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C'erano due populisti sul Prato (lo stravagante weekend della destra)

Le priorità di governo di Salvini e Toti ringiovaniscono il Cav.

19 Settembre 2017 alle 14:56

C'erano due populisti sul Prato (lo stravagante weekend della destra)

Foto Stefano Cavicchi/LaPresse

Milano. Umberto Bossi, per chi se lo ricorda, non è mai stato un populista. Un po’ perché l’abusato aggettivo, generatore automatico di fumisterie politologiche, ancora non andava di moda. Un po’ perché lui è un popolano, sempre e orgogliosamente popolano sul suo Prato che allora era solo verde, col suo popolino arruffato e pericolosamente incline a confondere il folk celtico con folclore padano. Ma con il senso delle sue tre o quattro cose da portare a casa o da difendere, economia reale territoriale, e un alleato da tenersi caro. Domenica se n’è andato via da Pontida, e forse per sempre, a rintanarsi al solito ristorante con il fido autista e un paio di vecchi militanti, dopo essere stato sloggiato dal palco come una comparsa. “Arrabbiato? Abbastanza. E’ un segnale che devo andarmene via”. Roba che nemmeno Bobo Maroni, che pure fece mulinare le ramazze dei suoi “barbari sognanti” per ripulire il Cerchio magico e i Belsiti, l’ha mandata giù. Intanto a Fiuggi, che forse per decenza post finiana gli organizzatori potevano scegliere di meglio, c’era il ringiovanito Cavaliere che “tornava al ’94”. E che a Matteo Salvini mandava messaggi: “Sappia che il centrodestra l’abbiamo fatto noi, siamo noi che abbiamo portato al governo forze che erano sempre state escluse”.

  

Ma punto e a capo. Visto dalla sponda del tempestoso laghetto del centrodestra, è stato il weekend degli altri due: dei due populisti. Weekend un po’ tragico e un po’ buffo, più che altro. Matteo Salvini s’è preso la sua Lega. D’azzurro rivestita. Sovranista e nazionale. Per Salvini la verde Lega del nord è un ingombro e il ricordo, persino bancario, di un ingombro: “Un giudice è entrato di notte nella sede della Lega a ripulire le vostre tasche… andassero a sequestrare i fondi dei mafiosi”. L’eversivismo da bar della Lega che un tempo sognava di avere depositi di pallottole nelle valli e guardie in camicia verde ora chiede invece “mano libera a uomini e donne delle forze dell’ordine”. E chissà se a Salvini è balenato il pensiero che, a quel punto, tanto vale dare mano libera anche ai magistrati, persino quelli che “entrano di notte” a casa sua. No, probabilmente il dubbio garantista non l’ha sfiorato, se tra le prime leggi promesse da Pontida per la prossima legislatura ci sono “i giudici eletti direttamente dal popolo”. Poi vogliamo vederlo ad applicare il codicillo “e chi sbaglia paga”. E poi l’abolizione della legge Mancino e la legge Fiano: non proprio due priorità del popolo, a ben guardare.

  

Lì sul Sacro Prato, a fare da ambasciatore, o forse perché morettianamente lo si notava di più, c’era Giovanni Toti, governatore di Liguria. Che in mezzo a tutto il florovivaismo per leader del centrodestra è quello che ha un pizzico di cazzimma in più, e l’inchino al Cavaliere non gli viene naturale. Però poi lo intervistano sul Corriere, gli chiedono se ci sarà mai un governo di larghe intese, e lui risponde: “Governare con la sinistra? Se lo tolgano dalla testa. In Liguria la sinistra ha impugnato la legge regionale che garantiva assistenza legale a chi viene accusato di eccesso di legittima difesa”. Una priorità decisamente di portata nazionale, manco fosse la legge Fiano, su cui decidere con chi fare un governo. In fuga dalle priorità populiste, al popolano Bossi resta però la mano tesa di Renato Brunetta, che gli apre la porta di Forza Italia: “In un partito monarchico e anarchico non ci sono espulsioni, ma tanta accoglienza”. Un migrante in più, l’Umberto.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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