La protesta dei tassisti davanti al ministero dei Trasporti a via Nomentana (Foto LaPresse)

Un urlo contro i campioni della paralisi

Claudio Cerasa

I tassisti indemoniati e gli ambulanti indignati giocano a bloccare il paese e mostrano il volto di una accozzaglia illiberale guidata dai grillini e da vari cialtroni. Perché è il momento di un grande manifesto anti immobilismo

C’è un’Italia incredula, e purtroppo senza voce, che in queste ore osserva le folli notizie che negli ultimi giorni arrivano da Roma e che sogna disperatamente di trovare un politico capace di mettere insieme alcune verità elementari che non riguardano solo lo sciopero violento dei tassisti o le rumorose proteste degli ambulanti della Capitale, ma che toccano direttamente la cultura riformista del nostro paese. E così, mentre un ceto politico confuso e litigioso discute infinitamente del proprio ombelico per cercare differenze sufficienti per giustificare una scissione, a Roma scende in campo un vero partito della nazione, che va dal Movimento 5 stelle e arriva fino alla Sinistra italiana passando per la Lega nord, i Fratelli d’Italia e pezzi di Forza Italia, che in poche ore ha trasformato lo sciopero illiberale e forse illegale dei tassisti romani in un manifesto politico, sostenuto non a caso da tutti coloro che oggi, a vario titolo, possono rivendicare l’iscrizione al partito della paralisi.

 

La storia dello sciopero dei tassisti è lo specchio perfetto di un’Italia immobile che sogna di diventare maggioranza del paese e che combatte a viso aperto contro la globalizzazione, contro le liberalizzazioni, contro la concorrenza, contro la cultura del rischio, contro l’Europa, contro l’apertura dei mercati e che di riflesso difende a spada tratta, solo per ricavarne un qualche consenso, le rendite di posizione, le corporazioni, i sindacati, le bancarelle, gli ambulanti, i piccoli gruppi di interesse. Non è un caso che alla testa dell’Italia immobile – ieri in piazza con i tassisti c’era il sindaco Virginia Raggi – ci sia un movimento che ha fatto della cultura del No la sua arma di distrazione di massa: il no alla possibilità che il servizio pubblico locale possa migliorare grazie a una micro apertura dei mercati, che nel caso specifico significherebbe non rendere impossibile la vita a Uber, è lo stesso no urlato contro le Olimpiadi a Roma.

 

Sono due facce della stessa medaglia, di uno stesso principio che vede nell’immobilismo il modo migliore per combattere il malaffare, nel moralismo il miglior modo per combattere la corruzione e che vede nella negazione della concorrenza il modo migliore per spacciare la difesa di uno status quo per una lotta contro le diseguaglianze generate dall’apertura dei mercati. Il problema è che il partito dell’altra nazione ha una voce forte e tonante, e insieme riesce persino a trionfare nei referendum, mentre il partito del non immobilismo è timido, rassegnato, non pugnace e non riesce a dire con forza le cose come stanno, contrapponendo alla post verità l’unica arma possibile per imporre un principio della verità, ovvero i fatti.

 

Nessuno che dica con chiarezza che chi fiancheggia i tassisti che bloccano illegalmente una città non porta solo acqua al mulino degli scioperanti, ma fa il gioco di quella classe politica cialtrona che sogna di rinchiudere il paese nel perimetro asfissiante imposto dai teorici del partito della chiusura. Nessuno che dica con chiarezza che aprire i mercati e favorire la concorrenza non è un capriccio neoliberista ma un modo per generare efficienza, far crescere un paese, modernizzare i settori, sconfiggere i professionisti della rendita e offrire ai clienti e, dunque anche agli elettori, servizi migliori e a un prezzo più basso. Nessuno infine che dica con chiarezza una verità difficile da urlare, ma allo stesso tempo complicata da negare: chiudere il mercato del trasporto pubblico locale rifiutandosi di rilasciare nuove licenze e impedendo alla concorrenza di operare come potrebbe, solo per difendere un diritto acquisito, significa riconoscere l’incompatibilità del nostro sistema economico con la cultura di impresa, che prevede la possibilità che un investimento, come per esempio è l’acquisto di una licenza, possa andare bene ma possa andare anche male. E chiedere la tutela di un investimento a rischio come può essere la licenza di un taxi soltanto perché qualcuno ha inventato un sistema che offre al cliente lo stesso servizio a un costo più basso e senza l’obbligo di dover acquisire una licenza è come voler imporre una tassa sulle e-mail per risarcire i produttori di fax – il tutto utilizzando sempre il solito trucco, confondendo cioè la parola “investitore” con la parola “risparmiatore”.

 

L’Italia che ha scelto di presidiare il campo illiberale della chiusura e dell’immobilismo come nuovo e incomprensibile surrogato del riformismo è chiara, e ieri a Roma ha avuto il merito di mettersi in mostra. Dall’altra parte però c’è un’Italia incredula, come noi, che in queste ore sta osservando le notizie che arrivano da Roma e che si chiede quanto tempo ci vorrà per avere di fronte ai nostri occhi un politico coraggioso, capace di sfidare i grandi conservatorismi italiani e fare in piccolo ciò che fece in grande Margaret Thatcher nel 1984 con i famosi minatori britannici: affermare le proprie ragioni sfidando sino allo sfinimento i professionisti della paralisi. Forse è arrivato il momento, no?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.