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L'argine del populismo buono

Dopo la Germania, noi. L’Europa anti Cav. scopre che le speranze di evitare un becero governo populista passano anche da Berlusconi. Cos’è il populismo buono (da Renzi al Cav.) e perché all’Economist servirebbe una copertina riparatrice

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

27 Settembre 2017 alle 06:04

L'argine del populismo buono

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Una volta archiviata la pratica delle elezioni tedesche e una volta compreso che comunque la si voglia girare anche in Germania le forze anti sistema hanno perso le elezioni, nelle prossime settimane gli occhi degli osservatori di tutto il mondo andranno a curiosare tra gli appuntamenti del calendario elettorale. E quando i giornalisti stranieri, gli editorialisti internazionali, gli analisti finanziari scopriranno che la data politica più importante, dopo la Germania, è quella che riguarda l’Italia in molti saranno colti da una folgorazione inattesa, da un amore imprevisto, da un’infatuazione inaspettata che riguarda un nome che nel giro di pochi anni è passato dall’essere “unfit to lead Italy” a “fit to save Italy”. Ci si può girare attorno quanto si vuole e ci si può ironizzare quanto si crede, ma a poche settimane dalle elezioni siciliane, e a pochi mesi dalle elezioni politiche, è ormai chiaro in tutta Europa che le speranze di non avere in Italia un governo populista non passano solo da Matteo Renzi ma passano anche da Silvio Berlusconi.


Per tutti coloro che hanno passato una vita a cercare analogie tra il profilo del Cav. e quello del Caimano sarà difficile ammettere che il capo di Forza Italia, nonostante Cesano Boscone, nonostante la decadenza dal Senato, nonostante la sua ineleggibilità, va considerato fatalmente per quello che è: non il simbolo di populismo rozzo e becero ma un argine vero a questa forma di populismo. Nell’attesa di un qualche articolo che sulla stampa straniera renda giustizia all’ex presidente del Consiglio (arriverà?) la nuova percezione del Cav. (e la consapevolezza per esempio che senza Berlusconi la Sicilia potrebbe andare davvero a Grillo) ci permette di tematizzare già da subito una questione sulla quale vale la pena riflettere e che in un certo modo riguarda anche il segretario del Pd. Potremmo metterla così: ma come può un populista essere un argine al populismo? La questione ovviamente non vi sfuggirà. Per ragioni diverse, Berlusconi e Renzi sono due alternative naturali allo sciocchezzaio sovranista ma entrambi, in una certa misura, incarnano una leadership che ha alcune caratteristiche tipiche dei leader populisti. Essere delle alternative al populismo becero senza essere populisti è ovviamente possibile, come ci dimostra Angela Merkel e come ci dimostra anche Emmanuel Macron, ma il caso italiano dimostra che è possibile essere delle alternative al populismo triviale pur giocando con lo stile dei populisti.

  

Si dirà: d’accordo, ma come si può distinguere un populista dall’altro? In questo senso, le parabole di Renzi e Berlusconi sono diverse ma hanno un evidente punto in comune: sono la dimostrazione che a certe condizioni può esistere un populismo buono. Nel caso di Renzi, il populismo buono è una formula algebrica complicata che prevede l’uso della demagogia come un taxi: utile cioè a raggiungere fini non demagogici. In alcuni casi la formula funziona bene, come è stato nel 2014 quando la tosta riforma del lavoro fu fatta pochi mesi dopo l’introduzione degli ottanta euro. In altri casi la formula funziona meno e a volte il tentativo di sottrarre consensi ai populisti si trasforma in un piccolo regalo agli avversari populisti – vedi il caso della mossa sui vitalizi. Il populismo buono si distingue dal populismo cattivo perché è un mezzo a volte spregiudicato per raggiungere un fine che può essere nobile e prelibato (la differenza tra i populisti buoni e i populisti cattivi è che i primi, quando arrivano al governo, possono permettersi di non essere demagogici, mentre i secondi, se arrivano al governo, non possono permettersi di non essere demagogici, vedi il caso della Catalogna) e vista sotto questa prospettiva si può tentare di capire meglio anche la ragione per cui Berlusconi, pur essendo a suo modo un populista, è un argine al populismo non da oggi ma dal 1994. Lo è oggi perché una sconfitta di Beppe Grillo passa anche da un buon risultato di Forza Italia (oltre che del Pd). Ma lo è oggi anche per altre ragioni che riguardano una caratteristica particolare della presenza in campo di Berlusconi.

