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I numeri dell'Europa che va dimostrano che all'Italia serve una grande coalizione

Gli osservatori internazionali guardano al nostro paese con una certezza: nessun partito può permettersi il lusso di scendere a compromessi con altri partiti non pienamente iscritti nel perimetro dell’apertura europeista 

Claudio Cerasa

Email:

cerasa@ilfoglio.it

22 Settembre 2017 alle 06:19

I numeri dell'Europa che va dimostrano che all'Italia serve una grande coalizione

Matteo Renzi e Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

In definitiva la questione è semplice: è giusto o no, oggi, fermare un treno in corsa? Tra i molti spunti di riflessione contenuti all’interno del Bollettino mensile pubblicato ieri dalla Banca centrale europea – quello, per capirci, che certifica che l’Europa corre, eccome se corre, e che ci dice che nonostante i molti uccelli del malaugurio l’Eurozona corre sempre più veloce e corre più delle aspettative, con un più 2,2 per cento che verrà registrato nel 2017, un più 1,8 nel 2018, un più 1,7 nel 2019 – ce n’è uno molto particolare che ci aiuta a mettere a fuoco un tema che avrà una sua centralità nella prossima campagna elettorale italiana: chi avrà il coraggio di trasformare i successi dell’Europa in un’arma di distruzione di massa per spazzare via le zanzare sovraniste?

 

Senza falsi imbarazzi e senza false modestie, nel suo ultimo Bollettino, per la prima volta la Bce riconosce in modo esplicito che le buone performance registrate negli ultimi anni dall’Europa sono legate anche al successo ottenuto dall’applicazione del punto centrale della dottrina Draghi: sostegno monetario in cambio di riforme strutturali. Attraverso le risposte offerte da un gruppo formato da 55 importanti società europee, che insieme rappresentano circa l’1 per cento dell’occupazione totale dell’area dell’euro, la Banca centrale europea ha confermato nero su bianco “l’importanza delle riforme strutturali come strumento per incrementare il tasso di crescita potenziale e rafforzare la capacità di tenuta dell’economia dell’area dell’euro” e ha messo insieme una serie di suggerimenti basilari per spiegare ai governanti dell’area euro che l’unico modo per non fermare il treno in corsa dell’Europa è non mollare l’approccio di successo utilizzato negli ultimi anni da molti paesi. Ovverosia: scommettere alla grande, e senza titubanze, sul vaccino dell’apertura dei mercati per rendere inoffensivo ogni genere di virus sovranista.

  

La Bce nota che “la maggior parte delle imprese ha indicato che le recenti riforme strutturali hanno avuto un impatto positivo sulle proprie attività commerciali”, ricorda che “le valutazioni positive sono state principalmente correlate agli effetti delle riforme del mercato del lavoro”, aggiunge che l’80 per cento delle imprese ha individuato come priorità “l’impegno per una maggiore flessibilità degli orari di lavoro e un più agevole utilizzo dei contratti temporanei” e conclude la sua analisi con un dato che è qualcosa in più di una considerazione finale. E’, piuttosto, un piccolo e perentorio messaggio politico: “L’85 per cento delle imprese – nota la Bce – ha indicato che l’implementazione delle riforme è stata principalmente ostacolata da considerazioni di natura politica”.

 

La traduzione di questo ragionamento ci porta a mettere insieme alcuni elementi che torneranno utili nei prossimi mesi e che riguardano uno dei temi tabù della prossima campagna elettorale italiana: lo spettro della grande coalizione. La ragione per cui un numero sempre più elevato di osservatori internazionali (e anche nazionali) auspica che paesi come l’Italia non interrompano l’emozione di una grande coalizione anche nella prossima legislatura non è legata solo alla speranza di una non affermazione del grillismo ma è legata a qualcosa di più: alla consapevolezza che mai come oggi nessun partito può permettersi il lusso di scendere a compromessi con partiti non pienamente iscritti nel perimetro dell’apertura europeista. Seppure con mille contraddizioni, oggi in Italia esistono solo due partiti che non gigioneggiano quando parlano di protezionismo, di sovranismo, di globalizzazione, di sburocratizzazione, di pressione fiscale e di apertura dei mercati e né il maggior partito del centrodestra né il maggior partito del centrosinistra hanno al loro fianco partiti con i quali sarebbe auspicabile vederli alleati. Anche per questo, più ci si avvicinerà alla data delle elezioni e più sarà chiaro a tutti che, mentre per un paese come la Germania la grande coalizione è solo una necessità, per un paese come l’Italia la grande coalizione potrebbe essere qualcosa di diverso: una nuova opportunità per provare a non far fermare un treno che finalmente va.

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Commenti all'articolo

  • Lou Canova

    22 Settembre 2017 - 19:07

    Purtroppo la destra italiana resta molto carente e ambigua, sostanzialmente incapace di sottrarsi all'abbraccio delle forze demagogiche antisistema (al contrario di quanto avviene negli altri grandi paesi europei). Per certi versi si capiscono la necessità tattiche del Cav. durante tutta la sua parabola politica ed a maggior ragione oggi che è più debole, ogni evidenza però mostra come alla fine il rischio di ritrovarsi con una destra del tutto salvinizzata e nulla più è forte (pensiamo a questo proposito alla linea del Giornale ad esempio...). In questa legislatura come è noto c'è stata l'occasione per sostenere le due o tre cose importanti e giuste (non voglio esagerare) proposte dal governo, ci sarebbe voluto un po' di coraggio...Si è preferito invece correre dietro al peggior populismo demafogico...

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    22 Settembre 2017 - 16:04

    Draghi è quasi in uscita, per cui vedremo presto quanto il doping del quantitative easing avrà pesato sulle economie italiana ed europea. Quanto alla metafora del treno, l'italia è sempre posizionata nei vagoni di coda e non riesce a risalire in testa. Ed il prossimo governo, qualunque esso sia, dovrà preoccuparsi di trovare le coperture alla finanziaria, che si preannuncia di tipo "elettorale". Sono un uccello del malaugurio o conosco bene i miei polli?

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Settembre 2017 - 14:02

    Caro direttore – Il macigno italiano da rimuovere, non è costituzionale, tecnico, numerico e, nemmeno propriamente politico, se diamo, come deve essere, alla politica nazionale il compito di realizzare le migliori condizioni possibili per obiettivi di bene e interessi comuni. Il macigno, viene da lontano: è ideologico, emotivo, culturale, opportunistico, in chiave con la prassi della frammentazione, Marco Pannella la definì “partitocrazia”, all'insegna del perenne “l’un contro l’altro armato”. Questa impostazione ha prodotto nel tempo il sorgere e consolidarsi di interessi parcellari, molto terreni, ubiquitari e trasversali che rigettano con forza la possibilità di un governo unitario e ampio: prevale il terrore di perdere potere e prebende. Tutto il resto, chiacchiere di contorno e cortine fumogene. Il nodo è nella metafora dei tacchini che non voglio anticipare il Natale. Quando avremo un governo che potrà “governare?” Non so, so solo che sarà un bellissimo giorno.

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  • lorenzolodigiani

    22 Settembre 2017 - 11:11

    Condivido le sue parole, Direttore. Esistono, pero', due condizioni perche' una grande coalizione possa aver luogo come accadra', probabilmente, in Germania. La volonta' dei coalizzandi, sulla base di un programma definito anche nei dettagli, ed i numeri. Una grande coalizione per funzionare e creare nuove opportunità' al paese deve essere veramente grande. E' possibile che tutto questo avvenga?

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