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Voti populisti in calo, Cinque stelle "salviniani" obtorto collo

Se la Lega “fa il balzo” e i Cinque stelle calano, ma dalla pancia del web l’indicazione è che ad andare troppo a sinistra si perdono voti, tocca barcamenarsi

4 Luglio 2017 alle 09:41

Voti populisti in calo, Cinque stelle "salviniani" obtorto collo

Foto LaPresse

Roma. “Balzo della Lega”: il titolo sulle prime pagine dei giornali, accompagnato dal corollario “calano M5s e Pd”, dev’essere stato percepito nelle stanze della Casaleggio Associati non soltanto come fotografia della situazione post voto amministrativo, ma anche come presagio di sventura. Fatto sta che la fotografia-profezia è ben chiara a Luigi Di Maio, reduce dall’esperienza-dibattito a “Garda d’autore”, e dall’incontro non incontro con il vice Salvini Giancarlo Giorgetti (l’uomo che dice “su certi temi i grillini stanno venendo sulle nostre posizioni”). Se la Lega “fa il balzo” e i Cinque stelle calano, ma dalla pancia del web l’indicazione è che ad andare troppo a sinistra si perdono voti (vedi commenti degli attivisti grillini sullo ius soli), tocca barcamenarsi. Ed ecco che Di Maio, vicepresidente della Camera a Cinque stelle e candidato premier ufficioso del movimento, compare in videomessaggio, rivolgendosi direttamente al presidente francese Emmanuel Macron, per dire cose che finora nel M5s si potevano evitare di dire, e dalle quali traspare la linea obtorto collo a Cinque stelle: non si può infatti andare a sinistra, dove il campo extra Pd è fin troppo affollato, peraltro con futuro incerto (vedi manifestazione Pisapia-Articolo 1 di sabato scorso), ma non si può neanche lasciare alla Lega altri elettori cosiddetti populisti, tanto più che la Lega, a ogni dichiarazione, sottolinea il travaso di voti in suo favore (dal centrodestra e non solo). “Dopo la sua vittoria in Francia”, dice Di Maio a Macron, “tutti hanno parlato di vittoria dell’europeismo. Lei è definito un europeista, ma mi permetta di dirle che siamo tutti bravi a fare gli europeisti con le frontiere degli altri, e in particolare con le frontiere italiane. Lei ha detto che non aiuterà l’Italia per l’ottanta per cento di migranti che si trovano nel nostro Paese, ovvero i migranti economici… Noi non possiamo permetterci di essere così europeisti come lo è lei, noi abbiamo novemila chilometri di costa…”.

 

Il problema è non soltanto differenziarsi, ma anche divincolarsi dall’eventuale abbraccio mortale della Lega stessa (Giorgetti, sul Garda, ha lanciato la frase-esca: “Noi siamo disponibili ad accordi trasparenti, responsabili ed efficaci. I grillini, per ora, no”).

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Ma come fare a essere competitivi con la Lega ma anche con gli elettori che dal Pd sono fuggiti? Non si può infatti, nel M5s stretto tra identità concorrenti (la base è la base, ma la base indignata è cangiante), fare i terzomondisti come l’Alessandro Di Battista vecchio stampo. D’altro canto non si può neppure, come faceva sempre Di Battista pochi giorni fa, prima dei ballottaggi, scartare a priori l’idea della futura intesa cordiale con la Lega: “Lo dico per la miliardesima volta”, scriveva infatti Di Battista su Facebook, “il M5s non apre alla Lega, ai fuori-usciti del Pd, non apre a nessun soggetto responsabile dei disastri in Italia. Il M5s non fa alleanza con nessuno, valuta i provvedimenti punto per punto e, se ritiene che siano utili all’interesse generale, li vota. A volte abbiamo votato provvedimenti insieme alla Lega, a volte insieme alla sinistra, a volte, persino, insieme al Pd…”. E Roberto Fico, nel giorno in cui il deputato a Cinque stelle Carlo Sibilia era sembrato possibilista sul dialogo con Salvini, pareva dello stesso avviso del “Dibba”: “Per me l’alleanza con la Lega semplicemente non esiste, non è sul piatto. E non c’è nemmeno una convergenza sui temi, basta guardare i nostri atti parlamentari”. Ma su alcuni temi, oggi, non ci si può distrarre (mentre la Lega avanza). E infatti ieri Di Maio appariva più che mai vicino agli elettorati no Ue, ma anche al Giorgetti non più così no Euro: “Non saremo noi a mettere in discussione l’euro o i trattati Ue”, diceva Di Maio, “ma l’Europa se non cambia si autodistruggerà”.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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