 

Da un certo punto di vista è evidente che c’è un qualcosa di pazzotico nell’immaginare un Berlusconi che si ispira al modello Ppe – e al modello Merkel – alleato in campagna elettorale con un Salvini che si ispira al modello anti Merkel di Le Pen e al modello anti anti Merkel dell’Afd. Da un altro punto di vista c’è però anche qualcosa di eroico – e fortemente anti populista – nella scelta del Cav. di allearsi da anni con alcuni leader populisti. E anche coloro che amano poco Berlusconi potranno facilmente notare che la presenza del Cav. è da sempre un argine contro ogni deriva populista dei suoi alleati. E’ stato così con lo spirito nazionalista di An. E’ stato cosi con l’istinto secessionista di Bossi. Potrebbe essere così oggi anche con le pulsioni anti euro di Salvini (e se in campagna elettorale si parla meno di referendum sull’Euro è grazie alla mossa populista e ovviamente irrealizzabile della doppia moneta). L’alternativa al populismo non è detto che sia un’altra forma di populismo ma in Italia il populismo buono esiste e lotta insieme a noi. E se l’Economist avesse un po’ di senso dell’umorismo, prima delle prossime elezioni siciliane dovrebbe dedicare una copertina riparatoria al Cav. per spiegare un concetto semplice: “Why Silvio Berlusconi is fit to save Italy”.

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  • carlo.trinchi

    27 Settembre 2017 - 12:12

    Non esiste populismo buono o cattivo. Il populismo è il populismo e il buon governo è il buon governo. I due populusisti buoni, sopra citati hanno avuto sia i voti che i mezzi per operare. Se non altro per dire che cosa andava fatto e subito. Berlusconi con la tecnica di andare al governo poi si vedrà, è stato sempre incaprettato dalla lega nei momenti decisivi per il paese. Leggasi ultimo il no alla riforma delle pensioni fatta poi dal tecnico Monti. Renzi doveva andare al voto dopo la sua elevazione a Presidente del Comsiglio. Non ha capito che con quel governo non avrebbe fatto nulla ma sarebbe stato sempre impallinato dai suoi ex compagni interni. Ora li ha cacciati ma non basta. Serve una svolta vera nel partito che tarda a vedersi ed il rischio è una fine ingloriosa come l'Spd in Germania. Si vorrebbe un partito nuovo o riformato, con uomini nuovi che agiscono e risolvono. Basta ai vecchi schemi e alle logiche che li governano. Il resto è noia. Non lo hanno ancora capito.

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  • DBartalesi

    27 Settembre 2017 - 11:11

    Populisti buoni contro populisti cattivi, come in un'eterna lotta tra il bene e il male, diciamo dentro un assoluto mediaticoglobale che in politica, e non solo, ci fa tutti populisiti. Può essere, caro Cereda, il sospetto c'è ed è forte. Sarà un caso, ma i nostri politici di maggior successo nei sondaggi, ne contiamo almeno quattro, buoni o cattivi, più o meno, fanno ampio ricorso al verbo populista. E poi c'è Mark Zuckerberg, per bacco, segnale forte. Al summit dello scorso giugno ha annunciato quale mission di FB per il prossimo decennio, di voler cambiare il mondo per il tramite delle sue "meaningfull communities". Gruppi a tema per catturare tutti ma, questo il punto, solo se dotati di "grandi leader" altrimenti il gruppo non decolla. Lo ha testato personalmete, pochi dubbi in merito. Dunque, titolo provvisorio prima di più alti discorsi di filosofia della politica moderna..."Ma n'do vai se i populista non ce l'hai". Oggi va così. E forse più che una novità sembra un ritorno.

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  • FSquintu

    FSquintu

    27 Settembre 2017 - 11:11

    Gentile Direttore, in fin dei conti il grande Indro Montanelli a suo tempo invitò a votare la DC "turandosi il naso" per impedire che l'Italia uscisse dall'alveo europeo e occidentale. Nella sua mirabile opinione Berlusconi reincarna questo spirito. Pur avendo nel mio piccolo combattuto il Cavaliere per la sia intricata posizione di conflitto di interessi, devo essere daccordo con lei sul fatto che la sua presenza ha reso governarivi sia la Lega che AN. Sicuramente lui rappresenta l'unico centro-destra presentabile. Dopo le elezioni si dovrà formare un governo. E anche se qualcuno (vedi D'Alema) vagheggia governi tecnici, sarà ineluttabile, a meno di esiti clamorosi (ovvero il PD al 40%) un governo di larghe intese. Già presenti nella nostra Storia passata (il compromesso storico ) che recente (governo Letta).

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  • lorenzolodigiani

    27 Settembre 2017 - 10:10

    C'e' un peccato originale nel Cav e non si tratta di Cesano Boscone, ma del suo No al referendum del 4 dicembre scorso. Poi e' tutto vero quel che sostiene il Direttore. Berlusconi riesce a temperare il populismo cattivo dei suoi alleati. Ma, se non a livello locale, e davvero pazzotico pensare aad un'alleanza Berlusconi Salvini. Io, almeno, mi auguro che non avra' mai vita. Non resta, quindi, che l'incontro di due populisti buoni. Vedremo se anche l'Economist sara' d'accordo.

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