fronte chi avrà l’ultima parola tra Renzi e Gentiloni. Nel dubbio seguiremo il senatore Zanda.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    29 Settembre 2017 - 15:03

    Lo ius soli è una baggianata che espressa in latino pare che chissà cosa ,ma il tempo macina tutto indifferente al volere degli esseri umani . Caracalla nel 212 d.C. concesse la cittadinanza romana a tutti i residenti nell'impero. Fu un atto di imperio e non atto di liberalità politica e sociale. Risolse il problema di un popolo romano,cives optimo iure , sparso da Roma alle provincie, e un altro popolo nella diminutio di cives di diritto latino,ormai definitivamente mescolati .Gentiloni deve fare come Caracalla , ma è doveroso annotare una sostanziale differenza nel risultato della concessione o estensione della cittadinanza. I romani quando concedevano a neri gialli rossi la cittadinanza questa era totale e non li costringevano in vari modi a restringersi in ghetti come fanno le più avanzate democrazie di oggi. Viaggiare e invece di vistare i musei o altro andare a vedere i ghetti nelle nazioni, cosi dette, più civili.

    Report

    Rispondi

  • Giovanni

    29 Settembre 2017 - 08:08

    Non sono pregiudizialmente contrario allo "Ius soli" ma la maggioranza degli italiani lo è. Continuare a parlarne o addirittura metterla nel proprio programma politico ha il solo effetto di alienare voti al PD. Non solo, obbiettivamente e a prescindere dal fattore elezioni una legge sullo ius soli potrebbe creare gravi problemi all'azione di Minniti che invece è riuscito per la prima volta a far diminuire i flussi migratori verso l'Italia facendo tirare un sospiro di sollievo anche agli altri stati europei che ormai vedevano la questione migranti italiana come un incubo. Il percorso avviato da Minniti è però come un viottolo impervio sul ciglio di un burrone e massi che cadono dall'alto (vedasi l'articolo su Haftar). Qualsiasi turbativa potrebbe far crollare l'intera montagna. L'hanno capito quelli della "sinistra sinistra che parlano della "ius soli" un giorno dopo l'altro perchè sanno benissimo che danneggerebbe elettoralmente sia il Governo, sia Renzi, sia Minniti.

    Report

    Rispondi

Servizi