Matteo Renzi (foto LaPresse)

Il riformismo non è un taxi

Claudio Cerasa

La scissione del Pd ci sarà, così sembra, ma per trasformarla in oro esiste solo una possibilità: mettere da parte le sottomissioni grilline e le cozze pelose, e raddoppiare la posta contro il partito unico del carlintrumpismo

Inutile girarci attorno: il progetto del Partito democratico, inteso come amalgama di correnti diverse e di storie politiche contrapposte, è fallito, e non è un caso che sia fallito proprio nel momento in cui, alla guida del Pd, è arrivato un giovane leader che ha tentato, anche con manovre molto brusche, di trascinare il maggior partito del centrosinistra all’interno di un nuovo mondo, incentrato sulla cultura riformista di governo. A dieci anni di distanza dalla sua nascita, la scissione del Pd, con la conseguente fuoriuscita di una parte della sinistra dall’universo democratico, appare ormai inevitabile ed è probabile che già all’inizio della prossima settimana conosceremo la strada che intenderà prendere l’internazionale del bersanismo. Per alcuni versi, come abbiamo scritto sul Foglio in questi giorni, la scissione potrebbe non essere una cattiva notizia, per un partito che intende provare fino all’ultimo a declinare quella che un tempo venne definita la vocazione maggioritaria. Se a uscire dal partito sarà quel piccolo pezzo di classe dirigente che ha sempre considerato il segretario dimissionario un impostore della sinistra, senza aver mai accettato il principio che il Pd potesse diventare a certe condizioni un partito trasversale capace di rivolgersi tanto agli elettori di centrosinistra quanto a quelli di centrodestra, la scissione potrebbe persino aiutare a fare chiarezza, a portare la sinistra italiana lontana dalla sacche del carlintrumpismo, e a chiudere così la parentesi di un partito immobile, strutturato più come una federazione di correnti o se vogliamo di unione di rancori personali.

 

 

Quale che sia la decisione della sinistra del Pd – che ieri, attraverso una lettera ultimatum di Pier Luigi Bersani, ha involontariamente sintetizzato il senso della sua presenza all’interno del partito attraverso un’esclamazione rivelatrice, a suo modo spia di uno spirito di immobilismo: “Fermatevi!” – lo scenario che si aprirà nei prossimi mesi, per Matteo Renzi, presenta un passaggio importante che ci aiuterà a misurare la capacità che avrà il segretario dimissionario di affrontare l’unica sfida possibile per elaborare la sconfitta del 4 dicembre e tentare di fare un passo in avanti: raddoppiare la posta in palio e dimostrare che ciò che ha maggiormente ostacolato la trasformazione della sinistra di governo in un soggetto politico votato all’apertura dei mercati, alla produttività del lavoro, alla concorrenza, alle liberalizzazioni, alla lotta contro le dittature fiscali, la burocrazia asfissiante, la giustizia ingiusta, era la presenza di una sinistra ostruzionista, intrappolata nell’utopia di un mondo all’interno del quale la lotta conta più del governo, le radici contano più del progresso e dove il passato diventa l’unico programma per costruire il futuro.

 

Per fare tutto questo, occorre reinventarsi, certo, ma occorre prima di tutto che il leader che guiderà questo progetto non si limiti a combattere il populismo, il nazionalismo, il sovranismo, il protezionismo ma scelga di intestarsi una battaglia potenzialmente maggioritaria nel paese: la lotta dura e senza paura contro gli istinti tipici da sottomissione grillina. Meglio parlare di Uber, e della vergogna di un paese che non riesce a liberalizzare fino in fondo il settore del trasporto pubblico, che sparare sciocchezze sui vitalizi, contro la stessa “casta” della politica di cui fa parte lo stesso Renzi. Meglio parlare di Pomigliano, e della bellezza delle fabbriche che funzionano bene grazie alle massicce cure a base di produttività, che evocare il Far West sulle banche, avallando insensate e inutili commissioni di inchiesta e scendendo sullo stesso piano di un Salvini e di un Di Maio. Meglio, infine, dire la verità sull’Europa, e sul fatto che ciò che i populisti chiamano “austerity” in realtà significa “riforme strutturali”, che seguire l’esempio dei cialtroni e associati che tendono a fare dell’Europa, o in alternativa della Merkel, la vera responsabile dei problemi del nostro paese, dimenticando che se tutta l’Europa cresce tranne l’Italia il problema non sarà dell’Europa ma forse sarà dell’Italia. Il riformismo non si costruisce con le cozze pelose, e se una sinistra lascia ce ne deve essere un’altra che necessariamente raddoppia. O no?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.