Emmanuel Macron e Marine Le Pen

La commedia dell'arte e la comédie française

Salvatore Merlo

Quale Pulcinella interpreterà Macron e quale Colombina sarà Le Pen?

Poiché il carro di Tersicore è quanto di più simile ci sia al carro dei vincitori, ecco che tutte le mascherine della commedia dell’arte si prenotano per la comédie française. E allora chi è il Pulcinella che farà Macron? E chi la Colombina che avrà il ruolo di Marine? A quale Brighella toccherà il radicale Mélenchon? L’Italia politica è tutta un’agitazione, una fregola, un fermento, uno sbracciarsi, un ficcarsi l’un l’altro i gomiti nei fianchi: “Guàrdali, dai treni in corsa si sbilanciano / in canottiera ti sorridono / la comédie d’un jour, d’un jour d’ta vie / la comédie, la comédie”, cantava Paolo Conte. Ed ecco dunque l’esultanza di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini che, con la parrucca bionda della Le Pen già installata sulla testa, non solo colgono “il vento del cambiamento”, ma poiché evidentemente scambiano i successi altrui per i propri allora spingono la loro dissipazione al punto d’evidenziare come dalle elezioni francesi giunga un “chiaro messaggio” a Berlusconi (messaggio che tuttavia dev’essere rimasto sepolto nella segreteria telefonica di Arcore, perché il Cavaliere non sembra affatto preoccupato).

 

Ma ecco anche le felicitazioni competitive di Enrico Letta, di Matteo Renzi, di Carlo Calenda, che si contendono l’eleganza vittoriosa di Emmanuel Macron. E manca poco che uno di loro arrivi a dire “Macron è mio fratello”, o peggio: “Macron l’ho inventato io”. Perché se Calenda applaude, ma poi quasi si vergogna (“la gara italica a chi è più Macron è sintomo di provincialismo”), Renzi invece si abbandona a scrivere su Facebook, rivolto al vincitore del primo turno elettorale francese: “Avanti insieme”, che è un po’ come quando nel 1998 Romano Prodi contrabbandò un seminario alla New York University con Bill Clinton per il battesimo “dell’Ulivo mondiale”. Insieme chi? Cosa? Perché? Domande che, all’incirca, si porrebbe anche il neomarxista Jean-Luc Mélenchon, se solo avesse contezza che qui da noi il suo ragguardevole 19,6 per cento è stato per così dire collettivizzato da Sinistra italiana, cioè da Stefano Fassina, il quale abbraccia il leader dei diseredati francesi come se Mélenchon fosse il compagno Arturo Scotto: “Rinasce la sinistra del popolo, merci Jean-Luc”.

 

Ma arrivati a questo punto, ovviamente, qui non ci si chiede soltanto se “Jean-Luc” sappia chi sia Fassina, o se Marine Le Pen sappia d’essere iscritta a Fratelli d’Italia. E insomma qui non si vuole soltanto evidenziare il confuso risveglio di un’associazione, di un ricordo, che emerge dalla lotta tra Renzi e Letta che rincorrono l’ignaro Macron (il ricordo è il “noio” di Totò e Peppino a Milano, cioè il pasticcio e il prodigio goliardico maccheronico). Qui piuttosto non si può far a meno di notare che in tutto questo bisogno urgente, viscerale, per non dire intestinale, di volare tutti oltre le Alpi per agguantare i fili della propria vaga identità, nessuno – nemmeno Bersani e nemmeno D’Alema – vuole più indossare i panni del socialista Benoît Hamon, con il suo sfigatissimo quinto posto. Pussa via, brutto! Perdente! E allora si capisce bene che l’Italia politica è ancora quella di Gianfranco Fini, che pregava per scrivere la prefazione italiana al libro di Sarkozy (finché vinceva), o quella del mitologico Tsipras, il penultimo modello straniero da spolpare e da mollare una volta fallito, il penultimo degli Zapatero e dei Pablo Iglesias, tutte figurine che oggi affondano nella nebbia indistinta della nostra commedia dell’imitazione. “Guàrdali, dai treni in corsa si sbilanciano / in canottiera ti sorridono / la comédie d’un jour”. La comédie Italienne.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.