Foto LaPresse/Fabio Cimaglia

Di Maio & Davigo

Ignoranza costituzionale. Sul caso Minzolini M5s e Anm pari sono 

Il profilo Twitter di Luigi Di Maio, candidato premier in pectore del M5S, ieri ha evidenziato un curioso corto circuito giuridico. Il vicepresidente della Camera, che come è emerso dall’intervista rilasciata a Giovanni Floris non conosce la legge Severino, ha condiviso sul suo profilo una video intervista a Piercamillo Davigo, presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati, che evidentemente non conosce né la legge Severino né la Costituzione. Sembra un paradosso di Aristotele e invece è semplicemente la giustizia italiana nella sua concezione più becera. Intervistato da RepTv Davigo ha infatti detto che “sul caso Minzolini, al di là della legge Severino, la camera di appartenenza ha il dovere di dichiararlo decaduto”. L’uso della parola “dovere”, da parte di Davigo, denota un’ignoranza della Costituzione che è, nel migliore dei casi, dettata da errore intellettuale, nel peggiore, da un suo deliberato rifiuto. L’articolo 66 della Carta, infatti, dice che “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”. I parlamentari, quindi, non hanno nessun “dovere” di dichiarare decaduto un senatore o un deputato. La legge Severino, a sua volta, dice che qualora sopravvenga una causa di incandidabilità “la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione”.
“De-liberare” è parola latina e significa “scegliere secondo coscienza”. Il Senato, probabilmente consapevole di alcune anomalie della vicenda, ad esempio il fatto che uno dei giudici che ha rovesciato la sentenza di primo grado favorevole a Minzolini – aumentando la pena giusto di quel tanto per far scattare la Severino – era stato dodici anni parlamentare nel centro-sinistra, ha liberamente “deliberato”. Nella Costituzione non c’è scritto che il Parlamento debba fare il passacarte dei tribunali.

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